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        <title>Partito Democratico - Europa_mondo</title>
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            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/256064/somalia-manciulli-ue-monitori-e-non-sottovaluti-la-situazione.htm</link>
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            <title><![CDATA[Somalia, Manciulli: "Ue monitori e non sottovaluti la situazione"]]></title>
            <description><![CDATA[L'Italia deve prestare un'attenzione rigorosa agli sviluppi del terrorismo in tutta l'area Mediterranea e un'attenzione forte deve esserci in particolare da parte di tutte le forze politiche<br>"L'Italia deve prestare un'attenzione rigorosa agli sviluppi del terrorismo in tutta l'area Mediterranea e un'attenzione forte deve esserci in particolare da parte di tutte le forze politiche". 

Lo ha dichiarato il deputato<b> Andrea Manciulli</b>, vicepresidente della commissione Esteri e responsabile difesa per il Pd, commentando l'attentato dei ribelli estremisti islamici somali Al Shabaab al complesso Onu di Mogadiscio in cui sono morti anche quattro stranieri.

"Voglio esprimere una condanna dura dell'accaduto che mi colpisce per la sua violenza. L'Europa tutta deve monitorare costantemente gli accadimenti che minacciano le sponde del Mediterraneo, c'è una situazione - ha concluso - che non possiamo e dobbiamo irresponsabilmente sottovalutare".]]></description>
            
            <author>Andrea Manciulli</author>
            <category><![CDATA[Comunicato stampa]]></category>
            <pubDate>Wed, 19 Jun 2013 14:31:00 +0000</pubDate>
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            <title><![CDATA[Grecia, Sassoli: "Il governo di Atene riaccenda l'Ert"]]></title>
            <description><![CDATA[E’ positivo che la Commissione europea abbia preso posizione sulla vicenda della chiusura della tv pubblica greca, invitando il governo di Atene a rispettare la sentenza del Consiglio di Stato, che ha bocciato la decisione<br>“E’ positivo che la Commissione europea abbia preso posizione sulla vicenda della chiusura della tv pubblica greca, invitando il governo di Atene a rispettare la sentenza del Consiglio di Stato, che ha bocciato la decisione. Così come è positivo che l’esecutivo Ue abbia chiarito come una simile richiesta non sia mai arrivata dall’Europa”.

Lo dichiara il capogruppo del Pd al Parlamento europeo, David Sassoli, che oggi ha partecipato ad una conferenza stampa a Bruxelles ospitando una delegazione della stampa greca. A margine della conferenza stampa Franco Siddi, presidente della Fnsi, ha consegnato agli europarlamentari, tra cui Sassoli, le firme raccolte in Italia da Articolo 21 attraverso la piattaforma Change.org, contro la chiusura per decreto dell’emittente pubblica greca.

“Quello alla libertà di informazione è un diritto fondamentale dell’Unione europea, per questo ci aspettiamo che la decisione definitiva del governo greco su Ert, attesa per domani, vada nella direzione del rispetto di un principio che per uno Stato membro dell’Ue non può ammette deroghe”.
]]></description>
            
            <author>David Sassoli</author>
            <category><![CDATA[Comunicato stampa]]></category>
            <pubDate>Tue, 18 Jun 2013 17:07:00 +0000</pubDate>
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            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/256002/g8-pd-pi-impegno-per-la-conferenza-della-pace-e-lemergenza-umanitaria.htm</link>
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            <title><![CDATA[G8, PD: "Più impegno per la conferenza della pace e l'emergenza umanitaria"]]></title>
            <description><![CDATA[Dichiarazione di Giacomo Filibeck, presidente del Forum Affari esteri del Pd<br>"Rispetto alla crisi siriana, la riunione del G8 conferma le differenze di impostazione tra europei, USA e Russia. Divergenze legate però più alle modalità che all'obiettivo da perseguire. Pur riconoscendo infatti la distanza che li separa, Obama e Putin non hanno escluso il loro impegno comune per la conferenza di pace Ginevra II. 

L'Europa in questo processo dovrebbe essere in prima linea ed esercitare un vero protagonismo nel favorire il dialogo politico e nel concentrarsi sull'emergenza umanitaria, invece di dividersi sulle forniture di armi. 

