ECONOMIA
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Proposta programmatica

Pensare al piccolo per crescere alla grande

Proposta approvata dall'Assemblea nazionale Varese 2010

pubblicato il 7 ottobre 2010 , 6792 letture
Idea
Premessa
Per le prospettive delle nostre micro, piccole e medie imprese è decisivo innalzare il potenziale di crescita dell’economia italiana. Il “decennio perduto”, oltre a essere un rischio per il futuro, è certamente un fatto alle nostre spalle. Dobbiamo inscrivere le specifiche riforme per le micro, piccole e medie imprese dentro una più generale strategia di sviluppo del Paese. Per tornare a crescere, è necessario un ventaglio di politiche e di riforme: ristrutturazione vera e profonda della PA, in particolare della giustizia civile; riscrittura del patto fiscale per premiare i produttori; investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture, nell'innovazione, nella ricerca, nella scuola e nell'università, nella formazione permanente; liberalizzazione dei mercati dei servizi alle persone e alle imprese; riforme della rappresentanza politica, economica e sociale e dell’efficienza delle istituzioni democratiche e, non ultimo in termini di rilevanza per la crescita economica, innalzamento del capitale sociale, della legalità e del civismo.

Il circolo virtuoso della crescita va riavviato nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, attraverso la costruzione di una politica economica comune che persegua il rigore dei conti pubblici, ma nel quadro di politiche per la crescita, per il sostegno alla domanda interna europea. L’UE non può affidare la sua crescita soltanto alle esportazioni inseguendo un rigorismo senza prospettive. L’Italia è la culla dell’impresa, della voglia, del sapere e del saper fare; coraggio, fantasia, tenacia e senso del rischio e della comunità sono le caratteristiche di un popolo che da millenni si organizza per conoscere produrre, vendere e cambiare. La Costituzione ci ricorda come dopo l’afflizione terribile della guerra i padri costituenti decisero di investire sul lavoro e sull’impresa: oggi diremmo sui “lavori” nell’accezione più ampia.


Il Paese delle opportunità
“Lo sviluppo non è un lusso, ma un dovere” (Caritas in Veritate) Il modello di sviluppo di un Paese è dato dalla sua capacità di gestire il presente, ma soprattutto dalla volontà di progettare il futuro delle prossime generazioni. È dato dalla sua visione di Stato, società, partecipazione ai processi produttivi. Con la crisi tutti i Paesi avanzati si stanno confrontando con la ricerca di un nuovo paradigma di sviluppo in grado di sostenere le contestuali sfide dell’allargamento dei diritti, della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica. Il dovere dello sviluppo e l’imperativo del rigore sono per noi il fondamento delle politiche per le future generazioni. I nostri figli meritano di non pagare gli errori del passato e di essere messi nelle condizioni di approfittare delle occasioni che un mondo più competitivo può offrire. Vogliamo costruire il Paese delle opportunità: un posto dove sia più bello e facile vivere e fare impresa, dove lo sviluppo sia non un lusso, ma un dovere. Lo vogliamo per noi e per quanti verranno dopo di noi.

1. Il Partito democratico considera la libera intrapresa dei cittadini uno strumento fondamentale di mobilità sociale e di sviluppo della capacità creativa degli italiani.

Per questo riconosciamo alle micro e piccole imprese il ruolo di “spina dorsale” del Paese, elemento di solida tenuta del sistema economico e sociale, motore di innovazione e di sviluppo, ma soprattutto veicolo di trasmissione di valori e di promozione della parità e della realizzazione umana, fondata sul merito, sulla fatica e sulla capacità di far fruttare i propri talenti.

2. Il PD crede che l’impresa sia l’espressione del rischio degli imprenditori e, al contempo, il frutto della dedizione dei lavoratori. Tutti uniti per una causa comune.

Per questo pensiamo all’impresa come all’approdo più qualificante di milioni di progetti di vita familiare: un investimento sul proprio e sull’altrui essere (italiani), sapere e credere.

3. Per il PD micro, piccola e media impresa e professioni mettono in sinergia crescita e occupazione: luoghi nei quali il fattore “lavoro”, nella sua accezione più piena e compiuta, viene massimamente valorizzato, più del “capitale”, comunque da stimolare.

4. Il PD giudica centrale per lo sviluppo del Paese il ruolo delle professioni: libere, rispondenti alle esigenze del mercato, ma riconosciute, regolate e promosse.

5. Per il PD la cooperazione rappresenta un modello avanzato d’impresa che produce ricchezza e può distribuirla attraverso la sua struttura sociale. La capacità dell’impresa cooperativa di resistere alla lunga crisi in corso ne testimonia la validità e le potenzialità di crescita.

