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        <title>Partito Democratico - Famiglia</title>
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            <title><![CDATA[Treu: “Le regole (chiare) che rivoluzionano le relazioni industriali”]]></title>
            <description><![CDATA[<i>Dal Blog del Corriere della Sera</i><br>Nel travagliato mondo del lavoro si registrano due novità positive. La prima, di qualche giorno fa, il 31 maggio, è l’accordo fra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale. La seconda, è il pacchetto del governo di misure sull’occupazione, previsto per il fine settimana.<div><br><i> L’accordo Confindustria sindacati è stato definito storico perché stabilisce, seppure con un ritardo di tanti anni, i criteri di misura della rappresentatività dei sindacati e le regole fondamentali per la conclusione e la esigibilità dei contratti collettivi.</i></div><div><i><br></i> La mancanza di regole è un’anomalia delle relazioni industriali italiane; si poteva tollerare finché le acque dell’economia erano tranquille e i sindacati andavano d’accordo. La crisi e le tensioni fra le maggiori confederazioni l’hanno reso sempre più pericoloso.</div><div><br> La rottura della Fiat con la Confindustria, le contestazioni e gli scioperi della Fiom, con le relative vertenze giudiziarie sono gli esempi più evidenti dei guasti che provoca la mancanza di regole.  Oggi più che mai l’economia e il mondo del lavoro hanno bisogno di stabilità e di certezze. Sia le imprese sia i lavoratori devono sapere che valore hanno i contratti e chi ha titolo per chiuderli.</div><div><br> L’accordo del 31 maggio contribuisce in vario modo a questo obiettivo. Fissa il grado minimo di rappresentatività dei sindacati al 5% calcolato per il 50% sul numero degli iscritti, per il 50% sugli eletti nelle RSU. Prevede che questi dati siano certificati dal Cnel. Inoltre stabilisce che le RSU (rappresentanze sindacali unitarie) siano elette periodicamente con voto proporzionale superando la presenza di rappresentanza dei singoli sindacati (RSA).</div><div><br><i> La novità maggiore è che i contratti collettivi sono impegnativi per tutti se conclusi a maggioranza, 50% + 1 dei sindacati, e approvati con una consultazione certificata della maggioranza semplice dei lavoratori. Le parti si impegnano a dar seguito agli accordi così approvati e a non attuare nessuna iniziativa (in particolare lo sciopero) con essi contrastanti.</i></div><div><i><br></i> Si tratta di due principi fondamentali, da anni acquisiti nei paesi vicini. Averli sanciti in questo accordo supera un handicap storico del nostro sistema e dovrebbe facilitare il funzionamento dei rapporti sindacali. Questo è importante perché le rigidità del nostro sistema dipendono non solo, e spesso non tanto dalla legge, ma da Relazioni industriali litigiose e inaffidabili.</div><div><br><i> Naturalmente il buon funzionamento delle Relazioni industriali richiede non solo regole certe, ma anche atteggiamenti meno ideologizzati e più collaborativi che favoriscano la soluzione dei gravi problemi della crisi nell’interesse comune.</i></div><div><i><br></i> Questo è l’insegnamento delle relazioni industriali e dell’economia tedesca. Il loro successo dipende più che dalle norme di legge, non tanto diverse dalle nostre, da rapporti sindacali partecipativi, dalla disponibilità ad accettare le forme di flessibilità e i sacrifici salariali, quando necessari, regolandoli con lealtà e fiducia reciproca.<br> Da questo dipende il buon esito anche delle modifiche legislative; alcune sono state essenziali non solo da noi, per adattare i rapporti di lavoro al contesto attuale, così diverso da quello in cui è nato il diritto del lavoro tradizionale. Negli ultimi anni l’Italia ha avuto troppi interventi legislativi, in larga parte contrastanti fra loro.</div><div><br><i> Il che ha creato incertezze e spesso portato risultati non positivi o contrari alle aspettative. Per questo è una buona notizia che il ministro Giovannini abbia precisato di non voler rifare un’altra riforma del lavoro.</i></div><div><i><br></i> Alcuni aggiustamenti annunciati alla riforma Fornero possono essere utili, ma senza sovvertire il sistema: ad esempio liberalizzare in tutto o in parte il contratto a termine anzitutto per i giovani, come si è fatto per le start up; semplificare l’apprendistato abolendo l’obbligo legale di stabilizzazione, ribadire che la formazione si può fare on the job purchè sia certificata da enti affidabili.</div><div><br><i> Ma è positivo che le misure annunciate per il prossimo Consiglio di Ministri riguardino soprattutto provvedimenti di sostegno all’occupazione specie di giovani.</i></div><div><i><br></i> Tutte le esperienze confermano che non basta prevedere incentivi economici per chi assume, ma serve un’organizzazione che li prenda in carico, che li assista con servizi personalizzati e che sia stimolata a farlo con opportuni incentivi: ad esempio, come si è sperimentato in alcune regioni italiane, con contributi rapportati ai giovani collocati al lavoro.</div><div><br> Per questo un’altra misura urgente dovrebbe riguardare il potenziamento degli strumenti di politica attiva, e il loro raccordo o meglio la unificazione con la gestione degli ammortizzatori sociali. Nel nostro sistema, dove le competenze in materia sono distribuite fra Stato e regioni, è indispensabile una Agenzia federale, composta da un organismo statale e da un insieme di Agenzie regionali, che svolga entrambi i compiti: servizi al lavoro, gestione e controllo degli ammortizzatori.</div><div><br> Il successo delle politiche attive dipende non solo dalla normativa, ma soprattutto dall’organizzazione e dagli investimenti in risorse umane. Altri paesi hanno dedicato numeri consistenti (qualche migliaio) di persone qualificate alla youth guarantee. Noi non possiamo assumere nuovi dipendenti pubblici, ma si potrebbe destinare quota delle migliaia dei dipendenti in mobilità, previo addestramento, a fare i tutor dei giovani.</div>]]></description>
            
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            <author>Tiziano Treu</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Wed, 19 Jun 2013 14:04:00 +0000</pubDate>
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        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255909/la-rassegna-stampa-di-perfare-del-17-giugno-2013.htm</link>
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            <title><![CDATA[La rassegna stampa di Perfare del 17 giugno 2013]]></title>
            <description><![CDATA[<br><p>L'Unità<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZQ9F6&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RYCN6AOM5H6&amp;video=0">Aiuti ai poveri, no ai tagli. Il Fondo sarà obbligatorio</a><br></p><p>&nbsp;</p><p>L'Unità<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZQ7N1&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RYCN6AOM5H6&amp;video=0">Quei piccoli schiavi tra noi</a><br></p><p>&nbsp;</p><p>Corriere della Sera<br><a href="http://www.rassegnastampa.cittadinanzattiva.it/130617/1zq4r2.pdf">Guida al decreto Fare</a><br><br></p>]]></description>
            