Al fine di trovare una soluzione politica che impedisca ulteriori vittime innocenti, è inoltre auspicabile il coinvolgimento, in forme e modi da definire, degli attori principali della regione come la nuova leadership iraniana".]]></description>
            
            <author>Giacomo Filibeck</author>
            <category><![CDATA[Comunicato stampa]]></category>
            <pubDate>Tue, 18 Jun 2013 15:29:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255969/a-teheran-anche-per-litalia-svolta-positiva.htm</link>
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            <title><![CDATA[«A Teheran anche per l'Italia svolta positiva»]]></title>
            <description><![CDATA[L'Italia e il nuovo corso iraniano. Intervista a Lapo Pistelli, vice ministro degli Esteri con delega sull'Iran<br>Umberto De Giovannangeli - L'Unità<br><i>La Comunità internazionale s'interroga sulla vittoria di Hassan Rohani nelle elezioni presidenziali in Iran. Qual è la sua valutazione?</i><br><div><br></div><div>«Parto da un numero e da una immagine.&nbsp;Il numero: il candidato preferito dal fronte conservatore, Jalili, quello che diceva "nessun compromesso con il mondo", è arrivato sostanzialmente ultimo, con 40 punti di distacco dal vincitore.&nbsp;L'immagine: su ogni televisione abbiamo visto giovani ragazze con il capo appena coperto quando non libero, il volto truccato e le ciocche ribelli, festeggiare in motorino per le strade di Teheran.&nbsp;Con le regole del gioco che c'erano, come non considerare questo voto una sorpresa positiva?».</div><div><br><i>Così non sembra pensarla il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.</i></div><div><br>«Non mi aspettavo commenti diversi. Il governo israeliano deve uscire ancora dall'incubo legittimo della retorica negazionista di Ahmadinejad, che ha fatto male innanzitutto al suo Paese. Ma è compito adesso dell'intera Comunità internazionale impegnare il nuovo presidente iraniano in un dialogo non ossessivamente centrato sul solo nucleare. È giusto ricordare che l'obiettivo di un uso pacifico del nucleare è nato ai tempi dello scià ed è oggi condiviso anche dai critici più severi della Guida suprema, Moussawi e Karroubi, tuttora agli arresti».<br><br></div><div><i>Quanto ha  pesato sul voto la crisi economica che investe l'Iran?</i></div><div><br></div><div>«Anche se i cosiddetti "bazari", cioè i commercianti iraniani un potere non banale negli equilibri di Teheran sono  abituati a ingegnarsi nei momenti di crisi, le sanzioni Onu, Ue e quelle americane hanno duramente colpito la valuta, la produzione petrolifera, i consumi e gli scambi. Gli elettori iraniani volevano riconciliarsi con il mondo anche per uscire da questa stretta. È plausibile che le concessioni sul nucleare possano scambiarsi sul tavolo negoziale, con un allentamento delle pressioni economiche.&nbsp;Non dimentichiamo che il 70% degli iraniani ha meno di trent'anni e dunque cerca di guardare in avanti».</div><div><br><i>Uno dei più impegnativi banchi di prova per il nuovo presidente siriano, è il conflitto siriano, al centro del G8 in corso a Belfast.L'Italia insiste perchè alla conferenza di «Ginevra 2» sia presente anche l'Iran.</i></div><div><i><br></i>«Il governo ha suggerito di coinvolgere subito, in qualche modo, il presidente Rohani. È chiaro che mentre "Ginevra 1" si fondava sul principio di una soluzione "guidata dai siriani", dopo oltre un anno e 93mila morti, il principio di "Ginevra 2" non può che essere "una soluzione imposta dall'esterno". Perciò sarebbe uno straordinario successo se tutte le potenze regionali si convincessero di dover staccare rifornimenti e coperture politiche ai propri combattenti in  Siria. Dubito che si possa parlare di Hezbollah, ignorando il Paese capofila dell'arco sciita, l'Iran. Da qui il nostro rifiuto di mandare altre armi in Siria: in quel Paese non mancano proiettili ed esplosivi, ma una strategia politica e il buon senso degli attori. Se fallissimo questa occasione, a rischio sarebbe il futuro unitario della Siria».</div><div><br><i>L'Iran è  importante anche su altri due fronti caldi: l'Iraq e l'Afghanistan.</i></div><div><br>«L'Iraq è la testimonianza vivente che senza una intesa politica fra sciiti, sunniti e curdi, è facile scivolare indietro alle orribili stragi del 2007. Quanto all'Afghanistan, Teheran condivide con Kabul quasi mille chilometri di confine, e combatte la piaga della droga in arrivo da là. L'Iran ha interesse, quanto mai, a una stabilizzazione dell'Afghanistan dopo il 2014. Non ci sono certo sospetti che gli ayatollah nutrano simpatia per i talebani».</div><div><br><i>Sul fronte interno, un altro banco di prova impegnativo per Rohani è quello dei diritti umani e civili</i></div><div><br></div><div>«L'Iran ha sofferto anni terribili di violazioni delle libertà politiche e civili. Nonostante questo, la società iraniana è tra quelle più culturalmente raffinate e vivaci che io conosca. Perciò credo che sia utile moltiplicare le occasioni di rapporto.&nbsp;Come dire: se il dentifricio comincia a uscire dal tubetto, è difficile rimetterlo dentro. Fuor di metafora, Rohani gode di una grande opportunità: noi dobbiamo aiutarlo a non perderla, ne guadagneremmo tutti».</div><div><br><i>Perché per l'Italia è strategico un buon rapporto con l'Iran?</i></div><div><br></div><div>«Eravamo tra i partner privilegiati di Teheran ai tempi di Khatami. Abbiamo giocato in squadra con gli altri europei negli anni bui di Ahmadinejad e abbiamo pagato un prezzo importante a questa coerenza e lealtà. Conosciamo tuttavia l'Iran meglio di altri. Se le cose cambieranno, dobbiamo essere pronti e intelligenti nell'interpretazione dei nuovi scenari».<br></div><div><br></div><div><a href="http://www.unita.it/">Fonte: L'Unità</a></div>]]></description>
            