6. Il PD vuole uno Stato che, senza invadere il campo della libertà di iniziativa, sia amico dell’impresa e del tessuto produttivo che attorno alle esperienze territoriali nasce e si consolida.

7. Il PD intende sostenere, sul piano sia giuridico sia fiscale, le reti d’impresa, l’evoluzione dei distretti e le filiere, dei consorzi, come formazioni in grado di coniugare i vantaggi in termini di flessibilità produttiva e le necessità di scala adeguata ad affrontare la competizione globale, nonché come soggetti capaci di distinguersi nel passaggio dal “lavorare per produrre” al “produrre per competere”.

8. Il PD riconosce e promuove un rapporto fiscale con l’impresa fondato sulla cultura della legalità e sulla promozione della crescita: equo e finalizzato alle buone pratiche di spesa pubblica, centrale e territoriali.

9. Il PD sostiene i progetti di incubazione di nuova impresa e i modelli di espansione produttiva e punta al rafforzamento dell’internazionalizzazione attraverso il sostegno e la promozione delle eccellenze, in tutti i settori, non solo del “made in Italy”.

10. Il PD riconosce la diversità dell’Italia nella sua struttura produttiva. Per questo siamo impegnati affinché in tutti gli ambiti le politiche dell’UE tengano conto della specifica ricchezza italiana, non rintracciabile in alcun altro Paese europeo.


A - RISORSE
Il capitale “paziente” per le PMI

1) Patrimonio e capitalizzazione Caratteristica delle PMI italiane è certamente una prevalenza (benefica) del fattore famiglia/lavoro sul capitale. Nel confermare tale peculiarità positiva, occorre promuovere l’organizzazione in rete e sostenere la patrimonializzazione.

Per questo, oltre agli strumenti di intervento fiscale (cfr. Documento sulla Riforma del Fisco), proponiamo: • Potenziamento dei CONFIDI; • Fondi di garanzia territoriali e Fondi regionali di microfinanza pubblico/privato: destinati al credito per le PMI del territorio, alimentati con l'emissione di obbligazioni e azioni da parte delle aziende nei distretti e nelle reti (Finanziaria 2009); Fondi regionali di venture capital come quelli sperimentati in Francia sul capital gain; • Società/fondazioni per trasferimento tecnologico: a partecipazione paritetica CCIAA e Università/Centri di ricerca, con l’obiettivo dell’autofinanziamento per il supporto delle PMI.

• Fondi rotativi: fondi in capitale di rischio sui modelli dei Fondi di garanzia che, in maniera terza, garantiscano l'accesso al credito con un finanziamento minimo a 7 anni.

2) Pagamenti La prima modalità di sano finanziamento dell’impresa è una corretta relazione del pagamento delle prestazioni e dei prodotti. Troppo spesso il fabbisogno di credito delle PMI è artificiosamente accresciuto da modalità di pagamento capestro, che generano un cortocircuito anche nei sistemi di autofinanziamento più sani ed evoluti.

Per questo, proponiamo:
• Revisione del Patto di stabilità interno: abbiamo presentato una proposta di legge che prevede lo spostamento del peso del Patto di stabilità per gli enti locali dal deficit (e quindi per Comuni e Provincie dalla Cassa) alla riduzione del debito e misure compensative di risparmio sulla spesa per l’acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni centrali;
• Compensazione dei crediti verso la PA superiori ai 60 giorni con crediti fiscali e previdenziali. Ciò naturalmente nel pieno rispetto dei vincoli di finanza pubblica;
• Nuova regolamentazione sui pagamenti tra privati e istituzione di una snella Autorità per i prezzi e la trasparenza, recepimento delle Direttive europee, come già previsto dalla proposta Beltrandi-Misiani.

3) Banche È innegabile che la difficoltà di accesso al credito sia esponenzialmente cresciuta con la crisi economica. Alla luce di questa situazione, occorre riallineare il percorso credito-patrimonio-progetto d’impresa ed evitare effetti e ricadute negative nell’applicazione di Basilea 3. A tal fine proponiamo:
• Aggiornamento della moratoria dei debiti delle imprese con l’introduzione del lavoro autonomo e delle professioni, mediante accordi con i fondi di garanzia territoriali, finalizzati al riassetto del debito, alla riconversione dei processi e dei prodotti e al cofinanziamento di fondi territoriali che dotino le imprese di “manager temporanei” per nuovi business plan o per la gestione delle fasi a maggior valore aggiunto dell’impresa (evitando di dare soldi ai soldi);
• Fondo di garanzia, consolidamento del finanziamento nazionale e territoriale, previsioni di accesso alle professioni, start-up e avvio delle reti d’impresa;
• Revisione dell’impostazione di Basilea 3, con l’introduzione urgente di sistemi di valutazione (rating) che si orientino alla reale capacità di stare sul mercato delle aziende e che privilegino le reali possibilità di successo del business.

