Proposta programmatica

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura

Proposta approvata dall'Assemblea nazionale Roma 2011

pubblicato il 4 febbraio 2011 , 5387 letture
musica
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

E' dall’articolo 9 della nostra Costituzione che occorre ripartire se vogliamo rilanciare la cultura, da quei principi irrinunciabili troppo spesso disattesi e traditi. La triste vicenda di Pompei è solo la punta di un iceberg. Le nostre città, i nostri territori raccontano una storia di abbandono e incuria che, con sempre minori risorse umane e finanziarie, le strutture tecniche preposte alla tutela cercano di contrastare: il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione non sono oggi al sicuro e giorno dopo giorno pezzi di storia si sgretolano sotto il peso del tempo. Le attività culturali sono messe in ginocchio dalla mancanza di investimenti e di certezze che riducono le produzioni e rischiano di trasformare il nostro paese da grande centro di creatività e innovazione culturale a semplice luogo di circuitazione. I tagli al FUS sono la dimostrazione più evidente della volontà di operare un drastico ridimensionamento della rete di eccellenze artistiche che arricchisce i nostri territori e che rende l’Italia celebre nel mondo. Il nostro paese sta perdendo ogni competitività. Non solo. In questi due anni l'agenda politica del governo in questo settore è stata orientata, persino nella propaganda, esclusivamente a una declinazione del tutto peculiare del concetto di valorizzazione, intesa più come messa a reddito che come sostegno alla fruizione.

A ciò si è accompagnata l'ideologia del managerialismo, che non solo ha portato nel settore nuove costose incompetenze, ma è stata la chiave che ha aperto all’utilizzo di nuovi e gelatinosi meccanismi di gestione: l'opacità di inutili commissariamenti che il Ministro Bondi ha eletto a sistema privilegiato di governo delle istituzioni culturali, l’uso clientelare delle società pubbliche (tra le altre Arcus e Ales spa) adoperate per spossessare il Mibac delle sue prerogative e per prostrare la libera concorrenza tra le imprese culturali, l’incredibile ricorso alla protezione civile. E la conseguente continua mortificazione delle professionalità tecniche e scientifiche.

La pur evidente necessità di recuperare risorse è stata declinata nel senso della svendita di pezzi del nostro patrimonio culturale e artistico. Il paesaggio è stato dimenticato, la continua riduzione del personale impegnato nella tutela paesaggistica, gli attacchi compiuti attraverso leggi che allentano le maglie della salvaguardia dell’integrità nei territori e che incoraggiano il consumo dissennato dei suoli (con le evidenti conseguenze per la sicurezza per i cittadini) dimostrano la scarsa attenzione per una delle eccellenze del nostro paese.

Non basta. La curva della spesa pubblica italiana in questo settore mostra un calo vertiginoso, che non permette ormai di parlare di sprechi e inefficienze; l'uso strumentale della crisi economica mondiale per giustificare i tagli è fuorviante e inaccettabile. Un paese che non punta su cultura, conoscenza, sapere e creatività è un paese che rinuncia al proprio futuro. L’abdicazione dal suo ruolo storico di capofila nell’innovazione e nel campo della creatività pone l’Italia in una posizione di pesante subalternità culturale rispetto ad altri paesi più lungimiranti. La Germania tra Stato centrale e Lander per il 2011 ha stanziato circa 12,5 miliardi di euro; la Francia per il 2011 ha assegnato al settore della cultura e dei media 7,5 miliardi di euro (con un aumento di circa 150 milioni di euro rispetto all’anno precedente) di cui 2,7 per la sola “missione” cultura. In Italia invece, alla catastrofica situazione dei fondi statali va aggiunto il taglio ai trasferimenti a regioni e enti locali che penalizzerà molto il settore, se è vero che ormai da anni questi investivano in cultura più dello stato.