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            <author>Lapo Pistelli</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Tue, 18 Jun 2013 09:30:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255887/litalia-oltre-lafghanistan.htm</link>
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            <title><![CDATA[L’Italia oltre l’Afghanistan
]]></title>
            <description><![CDATA[ Il punto non è "se" porre fine ad una missione che sta già finendo. Il punto è cosa fare dopo la fine della missione Isaf, per fare in modo che i progressi in corso in Afghanistan - pur lenti e parziali, ma innegabili - non siano cancellati da un ritorno al passato<br><i>Federica Mogherini - AffarInternazionali</i><br>Come spesso succede in Italia - e non solo, a dire il vero - un titolo ad effetto può nascondere la profondità di fatti che sono, nella realtà delle cose, decisamente più rilevanti. Guardiamo il dito, e non la luna. In questi giorni questo rischio lo stiamo correndo con il dibattito sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.<div><br></div><div><b>Centrare il problema</b></div><div>Il titolo è sull'aula parlamentare semivuota nel momento in cui il ministro Mauro relaziona sulla morte del Maggiore La Rosa - disdicevole, concordo, ma sottolinearlo non fa che amplificare il problema, spostando ancora una volta l'attenzione su altro, mentre lo si sarebbe potuto risolvere semplicemente con una diversa pianificazione dei lavori d'aula.</div><div><br></div><div>Il titolo è sugli attentati in Afghanistan, sull'età degli attentatori, sulla storia delle vittime - se sono italiane, quasi che quelle di altra nazionalità fossero figlie di una contabilità minore. Il titolo, ancora, è sul "ritiro" del contingente italiano, sulle richieste di "riportare subito a casa i nostri ragazzi" o sulle conferme di "lealtà agli alleati".   Come se davvero il problema fosse questo.</div><div><br></div><div>Come se la fine della missione Isaf non fosse già decisa (un anno fa, al vertice Nato di Chicago, da tutta l'Alleanza) ed il rientro dei contingenti già in corso: sono quasi mille i militari italiani che stanno tornando in Italia, nel corso di quest'anno, ed i tempi del rientro degli altri è legato più alla definizione tecnica delle modalità di trasferimento (complicate, come è facile immaginare) che non ad una decisione politica che, ripeto, è stata già presa.</div><div><br></div><div>D'altra parte, che il tema del "ritiro anticipato" sia fittizio lo mostra bene il caso francese, visto che anche dopo aver deciso e realizzato, l'anno scorso, il "ritiro immediato" del proprio contingente, la Francia ha ancora in Afghanistan 1.400 militari. Il punto non è quindi "se" porre fine ad una missione che sta già finendo. Il punto è cosa fare dopo la fine della missione Isaf, per fare in modo che i progressi in corso in Afghanistan - pur lenti e parziali, ma innegabili - non siano cancellati da un ritorno al passato che renderebbe - questo sì - privi di senso i 12 anni trascorsi dall'avvio della missione - le vite perse, i soldi spesi.</div><div><br></div><div>La Nato sta già discutendo i tratti della missione che seguirà, che di definito al momento sembra avere solo il nome, "Resolute support". Sembra anche chiaro quello che non sarà: non sarà "combat" (ma di "consulenza, assistenza e formazione" delle forze di sicurezza afghane); non sarà consistente in termini numerici (si parla di 10.000 uomini in tutto, mentre oggi sono più di 90.000); non sarà decisa se non in stretta relazione con gli afghani - che nell'anno della fine di Isaf, il 2014, vanno anche ad importantissime elezioni presidenziali, le prime in cui non sarà e non potrà essere candidato Karzai.</div><div><br></div><div>È su questo, su quel che faremo dopo il 2014, che il Parlamento e le forze politiche dovrebbero oggi e nei mesi che verranno concentrarsi, perché parlare ora di quel che è già stato deciso un anno fa è il modo migliore per far decidere altri al per noi.</div><div><br></div><div><b>Pensieri lunghi&nbsp;</b></div><div>Ma la partecipazione italiana alla gestione collettiva della sicurezza globale e regionale non inizia e non finisce con l'Afghanistan, e neanche con le missioni internazionali - che siano Onu, Nato o Ue. Perché a ben vedere sono le aree di crisi che ad oggi non sono teatri importanti di intervento ad essere cruciali per gli anni che verranno, a partire da quelli che ci circondano: la Siria, il Libano, la Libia, l'Africa Sub-Sahariana, i Balcani. Aree di conflitto aperto o carsico, inserite in contesti regionali tanto complessi da rendere del tutto impossibile né immaginabile un intervento internazionale di tipo "classico", militare, e che pure non possiamo guardare indifferenti, aspettando che si risolvano da sé.</div><div><br></div><div>Più di due anni di crisi siriana ci dimostrano che una situazione di cancrena, ignorata, non fa che peggiorare. Allora quello che dovremmo fare, subito, è un ragionamento serio e complessivo del modo in cui preveniamo e gestiamo i conflitti, le crisi; quali terreni d'azione sono per noi prioritari, nel medio e nel lungo periodo (perché i tempi della storia sono lunghi, i conflitti se si vuole li si vede arrivare per tempo, e li si accompagna ad una soluzione nel tempo); quali strumenti sono più efficaci, quali sinergie internazionali sono necessarie.</div><div><br></div><div>Quel che ci serve è un lavoro serio ed onesto su una "Strategia di Sicurezza Nazionale" - quel che tutti i paesi con cui ci relazioniamo hanno fatto, in questi anni, tranne noi. È importante per assumere le decisioni con consapevolezza e razionalità; per investire sui percorsi più lungimiranti, a partire da quello dell'integrazione europea della difesa (e della politica estera, che l'una senza l'altra ha poco senso), prospettiva sulla quale il Consiglio europeo di dicembre lavorerà e su cui sarebbe bene che governo e parlamento trovassero il modo di contribuire insieme.</div><div><br></div><div>Ed è importante,<i> last but not least</i>, per coniugare le nostre esigenze di sicurezza e di interesse nazionale con le necessità di bilancio di un paese che sta attraversando la più profonda crisi economica della sua storia.<br></div><div><br></div><div> La sensazione è che siamo - non solo noi italiani, ma l'Europa tutta insieme, e forse anche gli Stati Uniti con la loro "attrazione" verso il Pacifico - ad un punto di passaggio fondamentale. Sarebbe sbagliato pensare di affrontarlo in modo ordinario, business as usual: serve invece un "atto fondativo" della nostra politica estera e di difesa, un punto di ripartenza che metta in ordine le priorità e tracci strategie comuni, condivise. Può essere una grande occasione, se saremo in grado di coglierla.</div><div><br></div><div><a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2341">Fonte: AffarInternazionali</a></div>]]></description>
            
