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"Dieci milioni di firme per cacciarlo"

Intervista a Pier Luigi Bersani di Lautra Pertici - La Repubblica

di Pier Luigi Bersani,  pubblicato il 21 gennaio 2011 , 1189 letture
«Ben Ali ci fa unbaffo. Berlusconi non mostra un minimo di consapevolezza della gravità della sua situazione. O qua si muove l'opinione pubblica o dobbiamo aspettarci un videomessaggio al giorno, nella paralisi totale del Paese. Piuttosto, meglio il voto». 

Pier Luigi Bersani cerca 10 milioni di firme «per mandare a casa il premier». Lo annuncia a Repubblica Tv mentre la giornata si assesta sui moniti di Bertone e Napolitano. 

Avrà effetti il richiamo alla moralità della Santa Sede? 

«Da Bertone sono arrivate parole pesanti. La Chiesa sa di essere un'autorità morale oltre che di fede. Tra i cittadini il disagio è diffuso e qualcosa si è mosso. Ma penso che pure altri debbano esprimersi, il problema riguarda anche quelle che una volta si chiamavano elites sociali ed economiche. Non chiedo certo di disquisire su questioni sessuali. Pretendo però sia denunciata un' em-passe clamorosa creata dai problemi del capo». Il Pd che farà? 

«A febbraio raccoglieremo firme in diecimila gazebo, in tutta Italia. Ne avremo 10 milioni, sono tanti quelli che non ne possono più. Con i camion quelle firme le porteremo a Palazzo Chigi, per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. Non possiamo andare avanti ancora per settimane, qualsiasi soluzione comprese le elezioni anticipate è meglio di questa situazione: Berlusconi non ha più un sogno da vendere ma mantiene una enorme forza economica e mediatica, capace di bloccare il sistema. Bene, il Pd lancia una fase ricostruttiva. E si rivolge a tutte le forze capaci di superare le piccole beghe e i personalismi, in grado di essere generose nonostante le storie diverse. Dobbiamo metterci a lavorare, altrimenti che futuro diamo ai giovani?». 

E' un altro invito per Fini e Casini? 

«Mi rivolgo a tutti quelli che vogliono evitare la deriva plebiscitaria. Chiunque ragioni per me è un interlocutore. Quindi parlo anche al Terzo Polo, certo, anche a Montezemolo. E' chiaro che quando sarà il momento cruciale il premier cercherà di infliggere un ultimo strappo. A quel punto tutte le forze che hanno una vocazione di governo dovranno dialogare per tentare di fare quelle quattro o cinque cose che permettano di andare oltre Berlusconi. C'è bisogno di un fisco equo, di lavoro, diliberalizzazioni. Bisogna assumersi delle responsabilità, per questo che si fa politica». 

E seilfederalismo rimanesse al palo? Potrebbe essere la Lega a staccare la spina? 

«Il progetto presentato negli ultimi giorni da Calderoli non ha niente a che vedere col federalismo, dà meno autonomia ai Comuni di quanta non ne avessero prima dell'avvento del Cavaliere. Ad ogni modo la Lega il federalismo non lo farà con questo esecutivo. Non so se Bossi coglie ancora gli umori della base, ma il popolo leghista è chiaramente molto insofferente. mentre il erunno dirigente rimane attaccato ' al premier». 

II Pd potrebbe digerire un governo Tremonti? 

«Tremonti è un ministro curioso, direi filosofo. Non lo sento mai parlare di economia reale. Ora gira alla larga dall'immagine compromessa di Berlusconi ma non penso che sia pronto a sferrare il colpo decisivo per allontanarsene. Ci vorrebbe troppo coraggio». 

Intanto Veltroni è atteso al Lingotto, nel Pd la "dialettica" rimane alta. 

«Noi siamo gli unici che in questo sistema politico abbiano deciso di chiamarsi partito. E' perché vogliamo portare le diversità ad un punto di disciplina che garantisca un governo. Se si accetta questo, si deve accettare il fatto che all'interno della squadra la discussione sia aperta. E' la democrazia»
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