Il Partito Democratico si impegna ad avvicinare progressivamente la spesa pubblica per la cultura a livelli europei, partendo dalla chiara affermazione di un principio: quello in cultura è un investimento. E il carattere prevalentemente pubblico di questo investimento è la vera garanzia di autonomia del mondo della cultura. Al disastro di questo governo occorre porre termine, girando definitivamente pagina. E’ dovere prima di tutto dello Stato considerare la cultura una priorità e il sapere uno degli strumenti per uscire dalla crisi e rilanciare il paese; senza un’inversione di tendenza radicale negli investimenti è infatti impossibile immaginare di attivare forme integrative di finanziamento coinvolgendo i privati. Nell’affermare questa esigenza occorre però individuare strumenti di programmazione che aiutino a spendere meglio e a evitare dispersione di risorse, cominciando ad esempio dalla riorganizzazione dei diversi rivoli di finanziamenti straordinari, troppo spesso sprecati per ragioni clientelari. Si tratta di cifre di tutto rispetto che sfuggono ad una gestione di spesa interamente programmabile nei tempi intermedi. Si prendano ad esempio gli interventi finanziati dalla giocata aggiuntiva del Lotto (353 milioni di euro, secondo la programmazione 2007-2009) oppure i rilevanti fondi dell’8 per mille: per il 2010, dei 144 milioni di euro complessivi, il 45 % è destinato alla conservazione dei beni culturali legati al culto cattolico ed un ulteriore 23 per cento è assegnato ai beni culturali civili. Senza dimenticare le cifre erogate come liberalità per la cultura dai privati (circa 29 milioni di euro). E naturalmente i fondi Arcus: 200 milioni di euro per il triennio 2010 – 2012. A questa importante massa di finanziamenti corrisponde un numero inverosimile di interventi, cui si associa l’eterogeneità degli obiettivi e la frequente assenza di correlazione con le finalità pubbliche e con la programmazione ordinaria del MiBAC. A questo fa fronte l’assenza di una seria politica di monitoraggio della spesa culturale (pubblica e privata) in grado di quantificare il volume e qualificare la qualità e l’efficacia degli investimenti per la realizzazione della missione pubblica.

Un discorso a parte merita Arcus, la spa pubblica che a 7 anni dalla sua nascita, non ha ancora mostrato di saper adottare linee di gestione eque, che rispondano a criteri di imparzialità e trasparenza, oltre che, naturalmente, alle finalità di vantaggio collettivo. Arcus, al contrario, ha funzionato da argent de poche per i diversi ministri coinvolti che (come ha segnalato più volte la stessa Corte dei Conti) hanno potuto distribuire quel denaro senza alcun controllo e al di fuori di ogni pianificazione. Alla luce di ciò, crediamo che i finanziamenti a disposizione di Arcus debbano tornare nella piena disponibilità della programmazione degli uffici del Mibac e che per i prossimi anni quei finanziamenti debbano essere interamente dedicati al rimessa in pristino dei beni culturali e al rilancio del cinema e dello spettacolo de L’Aquila.
Ma occorre anche fare di più per attrarre nel settore della cultura nuove risorse private. L’esperimento degli incentivi fiscali per il cinema, voluti dal governo Prodi, dimostra che, se ben congegnate, queste politiche aiutano lo sviluppo del settore e portano allo stato risorse maggiori di quelle a cui rinuncia. C'è bisogno di un'armonizzazione degli interventi fiscali per la cultura, estendendo il tax credit e il tax shelter ad altri settori, e di una contemporanea stabilizzazione di questi strumenti: senza certezza pluriennale che consenta una vera programmazione, è impossibile rendere davvero efficaci i benefici. Ma gli incentivi fiscali non devono mai essere considerati completamente sostitutivi dell’investimento diretto: occorre garantire e rilanciare il ruolo del pubblico come propulsore e incubatore di innovazione e creatività. Parallelamente servono nuove norme che incentivino sponsorizzazioni, erogazioni liberali e micromecenatismo. Se è del tutto inaccettabile che il settore della cultura venga raccontato come il luogo degli sprechi, è però evidente come non sia sufficiente l'aumento degli investimenti per risolverne tutti i problemi. L'intero settore ha bisogno di riforme coraggiose, che ne rendano più dinamico il funzionamento, che rompano incrostazioni clientelari e insostenibili rendite di posizione.