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            <author>Federica Mogherini</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 16:17:00 +0000</pubDate>
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            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255863/la-crisi-siriana.htm</link>
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            <title><![CDATA[La crisi siriana]]></title>
            <description><![CDATA["La crisi del regime di Assad può volgere in diverse direzioni ed è una partita che la comunità internazionale non può perdere. Si tratta, forse, della prova più ardua e impegnativa di questo lungo inizio di secolo"<br><a href="https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/6_LaCrisiSiriana.pdf">Dossier a cura dell'Ufficio Documentazione e Studi Gruppo PD Camera dei deputati </a>- 5 giugno 2013<br>]]></description>
            
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            <author></author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 11:06:00 +0000</pubDate>
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            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255848/quanto-vale-un-chilo-di-coca.htm</link>
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            <title><![CDATA[Quanto vale un chilo di coca?]]></title>
            <description><![CDATA[<i>136mila morti ammazzati negli ultimi 6 anni: 53 al giorno, 1620 al mese, 19.422 all’anno.  “Il Messico è uno stato federale composto da 21 stati, un distretto con la capitale e 12 cartelli della droga”</i><br>Francesca D'Ulisse - Treccani Magazine<br>Quanto vale un chilo di coca? Se lo chiedete a un esperto vi risponderà che dipende dalla fase di mercato che si attraversa, dalla domanda e dall’offerta o dalla disponibilità del momento. Se vorrà scendere nei dettagli vi dirà che da un chilo di coca se ne ricavano, “molto tagliata”, quattro chili e mezzo che venduta a 50 euro il grammo equivalgono a 225mila euro. Se però il senso della vostra domanda non riguardasse il costo economico di un chilo di merce ma il suo valore in termini di costi umani e sociali, la risposta sarebbe più complessa e articolata. Lo stesso esperto vi spiegherà che, per capire davvero cosa c’è dietro il business della cocaina, non è sufficiente analizzare i suoi effetti in Europa o negli Stati uniti ma bisogna attraversare l’Atlantico, atterrare in Messico e verificare lì le cifre. Ed ecco pronte le risposte.
In Messico, il commercio di cocaina vale 136mila morti ammazzati negli ultimi 6 anni (dal 2006 al 2012, l’era del Presidente Felipe Calderón e della sua “guerra” al narcotraffico), che significano 53 morti al giorno, 1620 al mese, 19.422 all’anno. Tra questi, 116mila sono legati direttamente al narcotraffico mentre i restanti alla delinquenza comune. Non è tutto. Il nostro sballo a buon mercato costa alla società messicana 6000 desaparecidos, persone scomparse nel nulla, che sono tali solo per la Commissione nazionale per i diritti umani. Nessuna autorità vuole riconoscere ufficialmente questo dato perché, giacendo sepolti nelle fosse comuni, semplicemente non esistono.
 
