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Le nostre idee per cambiare l'Europa

pubblicato il 2 luglio 2010 , 2756 letture
Unione Europea Puzzle


Intervento introduttivo di Gianni Cuperlo al Seminario del 2 luglio 2010 - Roma

150°. L’ITALIA IN EUROPA E NEL MONDO
Dove eravamo. Dove saremo


Sappiamo che la data non è delle più felici, ma d’accordo con Bersani abbiamo voluto comunque avviare adesso (prima della pausa estiva) questa nostra riflessione sul 150° dell’Unità d’Italia. E insieme al Forum Esteri del PD abbiamo scelto di farlo mettendo al centro del primo incontro il ruolo internazionale del paese.

Abbiamo scritto nel sottotitolo, Dove eravamo e dove saremo. E’ una sintesi ma tutto sommato rende l’idea. Nel senso che coglie la distanza tra la funzione che l’Italia ha assolto negli ultimi cinque o sei decenni, quando è stata parte del club delle nazioni più autorevoli e potenti (in termini economici, politici e diplomatici), e le prospettive che si aprono oggi, di fronte a quella evoluzione dell’Europa e del mondo che è sotto gli occhi di tutti.

Personalmente non so dire se la foto di gruppo dell’ultimo G8 a Toronto (pochi giorni fa) è davvero destinata a essere l’ultima di una lunga serie. E’ certo però che il nostro posto in quella fotografia è destinato a cambiare. Anzi, per molte ragioni è già cambiato.

E allora è innanzitutto su questo cambiamento che noi vorremmo ragionare oggi. Sul peso che siamo destinati ad avere dentro equilibri nuovi. E sulla scelta, tutt’altro che casuale per un grande partito progressista, di definire la propria identità ripartendo, prima di tutto, dal “mondo”. E’ una scelta questa in qualche modo obbligata se consideriamo che al fondo la crisi drammatica di questi ultimi due anni, tra le sue tante conseguenze, ci ha consegnato anche la sfida di un nuovo pensiero sulle politiche pubbliche, sui margini sopportabili della diseguaglianza sociale e delle opportunità, sui diritti umani e sulle libertà.

Ed anche sullo spazio della politica in un mondo che a lungo si è affidato al primato della finanza e di un’economia affrancata da regole e controlli. Il tutto anche con una qualche subalternità della nostra parte, e con la timidezza o la rinuncia a far valere un punto di vista diverso. Proveremo a ragionare su questi argomenti nelle due sessioni che abbiamo previsto. La prima, introdotta da D’Alema e dedicata allo scenario globale e alle sue implicazioni sulla politica estera italiana. La seconda, con l’introduzione di Piero Fassino, rivolta alla collocazione del Partito Democratico dentro quel nuovo e vasto campo di forze progressiste che caratterizza oggi l’Europa e la scena internazionale. Poi, come sapete, sarà Pier Luigi Bersani intorno alle 17.30 a concludere i nostri lavori.

Detto ciò, mi perdonerete se aggiungo due parole sul percorso più complessivo che prende oggi le mosse da qui. Diciamo che anche per noi, come è ovvio, questo 150° è un evento carico di significati simbolici. Ma essendo noi il principale partito dell’opposizione viviamo l’anniversario con l’ambizione di chi vuole tentare un discorso serio sul Paese e sulle ragioni future della sua unità.

Ora, è chiaro che questa riflessione non può astrarsi da quello che ci succede attorno: quindi, in primo luogo, dalla crisi profonda della nostra economia, dei redditi, dei consumi. E legata a questa dalla strategia per sottrarre l’Italia a quel rischio di decadenza civile e culturale che ne mette in discussione – non solo a parole – lo stesso tessuto unitario. Si potrebbe dire che già qui – a questo livello – il nodo dell’Unità della Nazione e dello Stato esce dall’ambito dell’analisi storica e si reimmerge nell’attualità.

