Primi spunti programmatici in tema di Pubblica Amministrazione in vista dell’Assemblea nazionale (Napoli, 28 - 29 gennaio 2011)Un’amministrazione pubblica diversa per l’Italia che rinasceUna doverosa premessaCon questo documento il PD intende rilanciare la sua iniziativa sulla questione strategica delle pubbliche amministrazioni e della loro innovazione.
L’obiettivo fondamentale è avere finalmente anche in Italia, un’amministrazione al servizio dei cittadini, basata su regole certe e trasparenti che favoriscano la competizione nel mercato e garante dei diritti di tutti.
Ci poniamo
dal punto di vista del cittadino e delle imprese; e per questo sosteniamo il ruolo e la dignità dei circa tre milioni e cinquecentomila uomini e donne che lavorano nelle pp.aa., senza dei quali o ancor peggio contro i quali è impensabile cambiare davvero.
Il Governo di centrodestra ha in questi anni adottato una politica ideologica e demagogica, il cui fine ultimo è stato ed è mortificare il settore pubblico e chi ci lavora, per privilegiare, invece, gli interessi privati, meglio se “amici del governo” che, senza più regole né controlli, puntano a dominare il Paese, mentre i servizi offerti peggiorano.Noi al contrario puntiamo ad una
elaborazione autonoma, capace di rimotivare e riformare il ruolo del settore pubblico. Come dimostra l’esperienza dei più avanzati paesi europei una PA al servizio dei cittadini e una politica per il personale finalizzata a valorizzarne le professionalità, è condizione di democrazia, sviluppo e civiltà.
1. I compiti della politicaSe una vera riforma dell’amministrazione, come strumento del bene comune, non è decollata la colpa è innanzitutto della politica e principalmente dei governi del centro-destra, che hanno cercato il consenso facile agitando spot su “fannulloni, costi e inefficienze”. Così il settore pubblico è stato mortificato da tagli indistinti e arbitrari, mentre gli sprechi e le regalie interessate gonfiavano di costi il bilancio della Stato senza niente restituire ai cittadini in servizi e di efficienza.
Ma anche noi del centro sinistra abbiamo commesso degli errori. Per esempio quando, abbiamo considerato quasi normale contrapporre una presunta efficienza del privato all’inefficienza fatale del pubblico. L’origine della crisi internazionale e i pesanti effetti sociali che sta ancora producendo dimostrano in modo evidente che così non è e che anzi proprio il ruolo dei servizi pubblici è ovunque fattore di traino per uscire dalla crisi e rilanciare una crescita solida dell’economia e delle imprese.
È tempo di un nuovo reciproco riconoscimento fra sistema pubblico e sistema privato. Un nuovo patto che superi le contrapposizioni ideologiche e concorra a ridefinire il perimetro di azione delle pubbliche amministrazioni. Questo patto è essenziale per portare avanti un’azione innovativa decisa e continua dentro le diverse pubbliche amministrazioni. Per uscire dalla ricerca ossessiva di riforme salvifiche e di atti simbolici per quanto inefficaci.
2. La politica del PD come fattore attivo del cambiamentoDunque tocca alla politica e nella politica ai partiti; essi sono chiamati a rompere un luogo comune: essere considerati irrecuperabilmente la fonte prima del discredito e dell’inefficienza delle pubbliche amministrazioni. La politica al contrario può essere capace di disegnare un nuovo ruolo alle pubbliche amministrazioni, di dare loro una missione e fare in modo che possano diventare un soggetto di cambiamento.
E’ una vera sfida per Il PD, nato per cambiare la politica. Il PD non deve percorrere vecchie e fallaci strade di presunta diversità e/o superiorità etica e morale, ma da partito laico, pretendere che chi porta il suo nome assuma nella propria esperienza di governo nazionale, regionale o locale un’etica rigorosa, perseguendo qualità e efficienza nel governo delle pubbliche amministrazioni, mettendo il cittadino avanti a tutto.
Per questo si può prevedere un
Codice di Responsabilità, che dovranno sottoscrivere donne e uomini del PD al momento in cui assumono incarichi di amministrazione pubblica, e che preveda azioni essenziali da portare avanti per il corretto funzionamento delle PA, finalizzate a rendere più efficienti gli uffici pubblici, a definire gli obiettivi strategici e gestionali ai quali devono far riferimento i dirigenti, al più efficace funzionamento degli organismi di controllo delle prestazioni dei dipendenti, a far prevalere il merito nella valutazione dei risultati e delle attività svolte dal personale e a migliorarne la formazione e l’informazione, a definire standard di funzionamento dei servizi anche con forme di consultazione dei cittadini.