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            <author></author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Mon, 17 Jun 2013 09:02:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255889/la-tutela-degli-animali-un-dovere-di-civilta.htm</link>
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            <title><![CDATA[La tutela degli animali, un dovere di civilta']]></title>
            <description><![CDATA[Conferenza stampa, martedì 18 giugno, ore 13.30, Sant’Andrea delle Fratte, 16  <br><h2 align="center"><a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=a5ygiBw-NZQ">Audiovideo della conferenza stampa</a><br><span style="font-size:14px;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"></span></span><span style="font-family:&quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;"><o:p></o:p></span></h2><h2 align="center"><a href="http://www.youdem.tv/doc/255987/amati-dal-pd-le-proposte-programmatiche-per-la-tutela-degli-animali.htm">Il&nbsp; servizio su YouDem.TV
</a></h2><p>
	&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;mso-hyphenate:auto">
	<span style="font-family:&quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;color:black">&nbsp;</span></p>
]]></description>
            
            <author>Silvana Amati</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 20:36:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255844/isee-approvate-le-nuove-regole-strumento-di-equit.htm</link>
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            <title><![CDATA[Isee, approvate le nuove regole. ''Strumento di equità'' ]]></title>
            <description><![CDATA[La conferenza unificata Stato Regioni ha approvato le nuove regole dell'Isee. <br><div><div style="text-align: justify;">ROMA - La conferenza unificata ha approvato le nuove regole dell'Isee Il via libera arriva oggi al ministero degli Affari regionali dall'organismo cui partecipano il governo, &nbsp;le Regioni, l'Anci e l'Upi. Il ministro Graziano Delrio sottolinea che il nuovo indicatore della situazione economica equivalente e' uno "strumento di equita' e giustizia piu' utile di quello precedente con cui si esce dal vizio italiano per cui chi fruisce di prestazioni agevolate non pensa che ne priva altri che ne hanno bisogno".&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Il ministro del Lavoro Enrico Giovannini osserva che con il nuovo sistema "l'Italia e' all'avanguardia in Europa. &nbsp;Mi auguro che il Parlamento dia il prima possibile il parere richiesto perche' ogni giorno che passa &nbsp;e usiamo il vecchio sistema siamo in una situazione subottimale". &nbsp;Giovannini sottolinea che con il via libera da parte della Conferenza unificata "si puo' ora andare al &nbsp;successivo step, ossia il parere del Parlamento, e poi all'approvazione finale da parte del governo". Isee viene, ridisegnato considerando tutti i redditi, oltre a quello Irpef". Le nuove regole interesseranno quasi il 30 per cento della popolazione italiana che utilizza questo sistema per l'accesso alle prestazioni sociali. Nel nuovo sistema sono previsti abbattimenti del reddito per lavoro dipendente e pensioni, tenendo conto delle situazioni di poverta'. Novita' per quanto riguarda l'abitazione: verranno considerati i costi sostenuti per il mutuo e per l'affitto e si considerera' patrimonio solo il valore della casa che eccede il valore del mutuo in essere. Il valore della prima casa viene abbattuto a dueterzi. La scala di equivalenza viene modificata tenendo conto delle famiglie numerose e in particolare dei figli successivi al secondo.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Cambia la valutazione della disabilita' che viene distinta in tre classi: media, grave e non autosufficienza. Altro punto importante riguarda il rafforzamento del sistema dei controlli sulla veridicita' dei dati rilevati ai fini Isee e la possibilita' di calcolare un 'Iseecorrente' nel caso in cui la condizione economica cambia rapidamente. &nbsp; I rappresentanti dei Comuni e delle Province, Alessandro Cattaneo e Antonio Saitta, sottolineano la maggiore equita'del nuovo sistema e assicurano un rafforzamento dei controlli. Per il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani si tratta di un 'passo avanti nella direzione dell'equita': vengonoc osi' valutati i problemi delle famiglie. La disparita' dei servizi rientra invece in un altro capitolo fondamentale che e' quello dei livelli essenziali di assistenza". (DIRE)&nbsp;</div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">dal Redattore Sociale:</div><div style="text-align: justify;"><b><u>La riforma dell’Isee, tra vecchi problemi e nuove aspettative</u></b>&nbsp;</div><div style="text-align: justify;"><i>L'indicatore della situazione economica equivalente ha mostrato nel corso del tempo limiti evidenti. Il nuovo Isee mira a monitorare in maniera più fedele il patrimonio, in un’ottica di maggiore equità. Stop all’autocertificazione</i><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;ROMA - L'Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) è uno strumento che in Italia permette di misurare la condizione economica delle famiglie. Si tratta di una certificazione per verificare l’esistenza di un diritto di accesso agevolato alle prestazioni sociali o ai servizi di pubblica utilità (asili nido, mense scolastiche, tasse universitarie, servizi socio-sanitari, ecc…).</div><div style="text-align: justify;">L’Isee è un indicatore che tiene conto di reddito, patrimonio e delle caratteristiche di un nucleo familiare. E’ stato introdotto nel nostro ordinamento alla fine degli anni ’90 allo scopo di individuare criteri unificati di valutazione della situazione economica. Tutte le amministrazioni per fornire i servizi possono chiedere agli utenti la certificazione Isee per assicurarsi che coloro che li chiedono ne abbiamo effettivamente diritto.</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;Il Governo ha approntato nel 2012 una bozza di riforma dell’Isee, inserita del decreto “Salva Italia”. Una riforma approdata oggi in Conferenza unificata, all’esame di governatori e sindaci.</div><div style="text-align: justify;"><b>I limiti dell’Isee.</b> Accanto agli aspetti positivi che tale indicatore ha portato in Italia, negli anni sono emersi anche alcuni limiti evidenti.<br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;In sintesi: l’indicatore ha mostrato scarse capacità selettive, soprattutto per le famiglie più povere, e anche la componente patrimoniale è fortemente limitata dall’operare delle detrazioni e da comportamenti spesso opportunistici. Ne risulta che per quasi il 60% della popolazione Isee il patrimonio non ha alcun effetto sul valore dell’indicatore.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">La mancata dichiarazione del patrimonio mobiliare è evidente, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il 96% dichiara di non possedere nemmeno un conto corrente o un libretto di deposito (80% la media nazionale).</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;Infine, permangono differenze nel tenore di vita che non trovano riscontro nell’ordinamento prodotto dall’Isee. Le famiglie dei lavoratori dipendenti, in particolare, hanno un valore Isee molto simile in media a quello degli autonomi, a fronte di un patrimonio anche solo immobiliare di questi ultimi che è pari, in media, a più del doppio di quello dei primi.</div><div style="text-align: justify;"><b>Isee e disabilità.