I BENI CULTURALI

Di un’opera di “manutenzione” ha bisogno prima di tutto il Ministero per i beni e le attività culturali che in questi anni ha vissuto una pericolosa mutazione genetica: la struttura centrale è cresciuta a dismisura mentre deperiva quella periferica, trasformandolo in un mostro macrocefalo. In questi anni nessuna politica è stata attuata per frenare l’emorragia di personale tecnico scientifico provocata dal blocco delle assunzioni nella P.A. Oggi l’amministrazione non è in grado di coprire stabilmente nemmeno i ruoli di soprintendente, mentre nelle piante organiche del ministero mancano quasi completamente figure professionali innovative, che pur si trovano sul mercato del lavoro. C'è bisogno di invertire la rotta, snellendo l'apparato centrale e ridando fiato alle strutture periferiche e territoriali e garantendo reale autonomia alle funzioni tecnico scientifiche, storicamente il fiore all'occhiello del ministero. Valorizzare le competenze esistenti, inserire nuove professionalità, accompagnare il necessario ricambio generazionale sono premesse indispensabili senza le quali è impensabile immaginare un futuro per il ministero.

Il sistema di tutela italiano soffre da sempre a causa della grave sottovalutazione delle sue esigenze, sia sotto il profilo finanziario che rispetto alle necessità di carattere organizzativo. Rispetto alle risorse è stato già detto: i pesantissimi tagli, in un ministero già sottofinanziato, hanno condotto, nell’ultimo biennio, ad un collasso che ha travolto l’intera struttura organizzativa e la stessa incolumità dei beni. E’ quindi necessario ripristinare gli stanziamenti almeno sopra la quota di 2 miliardi di euro. Ma affinché il Mibac – e dunque lo Stato – possa ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla Costituzione è indispensabile attivare sinergie tra tutti i livelli di governo e determinare strategie di intervento condivise dallo Stato, dalle regioni, dalle province e dai comuni. In questo senso è anche essenziale ripensare il ruolo delle regioni stabilendo la possibilità di attribuire loro maggiori funzioni e compiti purché dispongano delle risorse e degli strumenti necessari al rispetto di standard di tutela predeterminati (dallo Stato), ferme restando le funzioni di surroga e di sostituzione da parte dello Stato in caso di inadempienza o inadeguatezza. Ciò permetterà una stretta sinergia tra l’opera degli enti regionali e l’attività delle soprintendenze e degli uffici periferici, finalmente dotati di piena autonomia scientifica ed amministrativa e, eventualmente, anche di autonomia finanziaria e di bilancio. Superando la ormai logora contrapposizione tra centralismo e decentramento (che poco ha reso in termini di funzionalità), la soluzione va cercata, crediamo, in un sistema concorde, plurimo, lealmente collaborativo in cui tutti i livelli di governo siano egualmente vincolati al rigido rispetto di regole certe, stabili e imperative in tema di formazione e reclutamento del personale, autonomia degli apparati tecnici, sistemi di finanziamento, rapporto con i privati, modelli di gestione e criteri di efficacia ed efficienza degli interventi. Al centro di questo sistema e delle politiche pubbliche, da chiunque attuate, dovranno tornare ad esserci i beni culturali, la loro funzione sociale e l’interesse nazionale superando la fase della mercificazione e della subalternità della cultura agli interessi economici. In questo senso, i beni culturali pubblici, non potranno essere fatti oggetto di trasferimenti (tra soggetti pubblici o verso soggetti privati) se da essi non discendano utilità culturali per la collettività e lo stesso si dica per il loro utilizzo che può e deve essere finalizzato unicamente a scopi culturali.