Il Partito Democratico si impegna a formare su questa base etica nuove leve di amministratori in grado di diventare gli agenti della riforma, diffusori del cambiamento.
3. Prima di tutto combattere la corruzione La Corte dei conti, ogni anno, denuncia con parole sempre più aspre i costi e la vastità allarmante del fenomeno della corruzione pubblica.
Tocca al PD combattere a fondo la corruzione, sia come fattore di spreco che grava sui cittadini, sia come elemento cruciale della crisi morale del Paese.
Il PD si pone l’obiettivo di rimuovere le condizioni che facilitano la corruzione: no all’abuso di gestioni speciali e commissariali; introduzione di meccanismi di trasparenza, anche patrimoniale, dei titolari di funzioni istituzionali e amministrative; introduzione di un quadro più rigoroso di incompatibilità tra l’esercizio funzioni di natura amministrativa e giudiziaria.
Per gli appalti: un diverso criterio di accreditamento delle imprese, incentivazione di strumentazioni quali l’e-procurement nonché di forme di centralizzazione degli acquisti. Va inoltre rivista radicalmente la normativa sulle grandi opere, sui grandi eventi, sulla protezione civile e sulla segretazione degli appalti.
Infine, la corruzione si combatte in primo luogo con una semplificazione dei modelli organizzativi e gestionali, cioè con una chiara individuazione delle responsabilità e una netta separazione tra politica e amministrazione.
4. Un quadro istituzionale stabile per pubbliche amministrazioni efficienti. La lunga transizione istituzionale che si trascina ormai da un quindicennio può essere letta anche come una lunga stagione di confusione amministrativa. Uscirne, attuando il Titolo V della seconda parte della Costituzione e completando il disegno di sistema con il Senato delle regioni e delle autonomie, è dunque decisivo.
La palese sottovalutazione da parte del Governo e della maggioranza della parte ordinamentale del disegno federalista è un grave ostacolo alla riforma amministrativa. Un vero progetto federalista è invece una imperdibile occasione di riforma delle pa: lo Stato centrale deve diventare più autorevole e forte e nel contempo più snello; le regioni devono abbandonare ogni forma di gestione amministrativa a vantaggio della loro funzione di legislazione e programmazione; le province vanno finalmente razionalizzate nel numero e definite nella loro funzione di governo di area vasta; il processo di realizzazione delle città metropolitane va accelerato e la frammentazione gestionale da parte dei piccoli comuni superata favorendo i processi di unione.
E’ un grande progetto di cambiamento che il governo sta tradendo nel momento in cui non legifera sui livelli essenziali delle prestazioni e di assistenza da garantire in tutto il paese; nel momento in cui lede in continuazione il principio di autonomia statutaria e organizzativa degli eell; nel momento in cui costringe il sistema dentro ad un processo ipercentralista.
5. Esternalizzazioni e rapporto con il privato. La crisi e la forzata e ideologica contrapposizione fra pubblico e privato stanno facendo perdere al paese l’occasione di un corretto processo di sinergia che può far bene ai servizi, alla pubblica amministrazione, agli utenti, al sistema economico e delle imprese.
L’amministrazione centrale ma soprattutto quella locale, anche per effetto di uno “insensato” patto di stabilità interno, ha conosciuto in questi ultimi anni un fenomeno non sempre virtuoso di privatizzazioni e esternalizzazioni. Parallelamente è in atto una pressione forte da parte di soggetti privati che si stanno rivolgendo a mercati protetti e fortemente sostenuti dal denaro pubblico come nuovi terreni di affari. Tutto questo al di fuori di una visione strategica che è prioritario recuperare e che compete alla politica, a chi ha responsabilità di governo nazionale, regionale e locale.
Bisogna saper dare vita a veri e propri piani strategici dei servizi capaci di proporre una visione di medio periodo, da costruirsi con il concorso dei cittadini, delle associazioni, dei sindacati, delle imprese, delle fondazioni bancarie, delle università. Questo è il modo per sottrarsi alla logica dell’emergenza. La materia va riportata a razionalità sapendo distinguere fra liberalizzazioni che fanno bene al mercato e esternalizzazioni che vanno verificate senza pregiudizi ma nella consapevolezza che in gioco ci sono beni e servizi pubblici.