</b> Le applicazioni pratiche hanno poi evidenziato altre criticità. In particolare, da sottolineare il dibattito in corso (e relativo contenzioso) sulle modalità di compartecipazione al costo delle prestazioni per le persone con disabilità e per i non autosufficienti. Il confronto è su come debba comportarsi il nucleo familiare di tali persone, se cioè con regole speciali (ricomprendendo nel nucleo il solo assistito) o ordinarie. Anche la giurisprudenza non è stata uniforme nella trattazione di questi casi: anche la Corte Costituzionale si è espressa in senso contrario con sentenza del dicembre 2012.<br></div><div style="text-align: justify;"><b>Isee e famiglie.</b> Problemi si sono osservati in misura sempre maggiore anche in relazione al diffondersi di strutture familiari non tradizionali. Un caso evidente è quello dei genitori naturali non conviventi: nella costruzione dell’Isee questi genitori restano fuori dal nucleo familiare dei propri figli, anche quando sono erogate prestazioni in loro favore.<br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;Problematico è anche l’utilizzo dell’indicatore per quelle famiglie per la quali la situazione economica muta radicalmente a causa della perdita del posto di lavoro di uno dei membri (o chiusura dell’attività per un lavoratore autonomo). Infatti, l’Isee è basato sui redditi contenuti nella dichiarazione dei redditi, che a sua volta contiene indicazione dei redditi dell’anno precedente quello della dichiarazione. Nell’Isee, pertanto, i cambiamenti di reddito si registrano con un certo ritardo, in alcuni casi fino a quasi due anni dopo, quando magari il lavoro è stato ritrovato (in questo senso il nuovo Isee introduce la possibilità di calcolare un “Isee corrente”, cioè più aggiornato).</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: justify;"><b>Come cambierà.</b> Secondo le intenzioni del legislatore, con il nuovo Isee la vita per chi cerca di fare il furbo si dovrebbe fare più dura. E dovrebbero migliorare le condizioni, invece, delle fasce più fragili della popolazione.</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;Quello che entrerà in vigore sarà una sorta di “riccometro”, con l’intenzione di definire un welfare disegnato sui redditi reali delle famiglie. Il tutto monitorando in maniera più congrua e fedele i redditi, il possesso di auto e moto di lusso, ville, ecc…</div><div style="text-align: justify;">In generale, il nuovo indicatore prevede: l’inserimento nel “reddito disponibile” anche di somme fin’ora fiscalmente esenti; il miglioramento della capacità selettiva dell’indicatore con una maggiore valorizzazione del patrimonio; una specifica attenzione alle famiglie con carichi particolarmente gravosi, in particolare le famiglie numerose (con tre o più figli) e quelle con persone con disabilità; una differenziazione dell’Isee in riferimento al tipo di prestazione richiesta; il rafforzamento del sistema dei controlli.</div><div style="text-align: justify;"><b>Stop all’autodichiarazione</b>. Una novità riguarda le informazioni necessarie al calcolo dell’indicatore. Sulla base della disciplina attuale tali informazioni erano interamente fornite dal cittadino con autodichiarazione. Il nuovo provvedimento stabilisce invece che alcune informazioni già disponibili negli archivi dell’Inps e dell’Agenzia delle Entrate siano acquisite dal sistema informativo dell’Isee e non vengano richieste al cittadino.<br></div><div style="text-align: justify;"><b>Ruolo delle regioni.</b> Altra modifica rispetto all’Isee attuale riguarda il ruolo delle regioni. Nella determinazione e applicazione dell’Isee, infatti, sono “fatte salve le competenze regionali in materia di normazione, programmazione e gestione delle politiche sociali”. Ciascuna regione, insomma, sarà libera di prevedere criteri aggiuntivi per l’accesso ai servizi in base alle sue disponibilità. Il tutto ovviamente entro certi limiti e salvaguardando l’unicità nazionale dell’Isee.</div><div style="text-align: justify;"><b>Nuovo Isee e famiglia</b>. In tema di famiglia, il nuovo Isee conferma il principio che i figli minori di anni 18 facciano sempre parte del nucleo familiare del genitore con il quale convivono, e che il minore in affidamento preadottivo faccia parte del nucleo familiare dell’affidatario, ancorché risulti nella famiglia anagrafica del genitore. Si modifica invece, rispetto all’attuale disciplina, il trattamento dei minori in affidamento temporaneo che a discrezione degli affidatari possono fare nucleo a sé, anziché far parte obbligatoriamente del nucleo degli affidatari. Tale previsione, è volta a favorire i nuclei degli affidatari in riferimento alle condizioni di accesso a prestazioni agevolate rivolte al minore affidato (che tipicamente facendo nucleo a sé avrebbe un Isee più basso). Il minore in affidamento e collocato presso comunità è considerato nucleo familiare a sé stante.<br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;<b>Nuovo Isee e disabilità</b>. Inoltre, tra le altre cose, si introduce la detrazione di franchigie e spese per tener conto dei maggiori costi sopportati dai nuclei in cui sono presenti persone disabili. Le franchigie sono articolate in funzione del grado di disabilità, con riferimento alla riclassificazione delle diverse definizioni di disabilità, invalidità e non autosufficienza previste dalle diverse norme in vigore, accorpandole in tre distinte classi: disabilità media, grave, e non autosufficienza (franchigia di 3.500 euro per persona con disabilità media, di 5.000 euro per persona con disabilità grave e 6.500 per persona non autosufficiente). Per le persone non autosufficienti è poi ammessa la deduzione di tutti i trasferimenti ottenuti, nella misura in cui si traducano in spese certificate per l’acquisizione dei servizi di collaboratori domestici e addetti all’assistenza personale o per la retta dovuta per il ricovero presso strutture residenziali. Le spese per i servizi di collaboratori domestici e addetti all’assistenza personale non possono essere sottratte nel caso di ricovero presso strutture residenziali, essendo in tal caso già garantito il medesimo servizio.</div>]]></description>
            
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            <author>Redattore Sociale Dire</author>
            <category><![CDATA[]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 09:07:00 +0000</pubDate>
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        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255841/la-rassegna-stampa-di-perfare-del-14-giugno-2013.htm</link>
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            <title><![CDATA[La rassegna stampa di Perfare del 14 giugno 2013]]></title>
            <description><![CDATA[<br><p>Corriere della Sera<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZKQCQ&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RY6J6AOM5H6&amp;video=0">Cittadinanza più facile per le seconde generazioni</a><br></p><p>Avvenire<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZKO70&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RY6J6AOM5H6&amp;video=0">L'estenuante cammino </a><br></p><p><br>Avvenire<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZKOHS&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RY6J6AOM5H6&amp;video=0">Fassina:"Stop di 6 mesi poi via per sempre. Lotta al'evasione per una riduzione dell'Irpef"</a><br><br>&nbsp;</p><p><br>La Repubblica<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZKNGH&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RY6J6AOM5H6&amp;video=0">Pioggia di semplificazioni in arrivo cittadinanza più facile per gli stranieri</a><br></p>]]></description>
            