Fosse solo perché – caso unico nel panorama degli stati democratici – noi siamo governati oggi da una coalizione di cui è anima essenziale un partito fondato sul proposito di disunire l’Italia, nella convinzione che una nazione italiana in quanto tale sia stata a lungo un’ambiguità o un equivoco storico.

Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato effettivamente per noi quell’evento fondativo che fu la “grande Rivoluzione” per la Francia o la Riforma per la Germania. Ma certo, fa riflettere l’idea che nel 150° anniversario della nostra unificazione la guida del paese sia affidata a coloro che di quella unificazione contestano apertamente la natura e lo sbocco. Ed è tanto più preoccupante vedere come questo sentimento, neppure represso, attraversa sempre più di frequente l’azione stessa del governo e la sua produzione legislativa.

E allora, se impostiamo il problema in questi termini, sono molti i capitoli di una riflessione sull’Italia e sul nostro avvenire. Noi naturalmente non potremo approfondirli tutti, ma cercheremo di privilegiarne alcuni, a partire da quello decisivo che discutiamo oggi. Io indico solo i titoli degli altri filoni possibili anche perché sarà il lavoro dei prossimi mesi ad approfondirne il merito.

L’interrogativo di fondo è forse anche il più banale: e cioè che cosa è oggi l’unità dell’Italia. In cosa si sostanzia. Di fronte a un dualismo territoriale all’apparenza irreversibile, e alle prese con una evoluzione del sistema politico e della rappresentanza che ha già modificato ruolo e natura dei partiti e in generale dei principali corpi sociali intermedi. Non sono cambiamenti da poco, anche soltanto da un punto di vista culturale, o del linguaggio.

“L’Italia senza la Sicilia è inconcepibile. Qui sta la chiave di tutto”, scriveva Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. Concetto che Mazzini avrebbe chiosato con la formula “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.

Lette oggi paiono quasi due espressioni eversive se guardiamo a quel rovesciamento tra questione meridionale e questione settentrionale che ha segnato culturalmente l’ultimo ventennio. E noi sappiamo che in un paese più diviso e frammentato può maturare una spinta di segno autoritario. Qualcosa per altro di connaturato a quell’impasto di populismo e antipolitica che oggi nella destra di governo si manifesta con tratti allarmanti. Il nodo, in sintesi, è la natura del “potere” oggi nella cosiddetta seconda Repubblica.

Di questo vorremmo ragionare: di come è cambiata in questi anni la nazione italiana e come stanno cambiando la qualità e l’assetto della nostra Democrazia (tema questo dotato di un respiro più ampio della sola nostra vicenda interna, ma che si presenta nel nostro paese con un profilo del tutto peculiare). Il secondo tema che affronteremo riguarderà, invece, la cultura e l’immaginario del paese. Come è venuta formandosi, in particolare nell’ultimo trentennio, un’offerta culturale che ha modificato, in profondità, la coscienza civile e lo spirito pubblico dell’Italia intesa come comunità di valori, di identità, di civismo…

In qualche modo, la destra a questo problema ha offerto una sua risposta: molto spesso regressiva…. ma il problema a questo punto riguarda noi e l’idea che si possa ricostruire un legame tra l’identità culturale del paese e la sua costituzione materiale.

A questo filone, un po’ colpevolmente accantonato in questi anni, dedicheremo il nostro secondo seminario. Infine – e ho concluso – noi pensiamo che questo 150° debba misurarsi con le radici territoriali di una memoria condivisa. In una chiave che naturalmente va proiettata in avanti: nel dopo. Per questo pensiamo a una serie di appuntamenti dove approfondire il legame tra i luoghi di una storia comune e il disegno ambizioso dell’Italia che abbiamo in mente.

Pensiamo, in particolare, al capitolo della riforma dello Stato e al suo nuovo assetto federalista. Al legame, per molti versi originale, tra economia e democrazia nel fondare nuovi diritti e nuove responsabilità dell’individuo. E, direttamente legato a questo punto, una riflessione sul contributo delle donne nella costruzione complessa della nostra identità nazionale. E infine, pensiamo al tessuto sociale di un paese che da terra di migranti si è fatto patria per milioni di nuovi cittadini.