<b>Il “lavoro” dei cartelli</b>
Fanno parte dei costi umani e sociali del narcotraffico anche i 30mila minori che “lavorano” per i cartelli - stime ufficiose parlano però di 35 mila solo al servizio dei Los Zetas e di 18mila che “appartengono” al cartello di Sinaloa. Vittime collaterali sono poi i 56 giornalisti assassinati dal 2006 al 2012 nello svolgimento del loro lavoro, puniti per aver fatto le domande giuste alle persone sbagliate. E le 447 donne orribilmente violate, mutilate e squartate a Ciudad Juárez, 447 delitti irrisolti di cui si è smesso di parlare perché nella sola Juárez si sono contati 11mila morti negli ultimi sette anni e una donna in più o in meno non fa certo la differenza in questo deserto rosso sangue. La polvere bianca vale 784 “municipi” in cui lo Stato non governa perché chi “amministra” sono i cartelli della droga. Con innegabile successo, va detto. Sono ben 22 le attività illecite di cui questi nuovi padroni della “tigre azteca” sono direttamente coinvolti. I proventi del narcotraffico, infatti, circa 14 miliardi di dollari l’anno, sono poca cosa: pesano per il 30% o poco più del fatturato totale. Il resto, la parte sostanziosa, include prostituzione, tratta di esseri umani, pornografia e pedofilia, traffico di organi, gioco d’azzardo, contrabbando di merce contraffatta, racket delle estorsioni e tanto altro.
La polvere bianca costa, in estrema sintesi, una condizione di perenne guerra tra Stato e criminalità organizzata. Una guerra combattuta a suon di AK47, lanciarazzi, lanciagranate, sottomarini e caccia, persa forse già in partenza e che dagli stati di frontiera tra Messico e Stati uniti attraversa ormai tutto il paese, dalla frontiera nord, appunto, a quella sud con il Centro America. Una guerra con il governo centrale, ovvio, ma anche tra gli stessi cartelli per la supremazia e il controllo delle proprie zone e la conquista di nuovi spazi, nuovi territori in cui insediare la “mafiocrazia”, il potere delle mafie. In totale, si contano 12 cartelli della droga, di cui tre – Sinaloa, Golfo e Los Zetas – sono ormai vere e proprie multinazionali del crimine. Lavorano senza confini e la loro minaccia alla “sicurezza globale” riguarda 56 paesi del globo, Italia inclusa.
Ecco, un esperto vi direbbe tutto questo alla domanda sui costi politici, economici e sociali del commercio di cocaina.
 
<b>Torna il PRI al governo</b>
Con la nuova presidenza di Enrique Peña Nieto il Messico parrebbe deciso a voltar pagina e a abbandonare quella guerra al narcotraffico che non solo non ha portato risultati tangibili ma al contrario – come ha ammesso lo stesso neo Presidente – ha “moltiplicato i cartelli, il dolore e il sangue nel paese”. È troppo presto per dire se il nuovo corso avrà successo e il Messico cesserà di essere il Paese in cui il detto più comune è diventato: “Sapete cos’è il Messico? è uno stato federale composto da 21 stati, un distretto con la capitale e 12 cartelli della droga”.
L’impegno dei tre maggiori partiti politici (il PRI, Partido Revolucionario Institucional, il PRD, Partito de la Revolución Democrática, e il PAN, Partido de Acción Nacional) nel superare le aspre conflittualità che hanno caratterizzato il passato e collaborare per una stagione di riforme - sancito formalmente dalla firma del Pacto por México dello scorso 2 dicembre - potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso perché questo magnifico paese dispieghi le enormi potenzialità ancora inespresse oppure per sancire definitivamente l’incapacità dello Stato di porre un argine all’offensiva della criminalità organizzata.
 