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            <author></author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Fri, 14 Jun 2013 08:43:00 +0000</pubDate>
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        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255783/disabilit-carmassi-serve-un-quadro-stabile-di-finanziamento.htm</link>
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            <title><![CDATA[Disabilità: Carmassi, serve un quadro stabile di finanziamento]]></title>
            <description><![CDATA[Dichiarazione di Cecilia Carmassi responsabile politiche sociali e lavoro del PD<br><div style="text-align: justify;">“Non è un paese normale quello in cui disabili gravi sono costretti una volta l'anno a radunarsi sotto un ministero per chiedere risorse per l'assistenza o per &nbsp;veder arrivare sui territori i fondi &nbsp;stanziati.</div><div style="text-align: justify;">Auspichiamo quindi che il Governo al più presto &nbsp;tenga fede agli impegni presi rimuovendo gli ostacoli burocratici esistenti. Tuttavia il punto centrale della questione è che non si può più accettare un sistema di rifinanziamento che anno per anno cerca di trovare delle risorse. È giunto quindi il tempo di definire un quadro stabile di interventi, individuando i livelli essenziali di assistenza, il Partito Democratico è disposto a farlo, lo riteniamo un fattore di giustizia e di crescita. Non è accettabile la navigazione a vista. Si determina uno stato di incertezza peraltro aggravato da risorse costantemente &nbsp;insufficienti visto che anche &nbsp;i 400 milioni che inseguiamo dopo l'azzeramento del fondo non autosufficienza operato dal governo Berlusconi, rappresentano la cifra che il governo Prodi aveva stanziato per la sperimentazione e non per le politiche a regime”.<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div>]]></description>
            
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            <author>Cecilia Carmassi</author>
            <category><![CDATA[Comunicato stampa]]></category>
            <pubDate>Thu, 13 Jun 2013 10:00:00 +0000</pubDate>
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            <title><![CDATA[Tiziano Treu: sul lavoro che non c’è si può imparare dall’Europa]]></title>
            <description><![CDATA[Fondamentale la collaborazione tra regioni, enti locali e agenzie private per il lavoro. <br>Il presidente Enrico Letta ha annunciato un primo pacchetto di proposte per il lavoro per questa settimana. L’esito delle elezioni amministrative contribuisce a rafforzare il governo e può favorire anche l’approvazione di proposte coraggiose. È importante che sia così, per fronteggiare una situazione sempre più drammatica dell’occupazione specie giovanile e per stimolare decisioni altrettanto coraggiose del Consiglio europeo di fine giugno.
Le misure discusse in queste ultime settimane sono molteplici.&nbsp;<div><br></div><div>Occorrerà fare scelte precise per ragioni non solo di economia (alcune misure costano) ma anche di urgenza politica.
Una priorità assoluta deve riguardare il piano per l’occupazione giovanile, cosiddetto Youth guarantee. Servono risorse, ma serve anche una mobilitazione straordinaria di tutti gli operatori del mercato del lavoro in grado di offrire a migliaia di giovani opportunità di lavoro e di formazione in tutte le forme possibili: periodi di stage e di apprendistato, lavori anche temporanei, sostegno ad iniziative di lavoro autonomo e di impresa.&nbsp;</div><div><br></div><div>Questo è un terreno concreto per stimolare una collaborazione vera fra operatori privati e servizi pubblici all’impiego, invece di contrapporli. Un ruolo fondamentale può essere svolto da regioni ed enti locali non solo nell’organizzazione dei servizi sul territorio, ma per concentrare l’uso delle risorse del Fondo sociale europeo.
Tutte le esperienze confermano che non basta prevedere incentivi economici per chi assume, ma serve un’organizzazione che li prenda in carico, che li assista con servizi personalizzati e che sia stimolata a farlo con opportuni incentivi: ad esempio, come si è sperimentato in alcune regioni italiane, con contributi rapportati ai giovani collocati al lavoro.&nbsp;</div><div><br></div><div>Per questo un’altra misura urgente riguarda il potenziamento degli strumenti di politica attiva, e il loro raccordo o meglio la unificazione con la gestione degli ammortizzatori sociali. La soluzione migliore è di attribuire entrambe le funzioni in capo ad agenzie per l’impiego, rinnovate e potenziate, sul modello adottato nei maggiori paesi europei. Se non è possibile realizzare subito una completa unificazione delle funzioni in capo a un’agenzia, si può procedere per gradi, prevedendo un coordinamento, in forme da definire, fra centri per l’impiego e uffici decentrati dell’Inps. È anche possibile sperimentare soluzioni diverse nelle varie regioni, a seconda dello stato delle loro organizzazioni. Molte regioni sono più avanzate di altre e possono fare da apripista.&nbsp;</div><div><br></div><div>Nel nostro sistema, dove le competenze in materia sono distribuite fra stato e regioni, è indispensabile una agenzia federale, composta da un organismo statale e da un insieme di agenzie regionali, con una distribuzione coerente di compiti.
Il successo delle politiche attive dipende non solo dalla normativa, ma soprattutto dall’organizzazione e dagli investimenti in risorse umane. Altri paesi hanno dedicato numeri consistenti (qualche migliaio) di persone qualificate alla youth guarantee. Noi non possiamo assumere nuovi dipendenti pubblici, ma si potrebbe destinare quota delle migliaia dei dipendenti in mobilità, previo addestramento, a fare i tutor dei giovani.&nbsp;</div><div><br></div><div>Infine sono convinto che l’impegno principale del governo riguarda oggi le politiche dell’occupazione e non tanto la modifica delle norme, che di per sé non creano lavoro. Qualche aggiustamento normativo si può fare in via sperimentale ma senza sovvertire ancora una volta il sistema: ad esempio liberalizzare in tutto o in parte il contratto a termine per i giovani, come si è fatto per le start up; rendere più semplice l’apprendistato, abolendo l’obbligo legale di stabilizzazione e lasciandolo ai contratti collettivi; ribadire che la formazione si può fare anche on the job, senza necessità di redigere piani formativi, a condizione che sia certificata da enti affidabili.&nbsp;</div><div><br></div><div>Altre innovazioni di sistema sono necessarie, come quella, pure ipotizzata in sede governativa, di prevedere opzioni di pensionamento flessibile, entro una fascia di età (ad esempio 63-70 anni) con penalizzazioni, e le forme prospettate di “staffetta generazionale”.&nbsp;</div><div>Ma occorrerà valutarne i costi ed evitare di “sovraccaricare” il decreto progettato dal governo.</div>]]></description>
            