Mentre le esternalizzazioni di attività costituiscono prassi gestionali consolidate, le esternalizzazioni di funzioni vanno limitate a casi eccezionali.Al centro per noi ci sono il cittadino, l’impresa, l’utente. Il che comporta un secco no alla pratica degli appalti al massimo ribasso per la gestione dei servizi che prescindono da ogni valutazione qualitativa delle offerte e dallo status giuridico dei lavoratori dipendenti delle imprese che vi partecipano; per questa ragione le amministrazioni devono adottare efficaci metodologie di valutazione dei soggetti esterni.
6. La sussidiarietà e le PASul concetto di sussidiarietà, la nostra visione è nettamente distante da quella del governo di centro destra, che vorrebbe relegare l’intervento pubblico a mera eventualità residuale, circoscritta ai soli casi in cui il settore privato non ritenga opportuno (per motivi economici od altro) intervenire. La nostra sussidiarietà, all’opposto, non rinuncia comunque ad un ruolo pubblico, particolarmente laddove – come negli ambiti dei servizi dell’istruzione e della sanità - sia necessario tutelare gli interessi generali e i diritti dei cittadini. Il che non significa affatto trascurare l’importanza dell’apporto che i privati possono dare alla realizzazione degli interessi della collettività. Si tratta di dare attuazione a quanto prevede la stessa Costituzione, così come riformata nel 2001, prevedendo il dovere, per tutti i livelli istituzionali, dallo Stato al comune, di favorire “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Dovere essenziale di favorire, vale a dire di agevolare e sostenere queste attività; ma senza abdicare ai compiti pubblici di controllo.
7. Un grande obiettivo: ringiovanire le pubbliche amministrazioni.
Pensiamo a un programma di ringiovanimento dell’apparato pubblico. L’età media dei dipendenti dei Ministeri è di 49, 5 per le donne e di oltre 50 per gli uomini. Le pubbliche amministrazioni italiane stanno invecchiando velocemente e questo produce un ritardo oggettivo nei processi di modernizzazione del sistema. Le risorse più giovani, circa 300.000, assunte con contratti “precari” vengono spazzate via dalla manovra economica di agosto e i vincitori di concorso, 75.000, vedono svanire la loro possibilità di essere assunti
Il PD riaprirà i concorsi. Niente ope legis, niente meccanismi automatici di assunzione, la selezione deve essere vera e fatta attraverso concorsi pubblici, con l’obiettivo di abbassare significativamente l’età media e immettere figure portatrici di conoscenze e motivazioni nuove. Per evitare distorsioni clientelari saranno concorsi unici, articolati per professionalità e sul territorio, che producano graduatorie cui possano attingere i diversi Enti ed Amministrazioni.
Per finanziare i concorsi si potrebbero ad esempio utilizzare i risparmi di spesa conseguibili attraverso un maggiore ricorso alla centralizzazione degli acquisti di beni e servizi: ipotizzando che si acquisti in maniera centralizzata il 10% di questi beni e servizi, si stimano infatti risparmi per circa 460 milioni di euro annui.
8. Una formazione con la bussola La qualità del personale delle PA oltre che da un sostanzioso ringiovanimento dipende anche dalla formazione continua dei dipendenti.
Il primo difetto capitale del sistema formativo pubblico italiano è che non ha una bussola. In Italia ogni amministrazione ha preteso la propria scuola, sicché oggi abbiamo
la galassia della formazione. Basta scorrere l’elenco delle attuali scuole (almeno 10, senza contare due scuole regionali). Una frammentazione particolaristica che tra l’altro implica grandi sprechi: nel 2009 sono stati destinati alla formazione 141.174.030 euro, pari allo 0,65% della massa salariale. Il 45% è stato speso per i ministeri, il 28% per gli enti pubblici, il 24% per la sicurezza e il resto negli altri comparti. Va aggiunto che molte di queste scuole comprano docenze all’esterno (nel mondo universitario, specificamente), anche quando hanno in organico – come capita alla Scuola superiore della p.a. – un cospicuo personale docente “comandato” dalle università stesse e dalle pubbliche amministrazioni.