4) Pubblica amministrazione e semplificazione La questione della revisione dell’art. 41 della Costituzione è solo fumo negli occhi.

Per risolvere il problema del rapporto tra Stato e imprese occorre ridefinire i confini dell’agire della PA e avviare rapidamente la riforma, senza aggravi per le attività d’impresa e di lavoro autonomo. L’atteggiamento culturale nuovo da cogliere, e che l’Europa ci propone con la Direttiva sullo Small Business Act, è fondamentale per provare a “pensare sempre a misura di piccolo”. Occorre poi prevedere che gli oneri burocratici siano proporzionali alle dimensioni e al settore aziendale.

Per queste ragioni proponiamo:
• Processo civile telematico ampliato a tutto il territorio italiano;
• Ridefinizione del ruolo della PA rispetto alle imprese: modelli di Procedimenti Unici Semplificati su igiene-ambiente, urbanistica-edilizia, sicurezza del lavoro. Solo tre procedimenti, per la definizione degli interventi in questi settori: non più un solo front-office della PA;
• Potenziamento dell’utilizzo del silenzio-assenso con destinazione delle risorse ai controlli;
• Sperimentazione dell’Agenzia per le Imprese nel suo ruolo di garante terzo, collegandola a un forte potenziamento dei controlli;
• Riforma della legge sugli appalti, con l’introduzione di vincoli di qualità, impatto ambientale e innovazione. Sia sugli appalti sia sulle commesse pubbliche proponiamo la riserva del 30% per le PMI.


B - FUTURO

Lo sviluppo che vogliamo: l’alleanza tra il PD e le PMI
1) Capitale umano e formazione Il nesso tra saperi, formazione e lavori è fondamentale per un’economia matura che vuole tornare a crescere. Lo è a maggior ragione per un sistema come quello italiano, diffuso sul territorio e parcellizzato in milioni di unità produttive.

Per riattivare questo legame, proponiamo di:
• Innalzare l’obbligo scolastico;
• Attivare incentivi fiscali per la formazione permanente dei lavoratori/imprenditori delle microimprese;
• Introdurre dei “contratti di esperienza-lavoro”: si tratta di nuove tipologie contrattuali che coinvolgono giovani dai 17 ai 19 anni che frequentano gli istituti tecnico-professionali e alternano la scuola all’esperienza diretta nelle PMI;
• Sostenere la formazione orientata all’avviamento autonomo di impresa o attività professionale e alla trasmissione di impresa fra generazioni;
• Sostenere la formazione per affiancamento, improntata all’obiettivo di “riportare la formazione nel luogo di lavoro”; dobbiamo restituire dignità alle professionalità del lavoro manuale depositario del “saper fare”;
• Sostenere la formazione post-universitaria: introduzione del credito formativo post-universitario, legato alla formazione in azienda (o nello studio professionale) verso la quale il giovane è indirizzato direttamente dall’università.

2) Costituzione avviamento di nuova impresa Il PD propone nuovi strumenti orientati alla creazione di una nuova impresa diretta, ai potenziali imprenditori under 30 o ai disoccupati over 50.

Più nel dettaglio, proponiamo:
• “Contratto di avviamento ad attività imprenditoriale” per le donne, che non comporti la perdita degli eventuali benefici derivanti dalla Cassa Integrazione per il I anno, che vengono riconvertiti in capitale utilizzabile per la nuova attività;
• Riduzione delle tariffazioni di notai/contabili e dei costi dei servizi bancari all'interno dei costi ordinari di costituzione e start-up;
• Creazione del meccanismo di “riconversione” di casi aziendali in difficoltà (leverage buy-out manageriale o dei lavoratori, comprensivo di possibilità di riconversione settoriale) nei territori (“investiamo sulle risorse territoriali”).

3) Innovazione L’innovazione non può essere solo uno spot di facile presa mediatica. Per trasformarla in una pratica concreta, appannaggio delle PMI e motore del loro sviluppo, proponiamo:
• Riconversione di tutte le risorse a fondo perduto, sia nazionali sia regionali, a copertura del credito d’imposta finalizzato a ricerca, sviluppo di nuovi prodotti, di nuovi processi e di nuovi servizi;
• Definizione del modello di credito d’imposta per la costituzione delle reti e per progetti di export delle reti medesime.