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            <author>Tiziano Treu</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Thu, 13 Jun 2013 08:58:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255674/la-rassegna-stampa-di-perfare-del-12-giugno-2013.htm</link>
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            <title><![CDATA[La rassegna stampa di Perfare del 12 giugno 2013]]></title>
            <description><![CDATA[<br><p>Il Fatto quotidiano<br><a href="http://pdonline.ecostampa.net/utility/imgrsnew.asp?numart=1ZFBZ6&amp;annart=2013&amp;usekey=B1RY2EE88HMZR">Vergogna Italia 260 mila minori sfruttati</a><br></p><p>&nbsp;</p><p>Il Sole 24 ore<br><a href="http://www.ecostampa.it/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=1ZF6KZ&amp;annart=2013&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1RY2E6AOM5H6&amp;video=0">La Camera studia la sanità sostenibile</a><br></p><p>&nbsp;<br></p>]]></description>
            
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            <author></author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Wed, 12 Jun 2013 08:19:00 +0000</pubDate>
        </item>
    
        <item>
            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255634/carmassi-le-misure-di-contrasto-alla-povert-dei-minori-non-sono-pi-rinviabili.htm</link>
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            <title><![CDATA[Carmassi: "Le misure di contrasto alla povertà dei minori non sono più rinviabili"]]></title>
            <description><![CDATA[<br>“Non possiamo rinviare le misure di contrasto alla povertà, rischiamo di far pagare il conto ai bambini e agli adolescenti. L'Italia continua a rinviare un serio confronto su misure di contrasto alla povertà e all'impoverimento delle famiglie”. Lo afferma Cecilia Carmassi, responsabile Politiche sociali e Lavoro della segreteria nazionale del PD.

“I dati presentati stamani dimostrano la stretta relazione tra la dispersione scolastica e lo sfruttamento del lavoro minorile con la situazione di crisi sociale che consente addirittura di sfruttare i minori per pochi spiccioli.

È la dimostrazione – continua la Carmassi – della necessità di un approccio integrato che sappia investire ed innovare l'offerta educativa e formativa per alcuni adolescenti che abbandonano il percorso scolastico, ma al tempo stesso di prevedere misure di sostegno economico alle famiglie in difficoltà.
Tutto questo – prosegue – potrà attuarsi dentro un nuovo patto sociale che condizioni gli aiuti alla permanenza dei minori dentro i percorsi scolastici, ma che sappia offrire anche percorsi formativi e di accesso al mondo del lavoro realizzando pienamente una proposta di welfare attivo ed abilitante. L'investimento sui minori – conclude – è il primo vero fronte per ridurre le disuguaglianze sociali e realizzare pari opportunità sostanziali.”

*****

<b><font color="#066000">Lavoro minorile in Italia: 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20</font></b>
Save the Children

30.000 i 14-15enni a  rischio sfruttamento con conseguenze per salute, sicurezza o integrità morale.

Presentati a Roma, alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Enrico Giovannini, del Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, del Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso, i primi dati dell’indagine realizzata da Associazione Bruno Trentin e Save the Children, unici sul fenomeno e assenti da 11 anni.

Vive a Napoli, ha 9 anni e lavora in un cantiere a spostare sacchi di cemento che pesano quasi quanto lui, per 10 euro alla settimana. Questa una delle storie emerse nell’indagine sul lavoro minorile in Italia(1) realizzata dall’Associazione Bruno Trentin(2) e da Save the Children, e presentata oggi a Roma alla vigilia della Giornata Mondiale Contro il Lavoro Minorile 2013, nel corso di un convegno alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Enrico Giovannini, del Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria e del Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso.

Sono più di 1 su 20 nel nostro paese i minori sotto i 16 anni (il 5,2% del totale nella fascia di età 7-15 anni) coinvolti nel lavoro minorile(3) Tra i 260.000 (4) pre-adolescenti “costretti” a lavorare già giovanissimi a causa delle condizioni familiari, di un rapporto con la scuola che non funziona  o per far fronte da soli ai loro bisogni, e sono 30.000 i 14-15enni a rischio di sfruttamento che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale, lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi, non avere neanche un piccolo spazio per il divertimento o mancare del riposo necessario.

Si inizia anche molto presto, prima degli 11 anni (0,3%),  ma  è col crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno (3% dei minori 11-13enni), per raggiungere il picco di quasi 2 su 10 (18,4%) tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media EU27 del 15%) (5)

Il lavoro minorile non fa differenze di genere (il 46% dei minori 14-15enni che lavorano sono femmine). Le esperienze di lavoro dei minori tra i 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali (40%), ma 1 su 4 lavora per periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%). La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolgono la maggior parte delle attività. Per il 41% dei minori si tratta infatti  di un lavoro nelle mini o micro imprese di famiglia, 1 su 3  si dedica ai lavori domestici continuativi (6) per più ore al giorno, anche in conflitto con l’orario scolastico, più di 1 su 10 lavora presso attività condotte da parenti o amici, ma esiste un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare.

Tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della  ristorazione (18,7%), come il barista o il cameriere, l’aiuto in cucina, in pasticceria o nei panifici, seguito dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%), dove si fa il commesso o toccano le pulizie, insieme al lavoro agricolo o di allevamento e maneggio degli animali (13,6%), ma non manca il lavoro in cantiere (1,5%), spesso gravoso e pieno di rischi, o quello di babysitter (4%). In ogni caso, ciò che emerge dalla ricerca partecipata qualitativa che ha coinvolto 163 minori a Napoli e Palermo, è lo scarso valore delle attività  svolte da ragazze e ragazzi anche giovanissimi, che di fatto non insegnano nulla e non possono quindi essere messe a capitale per una futura professione.

Meno della metà dei minori che lavorano tra i 14 e 15 anni dichiara di ricevere un compenso (45%), di questi solo 1 su 4 lavora all’esterno della cerchia familiare.

“Al di là dei numeri che descrivono un fenomeno non marginale e in continuità da un punto di vista quantitativo con gli ultimi dati che risalgono ormai al 2002, l’indagine mette in evidenza come la crisi economica in atto rende ancora meno negoziabili le condizioni di lavoro dei minori, esponendoli ad ulteriori rischi,” ha dichiarato Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children. “Dalle voci dei ragazzi raccolte con la ricerca partecipata (7), emerge il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione scolastica e reti familiari e sociali, che si trasforma in una  vera trappola  quando l’opportunità di soldi facili arriva a coinvolgere i minori in attività criminali.”