<b>Perché tutto questo ci riguarda da vicino</b>
La comunità internazionale può accettare che questo avvenga? È possibile che si crei una sorta di narco-Stato, di narco-krazia, in un Paese cerniera tra nord e sud del continente americano? Davvero possiamo pensare che tutto questo non ci riguardi?
I fatti dimostrano, al contrario, che tutto quel che accade in Messico – e che i numeri hanno documentato - ci riguarda moltissimo. Non solo per l’ovvia ragione che la globalizzazione ha reso il mondo piatto e via dicendo, o perché la coca viene consumata soprattutto in Europa e negli Stati uniti e ogni “pista” vale una quota di quei morti. Tutto questo ci riguarda perché è in Italia che sorge la premiata ditta “Cocaina S.p.A”. I cartelli messicani – soprattutto quello di Los Zetas – lavorano, fanno affari, sono soci della nostra ’ndrangheta che ha una sorta di esclusiva per Italia e Europa del traffico di cocaina proveniente dal Messico. Ci stiamo riferendo a una sintonia d’interessi criminali che dura almeno dalla fine del 2007 – secondo quanto testimoniano le inchieste della Dia di Reggio Calabria, l’operazione Solare del 2008 e quella Crimine3 del 2011. Se la sede centrale è in Calabria, i proventi sono però “lavati” ovunque. Una montagna di narco-euro, che vale complessivamente 150 miliardi l’anno (20 miliardi arrivano dalla coca), raggiunge il centro e il nord d’Italia per essere investita in attività economiche in apparenza pulite ma che, in realtà, drogano il mercato e creano un sistema fondato sulla mancanza del rispetto delle norme di legge e di quelle sulla concorrenza. Oltre a costituire, spesso, un sistema di scatole cinesi che evade sistematicamente le tasse.
 
<b>Che fare?</b>
Il volume di Roberto Saviano Zero, Zero, Zero, Feltrinelli 2013, così come il bel libro di Laura Capuzzi Coca rosso sangue. Sulle strade della droga da Tijuana a Gioia Tauro, Edizioni San Paolo 2013, dedicato anch’esso alla rotta della droga, alle tante figure dannate e alle poche figure eroiche di un Messico che non si rassegna alla mattanza infinita dei suoi figli, e l’ultimo pubblicato dalla casa editrice <i>La Nuova Frontiera</i> intitolato <i>Z. La guerra dei narcos</i> di Diego Enrique Osorno, hanno fatto riflettere una opinione pubblica assolutamente ignara della scia di sangue che il traffico transatlantico di cocaina porta con sé. A questo punto, però, è necessario andare oltre la semplice riflessione e impegnarsi nella cooperazione giudiziaria tra Italia-Messico-Centro America-Sud America quale asse qualificante della nostra agenda sulla lotta alle mafie transnazionali. Si può e si deve lavorare perché, anche oltreoceano, la consapevolezza della lotta alla criminalità si traduca in atti legislativi concreti e coerenti che mirino a un coordinamento continentale delle politiche di lotta alla criminalità, che facilitano la destinazione sociale dei beni conquistati alle narcomafie, così come la protezione dei testimoni e delle vittime delle mafie. Nei paesi latinoamericani si guarda all’Italia come al paese che ha più titoli, esperienza, competenze e expertise per essere un partner in queste politiche.
Ma forse non è sufficiente neppure questo. Occorre fare un salto strategico, abbandonando una gestione politica, ideologica e pregiudiziale delle politiche antidroga e arrivando a immaginare soluzioni alternative e creative per colpire i patrimoni e ridurre i proventi nel narcotraffico e delle attività a esso collegate. Prima che sia davvero troppo tardi.<div><br></div><div><a href="http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine/geopolitica/quanto_vale_un_chilo_di_coca.html?nt=1">Fonte: treccani.it</a></div>]]></description>
            