Tutto questo fino a un evento che immaginiamo come chiusura del percorso per offrire – anche alla luce della riflessione sviluppata – una nostra lettura dell’unità italiana, delle sue prospettive politiche e culturali. Nella convinzione che non ci sia un torrente programmatico separato da un torrente storico, ma che entrambi, insieme, alimentano quel fiume della “politica” che solo è in grado di definire l’identità di una cultura e di un partito.

Ma su questo avremo modo e tempo di tornare.

Mi fermo qui, ringraziandovi ancora una volta per la vostra presenza e cedo molto volentieri la parola al presidente della fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema, approfittando dell’occasione per rivolgergli i migliori auguri per il suo nuovo incarico di presidente della Federazione Europea delle Fondazioni Progressiste. Grazie e buon lavoro."

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Gli altri interventi della giornata.
Diritti, lavoro, uguaglianza, equità cosa sono oggi? Parole guida che negli anni della globalizzazione sono sempre più interconnessi.
E oggi il tema che i partiti progressisti devono affrontare non è se sia morta la socialdemocrazia, ma trovare nuove ricette per affrontare i temi aperti dalla globalizzazione. "C'è una fase storica che ha visto colpite le ricette della globalizzazione", ha sottolineato il segretario del PD, Pier Luigi Bersani , intervenendo al seminario L'italia in Europa e nel mondo. Dove eravamo, dove saremo promosso dal Centro Studi del PD insieme al Forum Esteri.
"Della crisi la destra ha fruito, ma non ha aperto altre strade - ha detto -ora si aprono delle possibilità ed i partiti progressisti, comunque si chiamino, sono di fronte a questo problema. Questa è la sfida: se sapranno sbrogliarlo bene, se no amen". Per Bersani l'unica via e' quella di un fronte unito dei partiti progressisti europei. "La dimensione dei progressisti e' quella continentale, dobbiamo riprendere l'orgoglio di una visione europeista, vorrei che i progressisti fossero combattivi nelle proposte nelle piattaforme, serve il coraggio delle riforme: bisogna dire che non si cresce senza cambiamenti ". Per esempio, in questo momento di crisi, servirebbero una o due misure europee sulla crisi, sul lavoro e sull’ambiente. Allora l’Europa riprenderà subito contatto con la gente. Basterebbe una politica comune del lavoro, va fatto comprendere ai partiti di altri paesi perché se stai nel ripiegamento vince la destra non c’è verso” , ha insistito. Eppure, se e' vero "che la destra ha preso i voti coltivando le paure, e anche vero "che non ha un orizzonte, non sa dove portarla la gente e questo distacco coinvolge tutti". Bersani ha quindi sottolineato la situazione degli italiani nelle nuove gerarchie internazionali , sempre più debole dato che non usciremo dalla crisi nella posizione con cui ci siamo entrati: “Stiamo perdendo posizioni, da 10 anni cresciamo meno e abbiamo più inflazione . Non è che stiamo sottovalutando il fatto che ormai siamo percepiti come un paese che scivola? Non è per questo che scattano dei meccanismi difensivi? L’Italia è bloccata, fai export e non riescono ad attrarre investimenti, nel peacekeeping porti soldati e non determini nulla… tanto vale rifugiarsi in Val Brembana e accontentarsi della diplomazia che fa qualche affare, con il fascino e la simpatia di uno che gli affari li sa far bene”.
Il passo successivo in Italia è stato quello della discussione su delle “idee balorde. “Dovevamo rallentare la globalizzazione? Come con l’ampolla di Bossi nell’oceano? Poi sono tornati alla triade Dio, Patria, famiglia che Tremonti mixa con un revival europeista. Ma attenzione che è anche l’Europa che va verso Tremonti con il ripiegamento degli ultimi anni, cioè la riduzione dell’idea comunitaria, la riduzione dell’idea di un processo da portare avanti”.
Certo ci sono stati tentativi di reazione in diverse parti d’Europa ma “i partiti di sinistra si sono arroccati su posizioni conservative di vecchie idee, o hanno tentato una terza via che ha rischiato la subalternità ad altri modelli. L’altra globalizzazione di fine ‘800 porto a un ripiegamento e poi alla guerra. E le forze socialiste finirono ai margini o si legarono a un patriottismo non nazionalista ma non tanto dolce da non prendere i fucili in mano”. E anche oggi c’è in gioco un’idea di società “non come mi chiamo io o come si chiama un altro – ha sottolineato il leader democratico - il PD deve fare una battaglia politica dell’Europa. Riprendiamoci anche l’orgoglio di una visone europeista. Facciamolo con i gruppi parlamentari, son contento che D’Alema sia alla FES nei luoghi dove si costruisce un’elaborazione perché senza pensiero non si va da nessuna parte. So che non può bastare il welfare di una volta, l’universalismo di contratti con meno diritti. Come rispondiamo? Vogliamo lavorare su come ripensare la fiscalità, il mercato? Non voglio lasciare alla deriva di una destra che non ha orizzonti la gente. Vincono ma i governi non sono popolari, il distacco è pesante. Se vince il populismo vincono le relazioni speciali tra leader, se vince il riformismo vince un altro film: relazioni internazionali segnate da logica e stabilità. E non è un caso se riesci ad aver e un profilo riformista i risultati ci sono, non possiamo proporre in Italia alcune cose senza rilanciarle a livello europeo, altrimenti gli altri parleranno con noi di commercio e con gli USA di strategia come i cinesi”.