Il dibattito sul federalismo, non può trascurare che il patrimonio culturale è nazionale e quindi, solo un’istanza nazionale, super partes, può essere deputata alla dichiarazione di interesse culturale. Se, infatti, l’interesse è nazionale, non è pensabile che esso sia configurato e limitato dagli interessi (pur legittimi) delle istanze locali alle quali deve essere attribuita, invece, una larga facoltà di proposta. Abbiamo fatto cenno alla necessità di tornare ad un regime di piena autonomia ed indipendenza degli apparati tecnici: è essenziale ed urgente rivedere l’attuale impianto che regola il funzionamento e la nomina dei membri del Consiglio superiore dei beni culturali, liberandolo da quei legami di dipendenza e subordinazione dal potere politico che ne hanno fatto poco più che un ufficio alla diretta collaborazione del ministro di turno. Precondizione per garantire la corretta tutela e valorizzazione del nostro patrimonio è la presenza di professionisti in grado di svolgere al meglio questo compito. Purtroppo ancora oggi molti di questi professionisti non vedono riconosciuta la propria professionalità. E' assolutamente improrogabile la modifica del codice dei beni culturali nel senso previsto dal pdl in materia di professioni dei beni culturali, dando così a tutti pieno riconoscimento e aprendo anche alle nuove professioni legate all'innovazione tecnologica (per esempio gli scienziati della diagnostica). Non è più inoltre eludibile una soluzione vera della questione dei restauratori che parta dalla riscrittura complessiva dell'articolo 182. E' necessario però intervenire anche a monte del problema, dando finalmente un ordine funzionale alla babele formativa per gli operatori dei beni culturali. Istituti centrali, corsi universitari, scuole regionali, ma anche semplice esperienza professionale acquisita in anni di lavoro sul campo: è assolutamente necessario mettere in connessione e non in competizione le diverse agenzie formative, in modo da evitare il protrarsi di una situazione confusa che finisce per penalizzare chi lavora. E' una questione resa ancor più complessa dalla progressiva articolazione e specializzazione dei corsi universitari, con il paradosso di una enorme offerta formativa, fortemente disomogenea e che non risponde alle esigenze di professionalizzazione richieste dal mondo del lavoro. E che spesso, nella sua non governata complessità, produce lacerazioni e conflitti tra i più deboli.

Occorre promuovere una conferenza interministeriale con le regioni, le parti sociali, le associazioni di categoria e quelle professionali che affronti approfonditamente la questione. Centrali per la cultura italiana sono anche gli archivi e le biblioteche, luoghi di conservazione e di diffusione della conoscenza, templi della ricerca e della propagazione delle idee, luoghi di socializzazione e di incontro per giovani e adulti. Malgrado ciò, non sono stati risparmiati dalla scure dei tagli e versano in condizioni drammatiche che si riversano su milioni di utenti. Esemplare, in questo senso, la vicenda delle biblioteche centrali di Roma, Firenze e Napoli o delle molte biblioteche comunali sparse in tutto il paese. Altro settore in enorme sofferenza è quello degli Istituti culturali privati che solo nello scorso anno hanno subito un taglio dei finanziamenti del 50 per cento che rischia di ridimensionare drasticamente l’offerta di servizi al pubblico: attività di ricerca e formazione, erogazione di borse di studio, possibilità di consultazione di archivi e biblioteche, ecc. Una riflessione, peraltro, merita la necessità di ripensare e valorizzare il ruolo degli Istituti italiani di cultura all’estero, i quali devono funzionare come veri e propri terminali per la promozione di tutte le produzioni e le imprese culturali nazionali.