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            <author>Francesca D'Ulisse</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 09:30:00 +0000</pubDate>
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        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255789/lettera-aperta-ai-due-ministri.htm</link>
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            <title><![CDATA[Lettera aperta ai ministri Bonino e Zanonato]]></title>
            <description><![CDATA[<i>Sull'inclusione dei prodotti e servizi culturali e audiovisivi nel nuovo accordo commerciale di libero scambio tra Ue e Usa</i><br>Silvia Costa e David Sassoli - L'Unità<br>Cari ministri Bonino e Zanonato, ci risulta che il governo si presenterà domani al Consiglio dei Ministri europeo Affari esteri, consentendo alla Commissione di includere nell'accordo Ue-Usa anche i prodotti e i servizi culturali e audiovisivi. &nbsp;Una scelta che appare rischiosa e francamente inconsapevole dell'impatto che avrà su beni europei fondamentali. Non basteranno certo all'interno di un così esteso e complesso negoziato tre «<i>red lines</i>» per garantire condizioni effettive a tutela della diversità culturale e linguistica europea.<div>Una linea di mediazione che in realtà diventa un rilevante arretramento e di fatto un consolidamento dell'attuale posizione dominante degli Usa in termini tecnologici, finanziari, di mercato e quindi di produzione di contenuti.<br><br></div><div>Non intendiamo ripercorrere qui le ragioni che in questi mesi sono state rappresentate dal mondo della cultura, sostenute anche dal ministro Bray, ma piuttosto sottolineare che presentarsi al tavolo negoziale con un atteggiamento possibilista potrebbe rivelarsi fatale per la stessa sopravvivenza dell'industria culturale europea.<br>È quanto stava per accadere nel Parlamento Europeo quando siamo stati chiamati ad esprimere un indirizzo alla Commissione europea sul negoziato. Il tema della cultura e dell'audiovisivo, che pure incontrava la sensibilità di molti colleghi, era stato sottovalutato al punto che, senza un'azione decisa degli europarlamentari Pd e successivamente del gruppo S&amp;D, non si sarebbe raccolta l'ampia maggioranza poi riscontrata nel voto del 23 maggio in favore dell'esclusione di questo comparto dal negoziato.</div><div><br>È fondato il timore che, al tavolo finale della trattativa Ue-Usa, il settore della cultura e dell'audiovisivo diventerà marginale rispetto a grandi interessi economici ed occupazionali, e quindi sarà sacrificato ad altri comparti. Come sarà possibile difendere l'industria culturale europea se non avremo più un'industria degna di questo nome? Senza l'esclusione culturale dal negoziato, come indicato dall'europarlamento, renderemo astratti i principi della Costituzione europea e delle Convenzioni Unesco sulla tutela e promozione della diversità culturale e linguistica e sul patrimonio tangibile e intangibile europeo.<br><br></div><div>Il problema non è la garanzia che saranno mantenute le quote di produzione europee nelle nostre televisioni, secondo quanto prevede la Direttiva Ue 2010 sui servizi audiovisivi. Il problema è la rete, e gli <i>Over The Top</i>, ovvero i grandi operatori di internet, tutti «made in Usa» e che utilizzano gratuitamente la nostra rete Tlc, non pagano le tasse in Europa, non hanno regole di reinvestimento in prodotti culturali europei e costringono gli operatori europei a pagare salate <i>royalties</i> per inserire apps culturali. Stiamo parlando di Google, Apple, Yahoo, Amazon, Facebook. L'Europa, invece, si presenterebbe a questo negoziato a mani nude, senza neppure una normativa che definisca cos'è un prodotto culturale e audiovisivo on line, quali regole giuridiche e fiscali devono essere applicare agli operatori della rete, senza aver approvato la direttiva sul diritto d'autore europea, né sulla privacy, né un regolamento sulle <i>connected tv</i>. Non è certo sufficiente la terza «linea rossa», individuata dal ministero del Commercio Estero italiano, per cui l'Europa sarebbe comunque «legittimata» a dotarsi di una normativa adeguata sulla rete.<br>Certamente questo è nelle prerogative dell'Unione Europea, ma è ben strano che si apra per la prima volta un negoziato commerciale bilaterale ai prodotti culturali e audiovisivi con il Paese più importante del mondo, prima di aver adeguato la propria normativa.<br><br></div><div>E questo, in un momento in cui le major americane stanno imponendo lo <i>«switch off»</i> tecnologico verso il digitale, con la conseguente prevista chiusura del 25-30% delle sale cinematografiche europee, proprio quelle dei centri storici, delle sale d'essai, delle associazioni e dei piccoli centri. Con buona pace della tutela e della promozione della identità e diversità culturale europea...<br>Crediamo che il governo sia ancora in tempo per una ulteriore riflessione ascoltando, in special modo, le aziende e i protagonisti della cultura italiani e europei.</div><div><br></div><div><a href="http://www.unita.it/">Fonte: L'Unità</a></div>]]></description>
            
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            <author>Silvia Costa,David Sassoli</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Thu, 13 Jun 2013 10:20:00 +0000</pubDate>
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        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255732/sassoli-il-pdl-in-europa-boccia-luscita-dalle-politiche-di-solo-rigore.htm</link>
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            <title><![CDATA[Sassoli: "Il Pdl in Europa boccia l'uscita dalle politiche di solo rigore"]]></title>
            <description><![CDATA[Ma non era stato Berlusconi, nei giorni scorsi, a chiedere al governo italiano di battere i pugni con la Merkel e di impegnarsi a far ripartire l'economia? <br>“È incomprensibile l'atteggiamento del Pdl, che in Italia sostiene un governo che lavora per la crescita, mentre in Europa boccia ogni ipotesi di uscita da politiche di solo rigore. Ma non era stato Berlusconi, nei giorni scorsi, a chiedere al governo italiano di battere i pugni con la Merkel e di impegnarsi a far ripartire l'economia? La scelta di oggi è la conferma che con due pesi e due misure l'Europa non ripartirà”.

E’ quanto afferma David Sassoli, presidente degli europarlamentari del Pd, commentando il voto di oggi a Strasburgo sulla risoluzione sugli investimenti sociali per la crescita e la coesione.

“Con il voto determinante del Pdl – aggiunge - oggi a Strasburgo non è stato introdotto il pilastro sociale ('social pact') nell'Unione economica e monetaria, ad ulteriore dimostrazione che le forze di destra vogliono continuare ad operare in un clima di rigidità e austerità che ostacola la ripresa”.

“La lezione che arriva dalla Grecia sembra non essere sufficiente ad indicare strade diverse. A questo proposito è grave che il Pdl abbia bocciato anche la proposta di promuovere uno studio di fattibilità sul salario minimo di disoccupazione, in grado di verificare l'impatto di misure di protezione delle fasce deboli”, conlcude.
 