4) Reti e distretti d’impresa Le reti d’impresa, come i distretti e i consorzi, sono un’opportunità: una seria normativa può consentire lo sviluppo di sinergie sui territori. Occorre considerare le positive esperienze dei distretti. Oltre alle politiche attive per la valorizzazione delle potenzialità locali, per questo proponiamo:
• Accordo ABI sul riconoscimento delle reti d’impresa come soggetto attivo;
• Promozione dell’internazionalizzazione delle reti e delle reti impresa-servizi;
• Incentivi fiscali per le reti che assumono e per quelle che fanno integrazione tra imprese, servizi e professioni, apportando nuove competenze.

5) Internazionalizzazione La domanda mondiale nei prossimi tre anni subirà un incremento significativo solo nelle economie asiatiche e sudamericane. Un'eccessiva parcellizzazione di competenze e di soggetti impegnati a sostegno delle imprese italiane all'estero, non garantisce il supporto alle PMI. In ambito ministeriale si evidenza un’eccessiva sovrapposizione di competenze. Per superarla proponiamo di:
• Unificare gli strumenti sul piano nazionale (azione che evidentemente libererebbe risorse);
• Introdurre a livello nazionale una Cabina di regia delle iniziative dei territori.

Più in generale, per rendere il “made in Italy” capofila di una promozione eurolocal, proponiamo:
• Deduzione totale dei costi per l’apertura e l’avviamento di sedi commerciali all’estero (solo finalizzati alla vendita, non alla produzione);
• Deduzione delle spese sostenute per i corsi di lingua (inglese e del Paese meta di internazionalizzazione);
• Ricognizione delle imprese altamente internazionalizzate (short list qualificata): individuazione del patrimonio nazionale internazionalizzato che sia la base per la nascita di un vero network di imprese;
• Legge quadro nazionale a supporto dei processi di internazionalizzazione: un testo unico che razionalizzi strumenti ed enti che operano in materia. Un quadro normativo nazionale in coerenza con le politiche comunitarie sugli interventi a favore delle PMI;
• Accordi regionali con il MSE per sostenere azioni promozionali all’estero e potenziamento dell'offerta, con particolare riferimento alle reti d’impresa;
?? Fondo nazionale per aiuti diretti all'internazionalizzazione delle PMI: il Fondo sarà composto da una parte a fondo perduto e da una parte garanzia al credito, da ripartire con le regioni in base a una programmazione quadro nazionale;
• Credito d’imposta per l’internazionalizzazione, rafforzato nel caso di reti d’impresa;
• Inquadramento delle azioni di internazionalizzazione delle PMI italiane in una cornice europea: stipula di contratti di partenariato comunitario che, partendo dalla valorizzazione delle identità locali, sappiano creare reti di impresa transnazionali quali unico elemento di concreta competitività nel mercato globale.


C – COOPERAZIONE
Pluralismo e qualità: la forza di stare insieme
1) Mantenere il rispetto del pluralismo imprenditoriale Per l’imprenditoria cooperativa è necessario ripartire dal dettato costituzionale che “riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità […], ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Se le specificità della cooperazione costituiscono un valore aggiunto in tutti i settori in cui è presente, ne esistono alcuni in cui l'assenza dello scopo di lucro è elemento “essenziale” per lo sviluppo economico e sociale del paese. Nel Mezzogiorno, in particolare, la promozione e lo sviluppo della cooperazione vanno sostenuti poiché in grado di valorizzare le risorse endogene e accrescere il capitale sociale del territorio, permettendo la partecipazione diretta dei cittadini ai processi economici e di cambiamento nelle comunità locali. Nella sua componente di emancipazione, la cooperazione è, dunque, parte attiva di un progetto di sviluppo del territorio.

2) Sostenere l’esperienza delle cooperative sociali Le cooperative, caratterizzate dai principi di sussidiarietà, solidarietà, responsabilità e partecipazione, vanno sostenute per la loro capacità di porre le persone nelle condizioni di partecipare - da protagoniste - alla costruzione delle risposte alle loro stesse necessità. L’inserimento lavorativo delle persone disabili, i servizi sociali e di assistenza, sono ambiti che richiedono il valore aggiunto del “bene relazionale”, del quale la cooperazione è strumento principe. Lo scopo mutualistico che caratterizza le cooperative autentiche dimostra che esiste un modo differente e attuale di stare sul mercato e di fare impresa, un modo peculiare di mettere al centro la persona che è origine e fine della sua stessa ragione di essere, valorizzando le risorse e le potenzialità del territorio in cui le cooperative sono radicate.