“Nonostante orari in alcuni casi pesantissimi, paghe risibili e rischi per la salute, come nel caso di chi lavora dalle 4 e mezzo di mattina alle 3 di pomeriggio con le mani nel ghiaccio per un pescivendolo ricavandone a mala pena 60 euro a settimana, ” continua Raffaela Milano,  “la maggioranza dei minori raggiunti con la ricerca partecipata non ha la consapevolezza di essere sfruttata, e non sa nemmeno che cos’è un contratto di lavoro.”

“Nell’indagine è stata ricostruita una mappatura delle aree a maggior rischio di lavoro minorile in Italia: il rischio più elevato è concentrato nel Mezzogiorno, ma non sono escluse zone del Centro-nord,” ha dichiarato Raffaele Minelli, Responsabile Divisione Ricerca dell’Associazione Bruno Trentin. “Il lavoro minorile è una misura del crescente disagio sociale che le politiche restrittive del welfare hanno prodotto, in concomitanza con l’ampliamento dell’area della povertà, delle attività irregolari e in nero e della scomparsa di migliaia di piccole aziende.”

 “Abbiamo accolto con soddisfazione l’iniziativa di questa indagine che ha raccolto intorno ad un tavolo, insieme all’ILO, diversi attori istituzionali e non, e ci auguriamo che rappresenti l'inizio di un dialogo sociale sul tema specifico del contrasto allo sfruttamento del lavoro minorile in Italia,” ha dichiarato Lorenzo Guarcello, Senior Statistical Analyst dell’ILO, a nome del Comitato Scientifico (8) che ha supervisionato l’attività di ricerca. “Incoraggiamo governo e parti sociali, ad utilizzare e a perfezionare questa buona pratica metodologica in vista di un monitoraggio statistico del lavoro minorile regolare e continuativo a livello nazionale, anche per facilitare l’adozione di un piano per monitorare e combattere il fenomeno, come previsto dalla Convenzione n. 182, che l’Italia ha sottoscritto impegnandosi ad adottare un piano d'azione “con procedure d’urgenza.”

Le prime proposte per il contrasto e la prevenzione del lavoro minorile

Anche in relazione ai possibili effetti negativi della crisi, è necessario procedere tempestivamente all’adozione di un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale, e in particolare delle peggiori forme di lavoro minorile.

“Quasi 1 bambino su 3 sotto i 6 anni vive ai limiti della povertà e il 23,7% è in uno stato di deprivazione materiale, per questo riteniamo che tra le misure preventive del Piano si debba ad esempio includere l’estensione a tutte le famiglie di questi minori dei benefici della Carta Acquisti appena varata in via sperimentale, facendo sì che i percorsi di inclusione sociale abbinati alla Carta prevedano la frequenza scolastica e la prevenzione del lavoro minorile,” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. “Chiediamo anche che venga favorito il raccordo scuola-lavoro e si promuovano le esperienze più professionalizzanti. Per i ragazzi che vivono in aree ad alta densità criminale proponiamo di promuovere “aree ad alta densità educativa”, basate sull’offerta attiva di opportunità e spazi qualificati per i più giovani, a scuola e sul territorio.”

“La prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è quella dell’istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti, ad esempio l’aumento della dispersione scolastica. Fino a generare in tanti giovanissimi l’dea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità,” ha dichiarato Susanna Camusso, Segretario Generale CGIL. “Come indicato nel Piano del lavoro della Cgil, sviluppo della scuola dell’infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l’asse portante di una riforma che ha per fondamento l’istruzione come risorsa collettiva e dei singoli, tanta formazione, formazione permanente e di qualità, con trasparenza dell’accesso al lavoro e lotta all’evasione e al sommerso, cui appartiene il lavoro minorile. La legalità non è solo riscatto etico del Paese, mobilitazione sociale e civile, è una grande risorsa economica.” 

*****

1 Nell'indagine campionaria sono state realizzate 2.005 interviste a minori iscritti al biennio della scuola secondaria superiore in 15 province italiane campione (Treviso, Vicenza, Torino, Genova, Monza e della Brianza, Lecco, Pisa, Roma, Frosinone, Caserta, Avellino, Napoli, Bari, Palermo, Trapani) e in 75 scuole campione. E’ stato somministrato un questionario strutturato con modalità di autocompilazione assistita.

2 Il 3 giugno 2013 nasce l'Associazione Bruno Trentin-Isf-Ires, frutto della fusione dei due Istituti della Cgil: Ires - Istituto di Ricerche Economiche e Sociali e ISF - Istituto Superiore di Formazione insieme all'Associazione Bruno Trentin.

3 Secondo la legge n. 977del 1967, in Italia possono lavorare i minori al di sotto dei 16 anni solo se si tratta di attività lavorative di carattere culturale, artistico o pubblicitario o comunque nel settore dello spettacolo e condotte a determinate condizioni. La legge n.29 del 2006 ha innalzato a 16 anni l’obbligo di istruzione e l’età di accesso al lavoro, anche per il contratto di apprendistato e si è conseguentemente spostata l’età minima di accesso al lavoro dai 15 ai 16 anni. Per lavoro precoce si intende il lavoro compiuto da un minore al di sotto dei 16 anni. Tale lavoro non è ammissibile perché viola le norme menzionate. Sono vietati i lavori pregiudizievoli per il minore (per es: mansioni che espongono ad agenti fisici - come i rumori, biologici, chimici nocivi; oppure che espongono a processi e lavori che comportano determinati rischi (per es. rischi elettrici, lavorazione zolfo, lavorazioni in gallerie, cave, etc..). Le forme peggiori di lavoro minorile sono quelle previste dalla Convenzione ILO n. 182 del 1999, Articolo 3, tra cui, forme di schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, l’asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, prostituzione, produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici, l’ingaggio o l’offerta del minore ai fini di attività illecite, qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore.

4 La stima si riferisce alla popolazione compresa tra i 7 e i 15 anni. In dettaglio, il numero di ragazzi che lavorano a 11, 12 e 13 anni è stato ricavato facendo riferimento alla generazione virtuale ottenuta sommando i risultati relativi ai 14 e 15enni e dividendoli per due. Per quanto riguarda la stima dei bambini che lavorano tra i 7 e i 10 anni, poiché disponevamo del dato relativo alle esperienze prima degli 11 anni, abbiamo fatto le seguenti ipotesi: a) che il numero di quanti lavorano prima dei 7 anni sia prossimo a zero; b) che i ragazzi che riferiscono di avere lavorato prima di 11 anni lo abbiano fatto in media per due anni. L’indagine ha interessato gli iscritti al biennio della scuola secondaria di II grado, sia frequentanti che non: il numero di interviste rivolte ai non frequentanti è risultato tuttavia inferiore rispetto alle attese (come da statistiche sulladispersione scolastica), per le difficoltà di contattarli.

