E’ in corso a Cancun, in Messico, la sedicesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e la sesta conferenza dei Paesi che aderiscono al protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012 per trovare un accordo globale e più forte sul clima. Quello di Kyoto è un testo che fissa obiettivi obbligatori per tutti i Paesi sviluppati, firmato ma mai ratificato da alcuni attori chiave come gli Stati Uniti e al quale i Paesi emergenti erano impegnati solo su base volontaria, in virtù del loro sviluppo industriale ritardato e della maggiore fragilità economica.
Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico, “davanti a noi c`è la sfida più mpegnativa per il futuro dell'umanità. Una sfida globale che può essere affrontata solo con un modello di cooperazione multilaterale capace di coinvolgere e responsabilizzare davvero tutti per stipulare insieme un nuovo patto globale sulla natura, come base per un nuovo modello di sviluppo.
I Parlamenti hanno il compito di stimolare i governi a fare le scelte più giuste e lungimiranti e a verificare la qualità degli interventi. E` un ruolo decisivo, che va assolto nell`interesse generale e che affida alla politica la funzione di guidare il cambiamento. La politica deve investire e avere fiducia nella rivoluzione verde e impegnarsi per una crescita rispettosa dell'ambiente. Per questo deve essere autorevole, credibile e lavorare ad un'intesa in grado di superare il conflitto tra paesi altamente industrializzati e paesi in via di sviluppo. Questa Conferenza è cruciale per fare un decisivo passo avanti e superare lo stallo dell'accordo di Copenaghen".
Il Vertice di Cancun è iniziato il 29 novembre e proseguirà con incontri tecnici e fino al 7 dicembre per poi aprirsi ai ministri dell'Ambiente di 194 Paesi. Terminerà con una relazione sulle "decisioni e conclusioni" previste, la mattina del 10 dicembre. Si tratta di un appuntamento che vede impegnati oltre 45mila delegati governativi, le organizzazioni ambientaliste, agli attivisti, le Ong di tutto il mondo, nel tentativo di concordare una nuova agenda politica globale contro il riscaldamento del pianeta.
Rispetto alla Conferenza Onu sul clima di Copenaghen dello scorso anno, che nonostante abbia visto la partecipazione di importanti leader di Stato è risultata un insuccesso, questo appuntamento si preannuncia più tecnico. Nel suo svolgimento comprende l’analisi di specifici dossier quali: la ricerca di fondi per il contrasto e l’adattamento ai cambiamenti climatici, soprattutto per i Paesi più poveri; i trasferimenti tecnologici in zone meno avanzate e la protezione delle foreste.
L’obiettivo principale della Conferenza è quindi quello di cercare una nuova strada politica multilaterale per riparare alla grave empasse che si è generata nel dicembre scorso con l’accordo di Capenaghen, dando vita ad un nuovo accordo globale sulla riduzione dei gas serra in quanto è ormai noto che entro il 2050 ci saranno 9 miliardi di persone sulla terra e per riuscire a soddisfare questa impennata demografica senza generare un cambiamento climatico, occorre transitare verso una economia mondiale a bassa emissione di carbonio.
Questo accordo sarà formalizzato il prossimo anno nel dicembre 2011 in Sudafrica e a Rio de Janeiro, dove si terrà il ventesimo anniversario dell’Earth Summit in cui fu creata la Convenzione delle Nazioni Unite sul Clima. Per rendere nota la reale situazione del clima nel nostro pianeta, nel giorno di apertura della Conferenza è stato diffuso il nuovo rapporto dalla Oxfamè la confederazione di 14 organizzazioni non governative che lavora per trovare la soluzione definitiva alla povertà e all'ingiustizia. Il rapporto rivela che nei primi nove mesi di quest’anno, 21mila persone sono morte a causa di disastri naturali legati al clima. Cifra più che doppia rispetto all’intero 2009. “Il 2010- si legge nel documento- è uno degli anni più caldi di sempre. Per esempio, il Pakistan ha registrato un picco di 53,7 gradi, il massimo assoluto in Asia”.
“Un fenomeno che probabilmente peggiorerà, perché i cambiamenti climatici stanno stringendo la loro morsa sul pianeta”, ha dichiarato Tim Gore, autore del rapporto di Oxfam. ”Non è il momento di abbandonare le Nazioni Unite – ha sostenuto Farida Bena, portavoce di Oxfam Italia- è il solo forum dove il mondo può formulare una risposta globale efficace alla crisi in corso”.
