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11 giugno 2008



Berlinguer, nel ricordo vive la sua lezione

24 anni dopo l'addio

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“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Così parlò Enrico Berlinguer, uno dei più grandi e al tempo stesso rimpianti uomini politici italiani. Era il 7 giugno di 24 anni fa quando il sessantaduenne segretario del Pci salì sul palco di Piazza dei Frutti di Padova per un comizio in vista delle elezioni europee.

Un discorso duro, in polemica con il governo di allora. Il leader comunista attacca i “meschini calcoli di parte”, la “ragioneria partitica”. Ma lo prende il primo affanno. Si ferma, ricomincia : “La verità è che...”. Non ce la fa più. “I partiti se ne infischiano...”. Berlinguer lotta contro l' ictus. "Enrico, Enrico” gridano dalla piazza. “A questo stato di cose diciamo basta...”. La voce gli esce stonata, fatica a leggere gli appunti. Lo prende un attacco di vomito, chiede un bicchiere d' acqua. Impallidisce, si porta il fazzoletto alla bocca. Adesso tutti capiscono. “Non vedete che sta male” urlano.

Ma lui vuole andare avanti. Berlinguer sente che le forze gli mancano, la vista gli si appanna. Salta le ultime otto cartelle del discorso. “Proseguite il vostro lavoro, andate casa per casa, strada per strada...” riesce a mormorare e si accascia. I compagni lo sorreggono, lo fanno scendere dal palco. Berlinguer è uno straccio. Vomita. Lo portano all' albergo, poi di corsa all' ospedale. Sono le undici della sera. Berlinguer è in coma. Nella notte lo operano, ma non c'è niente da fare. La mattina dopo arriva Pertini, che si china sul suo letto di morte e lo bacia sulla fronte fasciata. “E' un uomo giusto” piange il vecchio presidente.

Per quattro giorni migliaia di persone vegliano in silenzio nel vecchio cortile dell’ospedale Giustinianeo. Ma Berlinguer non riprenderà più conoscenza. Lunedì 11 giugno il sovrintendente sanitario Francesco Valerio comunica: “L' onorevole Enrico Berlinguer è mancato alle 12.45”. “Compagni, la dura notizia è giunta” annuncia Achille Occhetto alla folla radunata davanti a Botteghe Oscure. Il corteo con la bara di Enrico Berlinguer sfila da Padova a Venezia tra due ali di folla lunghe trenta chilometri. Pertini lo porta via con sé. Sull' aereo diretto a Roma dirà: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” dice con gli occhi lucidi il Presidente della Repubblica.

Un amico fraterno, un figlio, un compagno di lotta. Questo, oltre che una guida, era Enrico Berlinguer per milioni di italiani. Un politico sopraffino, un uomo corretto e mai banale, che ha lasciato dietro di sé un eredità politico-culturale che ancora oggi rappresenta una risorsa preziosa per la democrazia italiana nel suo complesso, e non solo per la parte che egli ha così esemplarmente rappresentato. Di lui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale, scritto e, in maggior parte non scritto, ancora basilare per il futuro democratico e di progresso per il nostro Paese.

ENRICO BERLINGUER INTERVISTATO A MIXER DA GIOVANNI MINOLI 1° PARTE


Nato nel 1922 a Sassari da una famiglia della media borghesia cittadina, il giovane Enrico segue le orme della tradizione convintamene antifascista dei suoi genitori. A soli 14 anni aderisce in forma segreta e clandestina al Partito comunista, di cui diventerà uno dei massimi dirigenti. Dopo una prima parte della propria carriera politica trascorsa, come perfetto funzionario, all’ombra del leader Palmiro Togliatti, sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore quando il “Migliore” morì e Luigi Longo prese il suo posto come segretario del Pci.

ENRICO BERLINGUER INTERVISTATO A MIXER DA GIOVANNI MINOLI 2° PARTE


Berliguer assume la guida del partito nel 1972, quando Luigi Longo, ancora in vita ma gravemente malato, lasciò la leadership. Partendo dalle proprie considerazioni sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso politico di portata storica. La tragica fine dell’onorevole Moro, sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse, impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e, poi, della corruzione.

ENRICO BERLINGUER INTERVISTATO A MIXER DA GIOVANNI MINOLI 3° PARTE


L’apertura culturale dei comunisti in politica interna, nella storia berlingueriana, è sempre andata di pari passo con un nuovo corso di politica estera impresso al partito. L’esplicito appoggio dato alla primavera di Praga e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico segnano in modo inequivocabile il distacco dalle posizioni intransigenti del comunismo di Mosca, e l’allacciamento di rapporti stretti con la Spd di Willy Brnadt ed il Lobour Party di Harold Wilson la fase più avanzata del progetto politico dell’Eurocomunismo.

Accanto a tutto ciò, la politica di Berlinguer si contraddistingue per quella che viene comunemente definita come la questione morale, ossia l’aperta denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema solo apparentemente democratico dei partiti politici. Negli annali rimane, come una sorta di manifesto politico, l’ormai storica intervista rilasciata nel 1981 ad Eugenio Scalfari. “I partiti hanno occupato lo stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali (…) bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.

L’invito non fu colto, se non da uomini di comprovata integrità politica e morale, come ugo La Malfa, Paolo Biffi e Bruno Visentini. Si giunge così, attraverso rapide vicissitudini politiche, a quel 7 giugno del 1984, quando Enrico Berlinguer comincia a morire alle dieci e mezza di una serata fredda e piovosa, davanti a 50mila persona. E, ancor più rapidamente all’11 giugno, data della morte di Enrico Berlinguer. Quel giorno se ne andava un uomo dalla indiscussa intelligenza e lungimiranza politica, che capì, prima di tanti altri, i veri problemi che la democrazia italiana si trovava a dover affrontare e che, in parte, ancora oggi sono lontani da una vera risoluzione.

I FUNERALI DI ENRICO BERLINGUER


Oltre un milione di cittadini parteciparono ai suoi funerali. Le elezioni europee verranno ricordate come la prima e unica occasione in cui il Pci superò la Dc in termini di consenso elettorale. Lasciamo alle parole di Indro Montanelli, uno dei più celebri ed autorevoli giornalisti che questo paese abbia mai conosciuto, il compito di ricordare Enrico Berlinguer: “Un uomo introverso, malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”.

S.C.



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