3) Sostenere la qualità della cooperazione e la cooperazione di qualità Mutualità e partecipazione dei cooperatori sono fondamentali. Per questo occorre contrastare la cooperazione spuria, anche con l'esercizio effettivo della vigilanza prevista dalla legge in tutte le cooperative. La cooperazione è la scelta consapevole di una governance basata sulla democrazia economica e sulla solidarietà, ma per esistere deve essere virtuosa, capace di rendere i requisiti di mutualità e partecipazione un elemento di forza e distinzione. La vera cooperazione non teme, bensì incoraggia, maggiore controllo e rigore. La vigilanza è stata disegnata dal legislatore ordinario come una funzione che coniuga gli aspetti tipici dell’attività ispettiva con un fondamentale ruolo di assistenza e sostegno alla corretta gestione dell’insieme di norme legislative e statutarie. Il sistema dei controlli ha, dunque, il compito di contenere fenomeni degenerativi pericolosi, quali la cooperazione spuria, capace di danneggiare in maniera sostanziale la cooperazione genuina e il sistema Italia nel suo complesso.


D – PROFESSIONI
Nuove professioni: la proposta del PD
La legislazione nazionale ha sempre lasciato in ombra il mondo dei lavoratori autonomi e delle professioni, anche se la Costituzione valorizza fortemente l’iniziativa imprenditoriale (art. 41). Dare maggiore spazio al lavoro dipendente della grande fabbrica (vedi Statuto dei Lavoratori) andava bene in una determinata fase storica e all’interno di un contesto sociale che puntava sui meccanismi produttivi “fordisti”. La proposta Treu sulle nuove professioni, depositata in Parlamento, cambia questa prospettiva promuovendo e valorizzando appunti i nuovi professionisti. Gli obiettivi della proposta sono:
• Annullare il ritardo che ha la legislazione del mondo dei lavoratori autonomi e dei professionisti rispetto ai lavoratori dipendenti;
• Scongiurare ogni omologazione con le normative tradizionali del diritto del lavoro costruite sul modello fordista del lavoro dipendente;
• Introdurre una proporzionalità tra le regole del lavoro dipendente e il lavoro autonomo;
• Tener conto del rapporto di sussidiarietà fra le fonti: il quadro dettato dalla legge deve lasciare spazio all’autonomia collettiva delle categorie interessate e, per i soggetti in grado di negoziare in proprio, alla contrattazione collettiva;
• Riformare il sistema degli ammortizzatori sociali con estensione delle tutele ai lavoratori autonomi, ai professionisti e ai piccoli imprenditori;
• Non annullare le specificità della categoria dei lavoratori autonomi (tutele, incentivi, esigenze comuni di questi soggetti); valorizzare e riconoscere il loro lavoro.

A beneficiare di questo redisegno della materia saranno i soggetti che partecipano in autonomia alla produzione di beni e servizi con la prevalenza di lavoro proprio e/o del nucleo familiare. Il fattore lavoro, anche qui, è dunque cruciale. Più nello specifico il soggetto protagonista è il prestatore di lavoro professionale e personale al di fuori di vincoli di subordinazione e a titolo oneroso: piccoli imprenditori, artigiani e piccoli commercianti con attività organizzata con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia, i professionisti, gli agenti, etc.

Guardiamo con grande interesse, infiene, anche al fenomeno nuovo e quanto mai significativo per l’integrazione e la crescita del Paese, delle 340.00 aziende costituite da immigrati. La promozione dell’autoimpresa per chi viene in Italia e, rispondendo a esigenze reali di mercato, si afferma nella legalità e nel rispetto delle regole è e rimane un nostro impegno.
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commenti