Serve il coraggio di riforme: dobbiamo dire che non si cresce senza cambiamento, non c’è futuro. Con il rigore ci sia crescita ed equità. "Faccio una proposta, agire con battaglie civili riconoscibili: come l'immigrazione, i nuovi italiani, i minori figli di immigrati sono un tema bellissimo, ormai son 50.000 ogni anno. Io propongo una campagna per dire che quel bambino che non è un immigrato o un italiano adesso gli diciamo chi è, sennò è una vergogna. Così l’ambiente deve essere fattore di una crescita logica, umana, decente, mentre la destra si attarda sull’idea che l’ambiente è contrario allo sviluppo. Possiamo dimostrare che è utile come ridurre le disuguaglianze nei redditi, tutto aiuta la crescita. tutto per essere all’altezza di un’Italia nel mondo che possa guardarsi allo specchio anche qua".


"Non bisogna avere paura di muoversi verso orizzonti nuovi". E' l'esortazione arrivata da Piero Fassino nel corso del suo intervento. "L'unificazione del riformismo non è un tema solo italiano, costruire un campo riformista è un tema europeo e mondiale. In questo contesto il socialismo è una esperienza europea, ma se si vuole guardare al mondo si deve fare i conti con una pluralità di esperienze, con un campo vasto e largo che in Europa ha una caratterizzazione specifica per ragioni storiche, non ideologiche, e che tra l'altro non esclude altre forme di riformismo".
Del resto, se in Europa si dialoga con i socialisti "è per ragioni storiche, non politiche" visto che nel vecchio continente il progressismo si è in gran parte identificato con la tradizione socialista. Ma non sono socialisti altri interlocutori del Pd nel mondo, e non è un caso, peraltro, che "tra i suoi viaggi Bersani abbia dato un posto di rilievo alla Cina, agli Stati Uniti e al Brasile". D'Alema, poi, presiederà una fondazione di 'progressisti', non di socialisti. "E' la testimonianza che in Europa ci si pone il problema di costruire un campo più largo", spiega.

Secondo Fassino, in questo senso assume un valore ancor più importante la nomina di Massimo D'Alema a presidente della Feps: "Il fatto che alla presidenza di una Fondazione progressista sia stato chiamato un esponente del Pd e non un esponente socialista vuol dire che ci si pone il problema di costruire un fronte più largo". Fassino ha anche enfatizzato il lavoro del segretario del Pd Bersani: "Le sue missioni più importanti sono quelle a Pechino, Washington e in Brasile".