E’ anche vero che al momento risulta più difficile negoziare quando, come rivela proprio in questi giorni Wikileaks, dietro le trattative sul cambiamento climatico pare si celino cospicui interessi economici che riguardano l'asse del potere mondiale.
Al momento i colloqui sul delicato equilibrio climatico globale di Cancun hanno subìto una battuta d’arresto. Il Giappone ha inizialmente espresso la sua contrarietà alla proroga del protocollo di Kyoto che impegna la maggior parte dei Paesi più ricchi del mondo a tagliare le emissioni di gas. Questo perché il Giappone dovrebbe tagliare le emissioni di una media altissima, pari al 5%, rispetto al 1990 entro il 2012.
La posizione del Giappone è molto importante per gli equilibri mondiali, dopo l’opposizione iniziale degli Stati Uniti, se anche il Giappone che è uno dei precursori dell’accordo si dovesse tirare indietro, questo potrebbe provocare una fuga di alcuni Paesi in via di sviluppo che già minacciano una rottura dei colloqui. Il Giappone successivamente ha voluto chiarire la sua posizione, affermando che non rifiuterebbe un nuovo accordo giuridicamente vincolante in generale, ma non vuol essere penalizzato se, una volta firmato il taglio delle emissioni, altri Paesi come l’India e la Cina non ratificassero tagli simili.
Atteggiamento spalleggiato da altri Paesi industrializzati – e climaticamente scettici – come Russia, Canada e Australia, in quanto Kyoto non prescrive impegni obbligatori né per la Cina (diventata nel frattempo il primo paese per emissioni-serra) né per gli Stati Uniti che come abbiamo già ricordato, avevano firmato il Protocollo senza mai ratificarlo.
L’America ha adottato una posizione dura “tutto o niente”, che non agevola i negoziati, ponendo come prerogativa per la propria adesione che anche i Paesi in via di sviluppo soddisfino i parametri posti per la salvaguardia dell’ambiente. E punta in questo vertice anche a fare dei passi avanti rispetto al livello di finanziamenti previsti, per arrivare a 30 miliardi di dollari, stabiliti già a Copenhagen, per affrontare in ‘fast track’, cioè in modalità accelerata gli impegni dei Paesi più poveri rispetto alle politiche di adattamento. L’obiettivo e’ di raggiungere 100 miliardi di dollari di impegni entro il 2020. Insomma il mondo a Cancun si è spaccato a metà.
Sul fronte dei finanziamenti, occorre sottolineare che al fondo UE di partenza mancano i fondi promessi dall'Italia. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha promesso di mantenere gli impegni economici presi, ma senza dare cifre precise e questo non è rassicurante.
E’ di oggi la notizia comunicata dall’organizzazione ambientalista tedesca Germanwatch (in collaborazione con Legambiente), che pone l’Italia al 41° posto (su 60 Paesi) in quanto a riduzione delle emissioni. Si tratta della classifica annuale dei Paesi responsabili del 90% delle emissioni inquinanti, stilata sulla base del Climate Change Performance Index e che vede l’Italia migliorare rispetto al 44° posto dello scorso anno, ma solo “grazie” alla crisi che ha bloccato i consumi e non grazie a politiche climatiche adottate dal governo.
Il governo italiano quindi non considera prioritaria in nessun modo l'"economia verde", mentre per il Partito democratico è una priorità. Ha dichiarato Ermete Realacci, Responsabile green economy del Pd: “Combattere i cambiamenti climatici e rilanciare l’economia sono due obiettivi possibili e non contrastanti. Anzi, i vincoli ambientali possono rappresentare una grande occasione per dare nuova vitalità all’economia nel segno della green economy. Lo pensano il 76% degli italiani intervistati in un sondaggio di Ipsos, ma anche il 30% delle piccole e medie imprese che secondo una recente indagine promossa da Symbola e Unioncamere nella crisi puntano anche su scelte connesse alla green economy, con una percentuale che sale nelle imprese che esportano (33.6%), che sono cresciute economicamente anche nel 2009 (41.2%), che hanno elevato la qualità dei loro prodotti (44.3%)”. “A Cancun, ha proseguito Realacci, l’Italia dovrà fare la sua parte e giocare un ruolo da protagonista. Il nostro Paese, ha meglio e anche più di altri, le caratteristiche per investire sulla green economy e trovare nella sfida ambientale la chiave per uscire crisi economica”.
Anto. Pro.
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