#1 Michele di Pisa, 18/2/2011

Premesse 1. Le crisi economiche possono essere un'opportunità. Quello che solitamente chiamiamo 'crisi economica' è un normale fenomeno che si verifica quando un numero elevato di soggetti e settori arriva contemporaneamente alla fine del proprio di ciclo di vita, in particolare in presenza di fattori catalizzanti, come l'esplosione d'una bolla speculativa o una grande corrente innovativa. In assenza di tali catalizzatori, i settori e le aziende spazzate via dalla crisi scomparirebbero ugualmente dalla scena economica, anche se in un lasso di tempo meno concentrato e in modo meno traumatico ed appariscente. Le crisi cicliche sono un fenomeno inevitabile e necessario per ripulire il mercato dalle imprese più vecchie e inefficienti e fare posto ai nuovi soggetti che guideranno il nuovo ciclo economico. La nascita di numerosi colossi industriali coincide spesso con la crisi e la scomparsa dei precedenti dinosauri economici, dei quali prendono il posto. 2. L’innovazione è il solo modo per uscire dalla crisi. In presenza di un fenomeno di crisi ciclica non è sufficiente sostenere le imprese o le famiglie in difficoltà. Questa manovra va bene nel brevissimo periodo, come politica di solidarietà. Nel medio e lungo termine può diventare inefficace e dannosa, in quanto ritarda il rinnovamento del tessuto produttivo. Solo favorendo la nascita d'una nuova generazione di imprese innovanti è possibile uscire dalla recessione. Da qui la necessità d'un forte stimolo per favorire l'innovazione all'interno delle aziende ancora sane, ma soprattutto per aiutare a far nascere le nuove imprese innovanti. Tale esigenza e frustrata da due fattori: la cronica insufficienza dei fondi e l'equivoco molto diffuso secondo cui, per incentivare l'innovazione, bisogna dare soldi solo alla ricerca universitaria. Questo è vero nel lungo (o lunghissimo) periodo. Nel cuore di una crisi economica, invece, occorrono misure che diano subito risultati immediati e tangibili. Le persone in cassa integrazione non possono aspettare le ricadute economiche delle ricerche sui neutrini, dell'indagine storiografica, o sulla teoria matematica delle stringhe. 3. Per quanto concerne l’innovazione, il sistema economico italiano è svantaggiato rispetto a quello anglosassone in quanto è del tutto assente il fenomeno del capitalismo di rischio (venture capitals), con il suo naturale sbocco che è la Borsa: a Londra, ad esempio, ogni mese vengono quotate circa 20 nuove aziende, un gran numero delle quali ha meno di 10 dipendenti. Il capitale delle nuove imprese italiane (ma anche di moltissime di quelle meno nuove) generalmente è insufficiente se non del tutto nominale. Per di più, il finanziamento bancario –che comunque non può e non deve sostituirsi al capitale di rischio - è condizionato da garanzie reali di tipo “usuraio” ed oggi è reso più difficoltoso, oltre che dalla crisi, dagli accordi di Basilea II. 4. La capacità di innovazione delle imprese è limitata, mentre gli innovatori non hanno le possibilità di promuovere nuove imprese. § Nelle imprese italiane, e in particolare in quelle aree con più radicata cultura industriale, come la Lombardia, operano numerosissimi capiofficina, responsabili di prodotto e semplici operai che hanno idee brillanti sull’evoluzione dei prodotti e/o dei processi produttivi. Tuttavia, nelle imprese dove sono in organico restano inascoltati e, se vogliono realizzare le proprie idee sono ‘costretti’ a mettersi in proprio. § Le imprese di successo, infatti, non hanno interesse a fare proprie tali idee a causa della cultura del “si è fatto sempre così, perché dobbiamo cambiare?”. § Quelle in crisi mancano delle risorse finanziarie necessarie per giocare la carta del cambiamento. § In entrambi i tipi di azienda spesso c’è diffidenza per le proposte innovative che non partono dai vertici gerarchici. § La recente storia industriale, inoltre, dimostra che l’innovazione avviene sempre al di fuori delle aziende consolidate ad opera di elementi che ne sono fuoriusciti. § Il guaio è che senza una capitalismo di rischio, i potenziali creatori di nuove imprese innovanti rimarranno solo ‘potenziali’. Proposte 1. Proposta n. 1 – Fondi a iniziativa pubblica di “investimento a rischio” 1.1 Necessità di uno o più “fondi a iniziativa pubblica di investimento a rischio” (venture capitals funds) per le nuove imprese innovanti e ruolo dell’amministrazione provinciale per la loro creazione e promozione. Il Governo e altri enti territoriali potrebbe farsi promotrice di tre o più “fondi di investimento a rischio” per promuovere la creazione di imprese innovative. Tali fondi dovrebbero essere costituiti in compartecipazione paritaria con istituzioni specializzate internazionali, lasciando l’operatività interamente nelle mani di queste ultime, con l’unico obbligo che gli interventi vengano effettuati esclusivamente per iniziative localizzate nella area di competenza dell'ente promotore. Tale sistema raddoppierebbe automaticamente il valore dell’investimento complessivo ed eviterebbe i rischi di politicizzazione e di non professionalità degli interventi. 