Insomma,
non esiste una politica-guida della formazione. Il che a sua volta produce una estrema varietà di politiche formative in un quadro di totale deregulation del settore. Per riformare la formazione occorre prefigurare l’assetto dell’amministrazione su scala nazionale dopo che sia avvenuta la riforma federalista dello Stato. Ciò comporterà sostenere normativamente la mobilità del personale e una riorganizzazione di quello rimasto al centro. Il personale del domani prossimo sia che sia impegnato al centro o a livello delle regioni e delle autonomie, dovrà avere sempre più un profilo formativo europeo e saper andare oltre una cultura prevalentemente giuridico formalistica a vantaggio di una capacità di lettura dei fenomeni economici e sociali e ad una attitudine organizzativa/manageriale.
9. Piani industriali per cambiare le PA La pubblica amministrazione come realtà omogenea non esiste e le singole pubbliche amministrazioni spesso in affanno stanno cambiando e si stanno specializzando sotto la spinta di una società e di un mercato in rapida evoluzione.
Il lavoro pubblico sta cambiando. In parte per la nuova “missione” che assumono gli apparati pubblici, per l’effetto modernizzante delle tecnologie più avanzare che riduce sempre più il tradizionale lavoro burocratico e ripetitivo; si sviluppano le funzioni di rapporto con l’utenza, di ascolto, facilitazione, sostegno; emergono con forza le esigenze di adattamento continuo all’evoluzione del quadro normativo e delle situazioni sociali di impatto dell’ azione amministrativa. Perciò, servono più giovani, più donne, più professionalità elevate. Diviene centrale il
changing management.
Crediamo che non si debba rincorrere perennemente la grande riforma della pubblica amministrazione, velleità che produce (come si è visto con il ministro Brunetta) un fallimento e un inaccettabile processo di centralizzazione. Noi lavoreremo invece con la pazienza del buon giardiniere, che un giorno estirpa le piante cattive, un giorno innaffia, un altro pota, un altro ancora cura con amore le piante ammalate. Faremo innanzitutto una costante e
mirata manutenzione delle leggi esistenti e le riforme necessarie dove e quando servono: programmi di miglioramento continuo.Bisogna intervenire sulle singole PA con veri e propri piani industriali, da calare nello specifico con obiettivi, risorse, tempi, verifica dei risultati, monitorandone accuratamente gli effetti. Dentro questo approccio si colloca la riscoperta del valore della contrattazione con le rappresentanze sindacali e la migliore definizione di chi è e chi svolge
il ruolo di datore di lavoro pubblico. 10. Il ruolo responsabile e autonomo della dirigenzaIl PD vuole valorizzare il ruolo della dirigenza.
Essa deve essere autonoma, liberata dagli effetti negativi dello spoil system, pratica che ha prodotto una forte immissione nel sistema di pseudo dirigenti affini alla politica con il risultato evidente della squalificazione della funzione dirigenziale.
Produrremo
una significativa riduzione del numero dei dirigenti proprio in considerazione dell???obiettivo di una loro maggiore qualificazione e dignità e parallelamente alla emersione di quadri direttivi intermedi sempre più decisivi nei processi gestionali, giovani ad alta professionalità fortemente presenti nel sistema privato ma non in quello pubblico.
Fondamentali, sia in riferimento alla dirigenza, sia alla emersione di quadri direttivi saranno le azioni positive finalizzate alla
valorizzazione delle donne, le quali sono la maggioranza dei dipendenti ma si riducono via via che ci si avvicina alle funzioni apicali.
11. I sistemi di valutazione. La valutazione è il sistema attraverso cui le strutture delle PA fanno monitoraggio continuo delle proprie performance e non è solo un sistema premiale o punitivo dei singoli.
Per questo occorre favorire la concreta applicazione dei sistemi di valutazione che non siano solo una formale e rituale applicazione di astratte metodologie, ma siano strumenti efficaci a recuperare il merito e incentivare la messa in gioco di capacità e potenzialità individuali e di gruppo.
I sistemi di valutazione, maggiormente indirizzati ai bisogni dei cittadini e delle imprese, dovranno essere potenziati e generalizzati poiché in base alla loro affidabilità e oggettività dovrà essere erogata una sempre maggiore parte della retribuzione alla dirigenza.
Più la politica ottempererà al suo dovere di dare obiettivi precisi e più saprà mantenere il governo complessivo dei i diversi piani industriali più saranno efficaci i sistemi di valutazione dei quali debbono entrare a pieno titolo a far parte gli strumenti di rendicontazione capaci di coinvolgere i cittadini e i soggetti sociali.