5 Eurostat 2011, riferito agli Early School Leavers, cioè ai giovani tra i 18 ed i 24 anni che hanno conseguito al massimo il titolo di scuola media e non hanno concluso un corso di formazione professionale riconosciuto dalla regione di durata superiore ai 2 anni, né frequentano corsi scolastici o svolgono attività formative

6  Sono state escluse dall’indagine tutte quelle attività riconducibili alla categoria dei ‘piccoli aiuti in casa’ e incluse viceversa quelle collaborazioni che per tipo di attività, quantità dell’impegno (molte ore al giorno, continuatività), interferenza con la scuola sono ascrivibili al lavoro domestico e/o di cura.

7 La ricerca partecipata tra pari realizzata nelle città di Napoli e Palermo ha coinvolto 6 ragazze e 14 ragazzi tra i 15 e i 21 anni in qualità di ricercatori, che hanno raggiunto e intervistato 163 ragazze e ragazzi tra i 12 e i 23 anni. 

8 Il Comitato Scientifico è composto da: Carlotta Bellini, Katia Scannavini e Margherita Lodoli (Save the Children), Anna Teselli, Giuseppe De Sario e Giuliano Ferrucci (Associazione Bruno Trentin), Adriana Ciampa (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Giulia Tosoni (Ministero dell’Istruzione), Nadia Garuglieri (IX Commissione "Istruzione Lavoro Ricerca e Innovazione – Conferenza delle Regioni), Margherita Brunetti (Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza), Giuliana Coccia e Alessandra Righi (ISTAT), Andrea Brandolini (Banca d’Italia), Francesca Ferrari, Furio Rosati e Lorenzo Guarcello (ILO), Ugo Melchionda (IOM), Marcello Tocco (CNEL).