1.2. Vantaggi a breve e medio termine Poiché i fondi di investimento a rischio professionali solitamente riescono ad avere successi nella misura del 15-20% del capitale investito, nel giro di pochi anni, l’iniziativa si trasformerebbe, oltre che in fondo rotativo di propulsione economica, anche in una importante fonte di reddito per l’amministrazione stessa, da investire nelle attività più tradizionali dell’ente promotore. Nell’ipotesi di tre fondi da 100 milioni di euro, si potrebbero finanziare tra 100 e 200 iniziative, con la ragionevole speranza che almeno una su sei abbia successo. In termini occupazionali, tre fondi da 100 milioni di euro potrebbero creare tra 1.500 e 2.000 posti di lavoro. L’esempio dello Stato , inoltre, potrebbe costituire un esempio virtuoso per le amministrazioni locali ed aiutare a colmare quel divario di democrazia economica che grava sul nostro Paese. 2. Proposta n. 2 – Finanziamento diretto alle aziende per la formazione interna di disoccupati o di giovani precari 2.1. Attingendo anche a fondi comunitari si spendono cifre importanti per la formazione e la riqualificazione di lavoratori (in particolare disoccupati) attraverso l'organizzazione di corsi. In più di un caso tali corsi si sono rivelati fonte di spreco e di corruzione, senza che si disponga di dati sulla loro capacità di favorire una reale occupazione. 2.2 La proposta, sull'esempio di una recente iniziativa dello stato della Pennsylvania, è di affidare tali cifre direttamente alle aziende che assumono in modo da favorire la formazione interna a cura delle stesse imprese beneficiarie. Il meccanismo al qual si fa riferimento prevede un contributo scalare per ciascuna assunzione di disoccupati, in particolare oltre una certa soglia di età, o di precari, da erogare durante il primo anno secondo un regressione di questo tipo: primi due mesi, contributo pari al 100% del costo lordo del nuovo assunto; terzo mese, contributo pari al 90% del costo lordo del nuovo assunto; quarto mese, contributo pari all'80%; quinto mese, contributo pari al 70%; e così via fino all'undicesimo mese, quando il contributo sarà pari solo al 10%. 3. Proposta n. 4 – Siti di commercio elettronico gratuiti per le piccole e medie aziende Nell’era di Internet la presenza in rete delle imprese è uno dei fattori principali di promozione e successo. In Italia le vendite online sono appena l'1% del totale e solo 24 milioni di italiani vanno in Rete (ma quelli che fanno acquisti in rete sono 6 milioni). Ciononostante le vendite via internet effettuate da imprese italiane hanno segnato un incremento del 20% rispetto al 2007: chiaramente in controtendenza rispetto alla crisi generale del comparto commerciale. Per aiutare le piccole e medie imprese ad aprirsi degli spazi commerciale in rete, governo, regioni e province dovrebbe acquisire (o stringere accordi di collaborazione) con delle piattaforme gratuite di commercio elettronico, magari ospitandole nei propri server. Contemporaneamente potrebbe organizzare un gruppo di “Angeli di Internet” che aiutino gratuitamente le imprese più piccole a realizzare il proprio sito di vendita su tali piattaforme. 4. Proposta n. 5 – Adozione generalizzata del software libero e in formato aperto Il finanziamento della proposta “commercio elettronico” molto probabilmente potrebbe essere garantito con le economie derivanti dall’adozione a livello regionale del software libero e in formato aperto. La cui adozione può non essere motivata soltanto da motivi di risparmio, ma da una precisa scelta politica ed ideologica in favore del software cooperativo. Per altro questa ormai sembra la direzione di molti paesi e di molte amministrazioni. Dopo la Cina, infatti, anche la Norvegia ha deciso di abbandonare i programmi ed i sistemi operativi commerciali in favore del software libero, mentre in Francia la Gendarmerie e il Parlamento e, in Spagna, Il Governo dell'Estremadura sono in fase di migrazione quasi completa. Vecchie promesse mai mantenute Durante l'ultima campagna elettorale i due schieramenti principali avevano presentato delle ricette per lo più rimaste lettera morta. Ricordiamo le proposte più significative. · Da parte PdL si era posto l’accento su tre misure in particolare 1. una progressiva detassazione generalizzata, 2. la detassazione completa del lavoro straordinario, 3. il pagamento dell’Iva per cassa. · Il PD, per parte sua, oltre ad una progressiva detassazione generale (ma accompagnata da misure di perequazione per quanto concerne