12. InnovazioneNella classica Top 20 dell’“United Nations E-Government Survey 2010”, l’Italia risulta essere
38esima, superata dall’Irlanda (21esima), l’Austria (24esima), il Lussemburgo (25esimo) e poi, rispettivamente l’Ungheria, la Lituania, Malta, la Repubblica Ceca, la Lettonia (che con il 37esimo posto ci precede). Ma se osserviamo i punteggi in dettaglio, ci rendiamo conto che il nostro 38esimo posto è legato essenzialmente alla modesta prestazione nei servizi online, in cui finiamo addirittura all’
87esimo posto al mondo (su 138 paesi), ultimi tra i paesi Ue27.
Il settore ICT sta vivendo una crisi enorme La situazione è a livello di guardia con un calo del fatturato del settore dell’8,1% tra il 2008 e il 2009 e di un ulteriore 3,1% tra il 2009 e il 2010. Un dato allarmante che ci sta allontanando progressivamente dai paesi dell’UE. Il dato è aggravato dal fatto che il governo è incapace di elaborare e attuare una strategia di recupero in un settore così strategico. La PA ha il ruolo di domanda pubblica qualificata di innovazione che consente di trainare il settore e stimolare investimenti anche da parte del settore privato. La politica di Tremonti ha peggiorato la situazione.
Il fallimento del governo di centro destra sul fronte della innovazione non poteva essere più clamoroso dal “fantapiano” di Brunetta ai portali dal costo inaudito e assolutamente inutili come “italia.it”.Ai quali si è aggiunto lo smantellamento degli strumenti che dovevano sostenere una strategia innovativa come il CNIPA finendo per disperderne le professionalità.
La PA, attraverso la domanda pubblica qualificata, deve costituire il motore dell’innovazione nel Paese utilizzando il radicale ripensamento del suo modello organizzativo e l’investimento in ICT. A questo scopo vogliamo lanciare un programma di e-welfare che miri ad aggiornare e allargare gli ambiti di intervento della PA alle nuove esigenze della società.Una strategia che si può articolare in 5 mosse:1) investire. Incrementare di 200 Milioni di euro l’anno per 5 anni l’investimento in nuove iniziative ICT a supporto della trasformazione della PA. Mirare l’investimento su progetti e servizi limitando l’acquisto di hardware e licenze software prediligendo l’opensource ove possibile.
2) regia unica. Centralizzare la visione e la programmazione, gli standard, le politiche comuni sul modello di altri paesi attraverso una struttura capace dove realizzare e progettare le architetture per l’intero sistema di egovernment nazionale. Un punto di riferimento in grado di cogliere le migliori idee presenti nella PA locale e nazionale e farle diventare “sistema” rendendole “replicabili” sull’intero territorio nazionale.
3) interoperabilità. E’ necessario che vi siano delle strutture operative in grado di gestire l’enorme portafoglio applicativo e infrastrutturale, in grado di far comunicare tra loro ogni singolo pezzo della PA. L’interoperabilità deve diventare uno dei cardini dell’amministrazione.
4) trasparenza e open government (open data). Per aprire il governo e renderlo trasparente aumentando il controllo da parte dei cittadini. Per questo è necessaria l’adozione del paradigma dell’Open Government come forma consueta di operare da parte dell’amministrazione, anche attraverso l’istituzione di uno specifico organismo di audit in grado di valutare e correggere per tempo l’operato dei diversi soggetti.
5) “utilizzare l’acqua calda”. La PA deve adottare le best practices internazionali in fatto di gestione e governance dell’IT. Troppo spesso abbiamo istituito tavoli e uffici per creare regole, direttive e standard anche dove c’erano già con il risultato che abbiamo duplicato gli sforzi e dimezzato i risultati. Nell’IT esistono best practices internazionali la cui applicazione farà risparmiare denaro alla PA e faciliterebbe la vita alle aziende IT. Questo favorirà anche la diffusione degli standard tra le imprese italiane
13. La partecipazione dei cittadini come leva della riforma continua delle PA.La politica ha la responsabilità di guidare il processo di cambiamento. Ma le riforme sono sempre precarie se non sono sostenute da una cittadinanza attiva. A questo fine è fondamentale consentire a cittadini e imprese di svolgere un ruolo attivo contribuendo ad adottare le decisioni pubbliche, nonché ad individuare e ridurre le disfunzioni burocratiche.
In proposito, il Pd si pone i seguenti obiettivi:
a) rimuovere ogni limite all’esercizio del diritto all’accesso dei documenti amministrativi;
b) introdurre forme di indennizzo a favore del cittadino e dell’impresa per i ritardi delle pubbliche amministrazioni;
c) prevedere forme di partecipazione strutturata dei privati alle decisioni in materia di regolazione, pianificazione e programmazione di opere pubbliche.