Per il dirigente Pd, insomma, "bisogna lavorare a uno schieramento più largo, in Europa sarebbe velleitario non tenere conto del radicamento dei socialisti, lavorando però ad una proiezione più larga".

“Per il Partito democratico si apre una fase entusiasmante per costruire il fronte dei progressisti europei - ha detto David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo - sono in crisi tutte le famiglie politiche europee e nel Pse il dibattito sul futuro della socialdemocrazia è ormai aperto. Il Pd ha una grande chance: scommettere sulla sua vocazione per far convergere culture e sensibilità diverse e dare forza a un nuovo fronte di centrosinistra”.
Domenica 4 luglio David Sassoli è intervenuto sul Corriere della Sera riassumendo il senso del suo intervento: "L'alleanza al Parlamento europeo con il PSE ha messo il PD nella condizione di essere la seconda delegazione del nuovo gruppo e di giocare da protagonisti (...), il dibattito sulla crisi della socialmmeocrazia coinvolge tutti i partiti socialisti e al PD si guarda con interesse per la sua vocazione a tenere insieme culture e sensibilità diverse (...), il PD non è un partito socialista e non lo sarà mai ma ha la vocazione di lavorare alla costruzione di un fronte dei progressisti europei".
Pierluigi Castagnetti ha dato un giudizio severo dell'analisi condotta dai socialisti europei sulla ragione del proprio declino. "Non sanno dare una risposta al paradosso di questi mesi. E cioè: come mai, in piena crisi, la destra perde ma noi perdiamo ancora di più?". Ricorda che alle prossime politiche voteranno i figli dell'Ulivo, quei ragazzi che vagivano quando Prodi si presentò per la prima volta alle urne. "E' doloroso ma dobbiamo guardare in faccia alla realtà. Il socialismo non trasmette più credibilità spiega- noi italiani dobbiamo accentuare la nostra solitudine per un tempo che temo sarà ancora lungo. Altrimenti rischiamo di ipotecare il futuro dei nostri elettori giovani. Loro non sono interessati alla copia sfuocata dell'esperienza giovanile dei loro padri".

"La preoccupazione di Castagnetti mi pare che rientri tra la categoria del 'non c'è problemá. Preoccuparsi, infatti, dell'influenza politica della socialdemocrazia europea sul progetto politico del Pd è del tutto inutile. Per una semplice ragione: il Pd non era, non è e non sarà mai un partito socialdemocratico che si riconosce nell'Internazionale socialista o nel socialismo europeo. Se così fosse, con altrettanta semplicità, non ci sarebbe più il Pd e ognuno andrebbe per la sua strada" gli ha risposto Giorgio Merlo, vice presidente della commissione di Vigilanza Rai.
La ragione della crisi per Sandro Gozi è in scelte di almeno 10 anni fa "Quando la maggioranza dei governi in Europa e negli USA erano progressisti, non è stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di Reagan e Thatcher. Ed è forse quella la ragione per cui oggi, di fronte al crollo di quel modello, le forze socialiste non appaiono come un'alternativa credibile".

"Il progressismo europeo deve liberarsi da schemi e riflessi che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire il passato, dimenticando che la vera sfida è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. E' necessario riconoscere gli errori della cosiddetta terza via -prosegue Gozi- le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio, non sono diverse o incompatibili tra loro. Anzi".

"Dobbiamo allora rivolgerci all'intera societá, impegnarci contro le derive finanziarie dell'economia e le crescenti disparitá di reddito, riaffermare in modo radicale la promozione dei diritti civili. Non si tratta di salvare il capitalismo, si salverá da solo.Si tratta di collocare al centro il lavoro e la produzione reale. Per seguire questo progetto la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia. Occorre invece superare le tradizionali divisioni politiche novecentesche tra le forze di centrosinistra. Socialisti, liberali, social-democratici, democratici, verdi, devono lavorare ad una nuova proposta progressista europea, attorno a due pilastri, libertá di scelta e responsabilità”.