le rendite finanziarie) e alla detassazione degli incrementi retributivi a titolo di premio di produttività, ha puntato il dito su misure di sostegno più attivo come un programma straordinario di edilizia in favore delle giovani generazioni. Detassazione generalizzata. Indipendentemente dalla presente impraticabilità, sulla capacità propulsiva delle detassazioni generalizzate, le esperienze recenti degli altri paesi insegnano che, se non accompagnate da politiche incentivali più attive, queste sono poco efficaci. In linea generale osserverò che si tratta di misure più ideologiche che tecniche e che la loro reale efficacia risiede soprattutto nelle ripercussioni psicologiche. Sul piano pratico, è anche possibile che una maggiore liquidità nelle mani degli operatori, non significa necessariamente un incremento di investimenti nel sistema interno: il denaro generalmente corre verso quei paesi dove viene meglio retribuito e la crisi interna che tale immissione di liquidità dovrebbe risolvere di per sé non rappresenta un incentivo al patriottismo economico. Iva per cassa. Nell’attuale congiuntura italiana, molto più utile potrebbe essere l’introduzione del pagamento dell’Iva per cassa. Una misura simile era stata introdotta da Bush nel primo programma di rilancio dell’economia del gennaio 2003, ma limitatamente alle aziende più piccole. Non conosco studi sui suoi effetti pratici. Nel caso italiano, certamente, avrebbe un impatto positivo, dato il contemporaneo irrigidimento delle politiche creditizie delle banche per via della progressiva attuazione delle direttive del cosiddetto “Basilea 2”: a fronte di una sottocapitalizzazione strutturale di queste imprese, certamente rappresenterebbe una boccata d’ossigeno finanziario, più importante ai fini della sopravvivenza che sotto il profilo della crescita. Detassazione degli straordinari. Meno incisiva (ma non per questo da cestinare), mi sembra l’altra proposta, che per altro ho sempre sostenuto, della detassazione degli straordinari. Questa proposta fa il pendant con quella del PD relativa alla detassazione degli incrementi retributivi a titolo di maggiore produttività. Personalmente non sono convinto che la detassazione degli straordinari possa avere un impatto determinante ai fini della crescita, anche se sulla carta, la sua attuazione, ipotizzando dieci ore di straordinario per settimana, potrebbe comportare una diminuzione del 12,5% del costo complessivo del lavoro e, quindi, una riduzione complessiva del costo dei prodotti nell’ordine del 4-5%. Per la mia personale esperienza, le aziende che dovrebbero avvantaggiarsi di questa misura, hanno già risolto il problema d’una maggiore competitività ricorrendo a man bassa al lavoro precario o, là dove ciò non è possibile, dotandosi di strumenti per pagare in nero le ore di straordinario. Conosco più di un imprenditore che giustifica con questa esigenza il ricorso alle riserve occulte che, in alcuni settori in particolare, le aziende capaci di avere utili importanti riescono sempre a creare. Probabilmente il vero beneficiario d’una misura del genere sarebbe solo l’Inail. E’ noto, infatti, che il grosso degli incidenti sul lavoro si verifica durante le ore di lavoro supplementari; la loro denuncia, tuttavia, se lo straordinario è in nero, viene fatta come se si fossero verificati durante le ore di lavoro regolare. Detassando il lavoro straordinario (ma non l’assicurazione contro gli eventuali incidenti), l’Inail, appunto, ha tutto da guadagnarci. La proposta del PD non è molto dissimile, anche se, in una certa misura, risente ancora d’una sorta di preclusione ideologica nei confronti del lavoro straordinario. Non è però peregrina l’osservazione che essa mira ad una perequazione di genere tra i lavoratori, essendo noto che le donne sono meno proclivi al lavoro straordinario. mdipisa@sysstems.it

#2 Francesco C., 7/9/2011

Sono entusiasta di questa sintesi. Questa e' la dimostrazione di come il Partito abbia saputo rinnovarsi e - proattivamente - ergersi a protagonista per un futuro di sviluppo del paese. Diffondete questo doc !!

#3 Stefano Bernstein, 1/11/2011

Oggi che scrivo è il 1.11.2011. Bene, l'articolo è qui da più di un anno, dal 7.10.2010.In quel momento la proposta/sintesi poteva essere condivisibile e sostenibile. Però è successo di tutto nel frattempo... Da un partito che si professa innovatore, scoprire che le pagine web si aggiornano con ritmo superannuale è veramente stupefacente. Possibile che abbiamo i profeti? Possibile che quello che si è proposto nell'ottobre 2010 valga il novembre 2011, con i btp al 6,5%, la grecia ko e l'italia praticamente equiparata? Mi chiedo, ma dove vive il PD? Oppure siamo nella situazione che il sito lo guardano pochi sfigati distratti?

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