14. Semplificazione delle procedure per le imprese. La semplificazione deve essere in primo luogo organizzativa. Un chiaro riparto di compiti tra i vari livelli di governo e un approccio orientato al risultato sono la premessa affinchè i costi burocratici delle imprese diminuiscano progressivamente. Solo in un contesto del genere, infatti, sarà effettivamente possibile valorizzare appieno metodologie di semplificazione basate su dichiarazioni degli interessati.
In secondo luogo la semplificazione deve riguardare le procedure burocratiche. Gli oneri burocratici, infatti rappresentano un peso che grava in modo insopportabile sulle imprese, sui cittadini e sulla nostra economia. I confronti internazionali ci collocano sotto questo profilo nelle posizioni di retroguardia in un contesto in cui tutti i paesi maggiormente avanzati stanno investendo moltissimo nella semplificazione. Per questa ragione la nostra situazione in termini comparativi continua a peggiorare. Si deve invertire questa linea di tendenza adottando le seguenti misure:
a)proseguire sulla strada degli interventi di misurazione e riduzione degli oneri amministrativi, promossi dal governo Prodi, che devono essere estesi alla contrazione dei tempi di attesa.
b)“divieto” di introdurre nuovi adempimenti burocratici, non si potranno prevedere nuovi oneri se non se ne taglieranno almeno il doppio con lo stesso o con altri provvedimenti. Ciascun livello di governo dovrà impegnarsi a non introdurre nuovi carichi burocratici e a tagliare quelli esistenti.
c)chiamare Stato, Regioni e Autonomie locali a varare un piano straordinario per tagliare i costi e i tempi della burocrazia, semplificare e informatizzare le procedure, garantire effettività allo sportello unico per le imprese, garantendo livelli essenziali di semplificazione su tutto il territorio nazionale.
d)svolgere veramente e seriamente l’Analisi dell’impatto della regolazione per i provvedimenti più rilevanti e critici rendere più coeso il governo delle politiche di semplificazione rafforzando le forme di cooperazione tra livelli di governo e di consultazione delle categorie economiche e sociali.
15. Spunti conclusiviSecondo una vulgata popolare diffusa in Italia la pubblica amministrazione sarebbe la palla al piede del Paese, il fardello che i settori produttivi e dinamici della società sono costretti a trascinarsi dietro. Per quanto si possano comprendere le radici storiche di questo giudizio (perché storicamente, nel processo di modernizzazione del Novecento, è toccato all’apparato pubblico un ingrato ruolo di “compensazione” nei confronti dei ceti e delle regioni più deboli), oggi esso altro non è che un dannoso luogo comune. Il Pd è convinto viceversa della possibilità (e della necessità impellente) di una incisiva politica di riforma, che valorizzi gli apparati pubblici e li restituisca al proprio compito di partecipare attivamente al rilancio dell’Italia come sistema-Paese.
Non esiste alcuna ragione – vogliamo dirlo con chiarezza – che anche noi, come i grandi paesi europei nostri partner e competitori, non possiamo avvalerci nei prossimi anni di un grande e moderno apparato pubblico al servizio dei cittadini e dell’economia.
Del resto, parafrasando una efficace battuta di Carlo Azeglio Ciampi ai tempi dell’entrata dell’Italia nell’euro, si può legittimamente ritenere che l’Europa stessa ci obbligherà sempre più, anche nel campo delle performance amministrative come è successo in quello finanziario, ad “essere virtuosi”.
Il Pd dunque formulerà una proposta al Paese, ai cittadini italiani, alle imprese, alle grandi forze sindacali e produttive: puntiamo nei prossimi anni, a una organica politica riformatrice che non conosca gli schizofrenici stop and go del passato; perseguiamo con determinazione il pieno rilancio del settore pubblico; introduciamo in quest’area, vitale per il nostro futuro, efficienza, modernità, cultura.
Apriamo una nuova fase, un New deal dell’amministrazione pubblica, mettendo la riforma dello Stato amministrativo al centro del nostro programma per il rilancio dell’Italia.
Un grande storico francese, parlando del’Italia moderna, ha parlato molti anni fa di “insostenibile leggerezza dello Stato”. Noi vorremmo conservare quella stessa leggerezza, ma al tempo stesso costruire uno Stato efficiente, moderno, consapevole della sua missione.