<b><a href="http://images.savethechildren.it/IT/f/img_pubblicazioni/img211_b.pdf">Leggi il dossier completo</a></b>
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            <author>Cecilia Carmassi</author>
            <category><![CDATA[0]]></category>
            <pubDate>Tue, 11 Jun 2013 14:08:00 +0000</pubDate>
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            <link>http://www.partitodemocratico.it/doc/255632/su-lavoro-minorile-misure-di-contrasto-alla-povert-non-pi-rinviabili.htm</link>
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            <title><![CDATA[Su lavoro minorile: misure di contrasto alla povertà non più rinviabili]]></title>
            <description><![CDATA[Lo ha affermato Cecilia Carmassi responsabile nazionale politiche sociali e lavoro del PD, in occasione della presentazione a Roma, alla vigilia della Giornata mondiale contro il lavoro minorile 2013, del dossier ''Game Over – Indagine sul lavoro minorile in Italia'' realizzato dall'Associazione Bruno Trentin e da Save the Children.<br><div style="text-align: justify;">“Non possiamo rinviare le misure di contrasto alla povertà, rischiamo di far pagare il conto ai bambini e agli adolescenti. L'Italia continua a rinviare un serio confronto su misure di contrasto alla povertà e all'impoverimento delle famiglie.”&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">“I dati presentati stamani dimostrano la stretta relazione tra la dispersione scolastica e lo sfruttamento del lavoro minorile con la situazione di crisi sociale che consente addirittura di sfruttare i minori per pochi spiccioli.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">È la dimostrazione – continua la Carmassi – della necessità di un approccio integrato che sappia investire ed innovare l'offerta educativa e formativa per alcuni adolescenti che abbandonano il percorso scolastico, ma al tempo stesso di prevedere misure di sostegno economico alle famiglie in difficoltà.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Tutto questo – prosegue – potrà attuarsi dentro un nuovo patto sociale che condizioni gli aiuti alla permanenza dei minori dentro i percorsi scolastici, ma che sappia offrire anche percorsi formativi e di accesso al mondo del lavoro realizzando pienamente una proposta di welfare attivo ed abilitante. L'investimento sui minori – conclude – è il primo vero fronte per ridurre le disuguaglianze sociali e realizzare pari opportunità sostanziali.”</div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><b>In Italia lavora più di un ragazzo su 20 sotto i 16 anni&nbsp;</b></div><div style="text-align: justify;"><i>Sono 260 mila i minori coinvolti. Trentamila i 14-15enni a rischio sfruttamento con conseguenze per salute, sicurezza e integrità morale. Tra le cause le difficoltà economiche familiari</i></div><div style="text-align: justify;">ROMA - Sono 260 mila (più di 1 su 20) i minori di 16 anni che lavorano nel nostro paese. Di questi, sono 30.000 i 14-15enni a rischio di sfruttamento: che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale, lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi, non avere neanche un piccolo spazio per il divertimento o mancare del riposo necessario. A spingere i pre-adolescenti a lavorare sono le difficoltà economiche familiari e una scarsa fiducia nell'istituzione scolastica. A rilevare questi dati è il dossier <a href="http://images.savethechildren.it/IT/f/img_pubblicazioni/img211_b.pdf">“Game Over” dell'Associazione Bruno Trentin e Save the Children</a>, a 11 anni dall'ultima ricerca realizzata sul fenomeno.</div><div style="text-align: justify;">Il picco di quasi 2 su 10 pre-adolescenti che lavorano (18,4%) si raggiunge tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media EU27 del 15%). Di molto inferiore il numero dei minori lavoratori prima degli 11 anni (0,3%), ma è col crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno: il 3% dei minori 11-13enni.</div><div style="text-align: justify;">Lo studio definisce come “a rischio sfruttamento”, quei ragazzi che lavorano in fasce orarie serali o notturne (dopo le 20.00) e quelli che svolgono un lavoro continuativo che li obbliga a interrompere la scuola o toglie loro il tempo per riposare e divertirsi con gli amici: Corrispondono a queste condizioni il 15% dei 14-15enni che oggi lavorano, ovvero circa 30.000 ragazzi.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Il lavoro minorile non fa differenze di genere (il 46% dei minori 14-15enni che lavorano sono femmine). Le esperienze di lavoro dei minori tra i 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali (40%), ma 1 su 4 lavora per periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%). La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolgono la maggior parte delle attività. Per il 41% dei minori si tratta di un lavoro nelle mini o micro-imprese di famiglia, 1 su 3 si dedica ai lavori domestici continuativi per più ore al giorno anche in conflitto con l’orario scolastico (sono state escluse dall’indagine tutte quelle attività riconducibili alla categoria dei ‘piccoli aiuti in casa), più di 1 su 10 lavora presso attività condotte da parenti o amici, ma esiste un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare. Un ragazzo su 5 dei 14-15enni che lavorano svolge un’attività di tipo continuativo (da 9 a 12 mesi l'anno) e anche questo avviene soprattutto in ambito familiare.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Secondo lo studio, la famiglia ha un ruolo decisivo nell’inserimento lavorativo del minore, anche quando non decide direttamente poiché il consenso tacito dei genitori, si configura come mancato supporto al ragazzo rispetto alla possibilità di compiere scelte alternative: Gli operatori sociali intervistati sottolineano che ci si trova prevalentemente di fronte a due tipi di famiglie, quelle dove le necessità e lo stato di indigenza sono tali da spingere inesorabilmente verso il coinvolgimento dei figli che devono ancora assolvere all’obbligo scolastico nelle attività lavorative e quelle dove sono venuti a mancare ruoli e responsabilità genitoriali. La famiglia, risulta quindi il primo soggetto sociale da sostenere.</div><div style="text-align: justify;">Anche la relazione tra la dispersione scolastica e il lavoro precoce risulta determinante: “Un’offerta formativa generalmente distante dalla necessità di sviluppare competenze professionali richieste dal mercato del lavoro determina il disinteresse del minore e il suo allontanamento dalla formazione anche negli anni dell’obbligo scolastico”, si rileva dalle interviste. La conseguenza è che le famiglie, che considerano prioritario togliere i figli dalle strade e evitare che passino le loro giornate soli, non ostacolano l’inserimento in attività lavorative precoci e persino rischiose per la salute e la crescita dei figli.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><b>Il lavoro minorile favorisce l'entrata nella criminalità&nbsp;</b></div><div style="text-align: justify;"><i>Le attività lavorative precoci sono concentrate al sud, nelle isole e tra i minori stranieri. La ristorazione (18,7 per cento) è l'occupazione più diffusa, ma non mancano attività pericolose</i><br></div><div style="text-align: justify;">ROMA - Il lavoro minorile in Italia è concentrato prevalentemente nelle province del sud e nelle isole, in particolare in Sicilia, con qualche presenza al centro (es.: Teramo e Grosseto) e al nord (es.: Imperia), Nelle città del nord e a Roma il fenomeno risulta meno percepito e visibile. La maggior parte dei minori italiani che vivono in queste zone e che lavorano, svolgono la propria attività nel settore del commercio (quindi nei bar e nella ristorazione in genere) e in qualche attività artigianale. Diversa la situazione per i minori di origine straniera: in questo caso si tratta di giovani che vanno dai 13 ai 16 anni e che lavorano per lo più nei mercati generali (questo è vero soprattutto per Roma, Milano e Torino), negli esercizi commerciali di parenti o sedicenti tali o in zone specifiche (come Prato) dove molti minori, in particolare di origine cinese, sono impiegati nelle attività di conceria delle pelli.</div><div style="text-align: justify;">Tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della ristorazione (18,7%), come il barista o il cameriere, l’aiuto in cucina, in pasticceria o nei panifici, seguito dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%), dove si fa il commesso o toccano le pulizie, insieme al lavoro agricolo o di allevamento e maneggio degli animali (13,6%), ma non manca il lavoro in cantiere (1,5%), spesso gravoso e pieno di rischi, o quello di babysitter (4%). Le esperienze più continuative (da 9 a 12 mesi l'anno) sono quelle legate al settore della ristorazione, al lavoro di cura, alle attività artigianali e a quelle domestiche.</div><div style="text-align: justify;">Per quanto riguarda il legame con la criminalità, nel dossier si afferma che “la scelta di un adolescente di partecipare alle attività di una organizzazione criminale può derivare proprio da una precedente esperienza di lavoro precoce”. E' rilevato che “non solo l’appartenenza familiare a circuiti criminali, ma anche l’esperienza di sfruttamento sul lavoro può essere la spinta per scegliere di intraprendere una attività illecita, che viene così percepita non troppo distante nelle modalità di relazione tra chi comanda e chi esegue un lavoro”.</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;Quello che in generale emerge è che le attività illecite sono legate alle amicizie/legami nel quartiere, che possono offrire opportunità di guadagnare tanto e con poche ore di lavoro, e che costituiscono l’unica possibilità per coloro che hanno problemi economici e non riescono a trovare un lavoro, specie quando si entra in un circuito vizioso di disagio familiare.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><b>Lavoro minorile, Giovannini dice ‘sì’ a un Osservatorio presso il ministero&nbsp;</b></div><div style="text-align: justify;"><i>Il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali alla presentazione del dossier sul lavoro minorile. “Necessario prevedere ripetute opportunità di formazione nel corso della vita per dare chance a coloro che hanno perso la prima occasione”</i><br></div><div style="text-align: justify;">ROMA - “Anche quando si tratta di percentuali basse, il fenomeno del lavoro minorile e il suo sfruttamento ha conseguenze troppo rilevanti nel futuro dei ragazzi per essere considerato marginale e deve essere affrontato offrendo ripetute opportunità di formazione nel corso della vita”. Lo ha affermato il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Enrico Giovannini, in occasione della presentazione del dossier “Game over - Indagine sul lavoro minorile in Italia” .</div><div style="text-align: justify;">Per il Ministro, tra gli interventi per contrastare il fenomeno - che secondo lo studio presentato, è in crescita in Italia a causa della crisi economica - è necessario prevedere “ripetute opportunità di formazione nel corso della vita” per dare chance anche a coloro che hanno perso la prima opportunità, abbandonando la scuola dell'obbligo. Giovannini ha citato a questo scopo l'esempio francese, che “offre seconde opportunità agli schoolleavers, dando loro una formazione in cambio del servizio civile”.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Giovannini ha poi risposto ai promotori della ricerca che hanno presentato la propria richiesta al governo per un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare per il contrasto e la prevenzione del lavoro minorile e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del fenomeno. Il ministro ha prospettato la prosecuzione del lavoro con l'Istat per il monitoraggio continuo del lavoro precoce, attraverso la creazione di “un luogo per mettere a disposizione tutti i dati sul mercato del lavoro in tutte le sue forme”, compreso quindi il lavoro minorile, “nonostante la delicatezza della tematica, il cui studio comporta particolari accorgimenti e l'uso di mediatori culturali”. Giovannini si è detto d'accordo anche sull'idea di un osservatorio sul lavoro minorile presso il ministero, ma ha voluto sottolineare come sia poi “necessario che a livello territoriale – regionale e comunale - si capisca come coordinare gli interventi”.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">In relazione al lavoro illegale, il Ministro ha affermato che nei prossimi giorni riunirà "il comitato di coordinamento per la lotta al lavoro nero e irregolare che riunisce le forze dell'ordine", "compresi i 1000 carabinieri alle diretta dipendenza del ministero", poiché "la crisi, sta generando forti tentazioni nel rilassamento sull'attenzione al lavoro nero”.</div><div><br></div>]]></description>
            
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            <author>Cecilia Carmassi</author>
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            <pubDate>Tue, 11 Jun 2013 13:37:00 +0000</pubDate>
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