 ]]></description>
            
            <author>David Sassoli</author>
            <category><![CDATA[Comunicato stampa]]></category>
            <pubDate>Wed, 12 Jun 2013 13:32:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255720/turchia-pd-bene-impegno-del-governo-a-verifica-su-violenze-sessuali.htm</link>
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            <title><![CDATA[Turchia, Pd: "Il governo prenda posizione su quanto sta accadendo"
]]></title>
            <description><![CDATA[Mogherini: "Da Bonino informativa lucida e dettagliata. Si verifichino le notizie di violenze sessuali su alcuni manifestanti in Turchia"<br>“Il futuro e il presente della Turchia ci interessa perché da lì parte e passa anche il futuro della costruzione europea", ha considerato <b>Vincenzo Amendola</b>, capogruppo Pd in commissione Esteri durante il dibattito sull’informativa del ministro degli Esteri, Emma Bonino, sui recenti scontri in Turchia. 

"Abbiamo a cuore il futuro della Turchia perché abbiamo a cuore come noi costruiamo uno nuovo spazio di valori e cooperazione per costruire la pace e la democrazia. Siamo preoccupati - ha proseguito Amendola - per gli eventi che si stanno susseguendo dalla sera del 31 maggio; possiamo riflettere su di noi, su la costruzione dell’identità europea e sulla mancanza di coerenza tra valori europei e prassi quotidiana. Davanti a fatti drammatici come quelli che stanno accadendo in Turchia in questi giorni non sono ammissibili assoluzioni ma neanche affermazioni come ‘la pazienza ha un limite’. 

Piazza Taksim non è piazza Tahrir perché la Turchia ha avviato un cammino democratico da decenni. La nostra forza di europei che vogliono la Turchia dentro uno spazio comune di valori, democrazia e cooperazione fa sì che noi possiamo giocare un ruolo importante in queste ore, come il ministro Bonino sta facendo con parole chiare e di grande amicizia”.

Intanto il Partito democratico ha chiesto che il governo "prenda posizione con forza" su quanto sta accadendo in Turchia. Come  ha riferito il presidente dei senatori Pd <b>Luigi Zanda</b>, al termine della conferenza dei capigruppo di palazzo Madama.

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Anche la parlamentare Pd <b>Federica Mogherini</b>, prima firmataria della legge di ratifica della <b>Convenzione di Istanbul</b>, ha voluto esprimere apprezzamento "per l'impegno preso dal nostro governo a verificare le notizie di violenze sessuali su alcuni manifestanti in Turchia.

Oggi - ha affermato-  in aula abbiamo chiesto al ministro Bonino che il governo verifichi le notizie, riportate in queste ore dai social network e riprese da alcuni quotidiani italiani, relative a minacce e violenze sessuali che le forze dell'ordine turche avrebbero inflitto ad alcune manifestanti del movimento che in questi giorni sta occupando le piazze di Istanbul e della Turchia. 
Il fatto che il Ministro Bonino, al termine di un'informativa estremamente lucida e dettagliata, ci abbia confermato l'intenzione del governo di occuparsi della vicenda turca anche sotto questo fondamentale punto di vista è un segnale estremamente positivo".

Si tratterebbe se confermato - ha detto ancora Mogherini- di violazioni gravissime dei diritti umani: proprio quelli che la Convenzione nata nella stessa città di Istanbul sancisce in modo inequivocabile. Crediamo che l'Italia, proprio nei giorni in cui ratifica la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne con il voto definitivo del Senato, abbia il dovere morale e la forza politica necessaria per farsi portatrice del suo pieno rispetto, che non conosce confini".

*****
"Credo che proprio nel giorno in cui si appresta ad approvare in via definitiva la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, il Senato non possa rimanere indifferente di fronte alle gravissime violenze che si stanno perpetrando in Turchia contro i manifestanti e in particolare contro le ragazze", ha evidenziato la senatrice del Pd <b>Laura Puppato</b> prendendo la parola nell'Aula del Senato.

"E' urgente verificare le notizie relative a violenze sessuali ai danni delle giovani manifestanti recluse nelle carceri di Ankara e Istanbul da parte della polizia turca. L'Italia deve fare pressioni perché la Turchia, un paese che saremmo ben lieti di accogliere nell'Ue, venga minacciata di pesanti sanzioni economiche qualora non venga ripristinato subito il rispetto dei diritti civili da parte del governo Ergodan.  

La repressione violenta delle manifestazioni di dissenso a cui stiamo assistendo è inaccettabile - prosegue Puppato - e la censura delle immagini disposta dalle autorità governative perché 'turberebbero le menti' una contraddizione in termini. Chiedo che l'Italia faccia tutto quanto in suo potere per ottenere lo stop immediato di questo comportamento del governo turco". ]]></description>
            
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            <author></author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Wed, 12 Jun 2013 12:39:00 +0000</pubDate>
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