Ma tra tanti interventi gran parte dell’attenzione era per il debutto di Massimo D’Alema in veste di presidente della FEPS. E il suo intervento è partito da un punto: “La politica estera del governo ridimensiona il ruolo dell'Italia nel mondo”. Massimo D'Alema, aprendo i lavori della giornata dedicata dal Pd a 'L'Italia in Europa e nel mondò, non ha lesinato critiche al presidente del Consiglio e all'esecutivo. Se è vero, infatti, che la politica estera è per sua natura "un mix tra affari e ideali", con il governo attuale è più difficile coniugare queste spinte contrastanti. "Per quei leader che devono rispondere all'opinione pubblica del loro paese- dice D'Alema con un motto di spirito- è problematico avere relazioni speciali con il capo del nostro governo. Sono più facili, invece, per quelli che non hanno questo problema". Battute a parte, D'Alema fa una disanima impietosa del modo in cui i governi di centrodestra si sono mossi nello scacchiere internazionale. "In questi anni difficili- spiega- il ruolo dell'Italia si è ridimensionato, ma non c'è stato un lineare declino. Ci sono stati anche momenti alti della presenza internazionale dell'Italia, e ciò è stato legato alla capacità di affrontare sia i nodi della politica interna (come l'ingresso nell'euro e il risanamento dei conti pubblici) sia le responsabilità internazionali (come la missione nei Balcani)".
Non a caso, osserva l'ex premier, "quell'Italia ha ottenuto il presidente della commissione europea e contemporaneamente il commissario alla concorrenza, cosa mai accaduta prima di allora".
Oggi, secondo D'Alema, "non c'è un posto per noi alla tavola" dello scacchiere internazionale. L'Italia 'potenza' è alle spalle. "Nell'equilibrio del 2009- sottolinea l'ex ministro degli Esteri- siamo settimi, da quarti o quinti che eravamo. E la tendenza inarrestabile è che il nostro futuro non sia più tra i primi 4-5 paesi più ricchi del mondo". Per sfuggire a un destino segnato dalla crescente importanza dell'asse trans-pacifico cino-russo, bisogna investire sulla capacità dell'Europa di assumere iniziative e muovere risorse.
"La forza della politica estera italiana si dispiega nella dimensione europea- dice D'Alema- il nostro posto nel mondo è legato alla ripresa coraggiosa e vigorosa del processo di integrazione europea".
Serve dunque una "politica forte, lungimirante, un'inversione di rotta, una classe politica seria mentre, purtroppo, quella di oggi non sembra essere all'altezza delle sfide e delle opportunità. La forza della politica estera italiana si dispiega nella dimensione europea", dice D'Alema e "non c'è un posto per noi a tavola, bisogna avere la forza di conquistarlo". Ma per farlo, per sedersi a quel tavolo servono risorse che si stanno sempre più assottigliando. "L'Italia ha cancellato dal bilancio le politiche di aiuto allo sviluppo, ha rinunciato a buona parte dei suoi impegni internazionali”. A sostegno della sua tesi D'Alema ha ricordato come tra il 2007 e il 2008 il governo Prodi destinava lo 0,35 per cento del Pil alla politica estera. "Oggi siamo riscesi allo 0,27- dice D'Alema- ma quello che colpisce è che l'Italia ha cancellato gli aiuti allo sviluppo, soffre di un'imbarazzante morosità nei confronti del fondo mondiale per l'Aids e di molte agenzie multilaterali. E' chiaro- conclude- che se vengono meno questi impegni si indebolisce enormemente, dal punto di vista dell'immagine e della sostanza, il ruolo dell'Italia. Essere protagonisti attivi del multilateralismo costa".




Questo è il link in cui potrai trovare i diversi interventi del convegno.

http://www.youdem.tv/Search.aspx?id_key=convegnoitaliaineuropa



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