LO SPETTACOLO

Il nostro paese deve rimanere un centro di produzione culturale e non rassegnarsi ad essere declassato a luogo di circuitazione e distribuzione. In questi anni purtroppo una serie di riforme fatte o annunciate hanno puntato a questo non dichiarato obiettivo: salvare (a trattativa privata) le eccellenze più carismatiche e smantellare il resto, trasformando i luoghi di produzione culturale in semplice circuito distributivo di produzioni importate. Una visione miope che impoverisce il paese. La legge Bondi sulle fondazioni lirico sinfoniche è l’esempio più evidente di questa impostazione: un testo che si limita a recepire la riduzione delle risorse, senza alcun reale intervento di riforma con l’effetto di produrre lo stato di crisi, uno dopo l’altro, dei principali teatri d’opera italiani.
Il taglio dei fondi statali per lo spettacolo, ripetuto a ogni manovra finanziaria è parte della strategia generale di azzeramento delle politiche pubbliche per la cultura. Strategia confermata anche dal rifiuto del governo di finanziare la legge quadro sullo spettacolo dal vivo, cosa avrebbe che permesso il buon fine il lavoro svolto in Parlamento per un testo unificato. Se quella legge fosse stata approvata, lo spettacolo avrebbe avuto finalmente uno strumento di sviluppo che permettesse di superare la lunga transizione in cui versano la prosa, la musica e la danza, dopo oltre dieci anni di dibattito politico e istituzionale intorno alla necessità di una riforma per lo spettacolo dal vivo. Anche la musica, la prosa e la danza hanno bisogno di politiche fiscali omogenee ed adeguate, attente anche ad incentivare gli investimenti privati: dall’estensione della riduzione dell’IVA dal 20 al 10 per cento per gli spettacoli di musica ed in genere per tutte le esibizioni dal vivo fino, eventualmente a forme di tax shelter e tax credit proporzionate ai diversi profili imprenditoriali. Inoltre, per valorizzare e promuovere le arti performative e le produzioni musicali italiane, è necessario prevedere delle quote di programmazione obbligatorie per i network televisivi e radiofonici. E naturalmente per promuovere i giovani talenti, l’innovazione, la contemporaneità e la sperimentazione di nuovi linguaggi, il settore pubblico deve investire in misure di sostegno anche nella musica, nel teatro, nella danza , nella lirica e nelle altre forme di spettacolo dal vivo. A fronte della gravità dell’emergenza culturale e finanziaria imposta allo spettacolo italiano dal governo, c’è oggi un’urgenza concreta di realizzare una nuova governance pubblica, che sappia tenere conto delle specificità e dei bisogni delle diverse parti del sistema, a partire dal riconoscimento della pari dignità dei soggetti che operano per lo svolgimento di funzioni specifiche. La vita artistica e la creatività sono sempre meno classificabili dentro generi e settori specifici e ancora meno all’interno di schemi rigidi dettati da un regolamento ministeriale. La capacità d’innovazione delle produzioni artistiche e di spettacolo dovrebbe essere uno dei focus, un interesse primario delle politiche pubbliche di sostegno e sviluppo delle produzioni culturali; così come deve essere centrale per la parte pubblica l’obiettivo della diffusione delle produzioni e l’allargamento del bacino dei fruitori e della domanda, in particolare in un paese, come il nostro, in cui i consumi culturali tendono a impaludarsi nella standardizzazione. L’allargamento e la crescita della domanda sono un presupposto imprescindibile per la creazione di un’industria culturale indipendente e autonoma e quindi abbiamo bisogno di investire sulla formazione di nuovi pubblici e di fruitori consapevoli, a partire dall’impegno e dal ruolo del nostro sistema educativo. Ma non solo: servono anche misure che sostengano i consumi in particolare per favorire l’accesso di tutti ai contenuti: ad esempio si discute da molti anni dell’abbattimento dell’aliquota IVA dal 20 a 4 per cento per i supporti musicali e audiovisivi (CD e DVD). È un tema che, essendo materia comunitaria, è necessario che sia affrontato seriamente dai paesi membri dell’UE. Abbiamo bisogno di una riforma che focalizzi le funzioni dei soggetti in campo e ne valorizzi l’identità culturale, partendo dalle loro missioni specifiche: produttori, produttori e diffusori, promotori e distributori. Sapendo che non può esserci riforma che non sia adeguatamente finanziata, la parte pubblica deve investire nello spettacolo, mettendo a disposizione del sistema risorse certe, programmate e adeguate ai suoi bisogni di sviluppo. Questo significa anche che la transizione del FUS può essere superata solo dopo l’approvazione di norme sul finanziamento pubblico dello spettacolo che garantiscano al sistema nuove ed ulteriori risorse, statali e regionali. Per questo la cultura e lo spettacolo devono entrare subito nel dibattito sul federalismo dal quale sono state, inopinatamente, escluse dal governo. Se è evidente, infatti, che l’azione pubblica per la diffusione, l’accesso e lo sviluppo delle produzioni di spettacolo è oggetto di cooperazione finanziaria e materiale tra lo Stato, le regioni e gli altri enti territoriali di governo, è altrettanto chiaro, stante l’articolo 119 della Costituzione, che occorre discutere di come attuare i principi del federalismo fiscale per la cultura, perché da lì discenderanno le decisioni sulla spesa e gli investimenti statali, i trasferimenti perequativi di risorse dallo Stato alle regioni, e l’entità dei bilanci territoriali destinati a garantire i diritti civili e sociali essenziali per i cittadini, dai quali la cultura non può essere esclusa.

LE INDUSTRIE CULTURALI E CREATIVE

Per crescere e far crescere il paese, la cultura ha bisogno anche di vere e proprie politiche industriali per la cultura e la creatività: in Europa le industrie creative producono il doppio della ricchezza prodotta dall’industria automobilistica (654 miliardi di euro di fatturato secondo l’UE nel 2006). Il ritardo italiano consiste anche nel voler continuare a considerare la cultura quasi solo in funzione ancillare del turismo e a non riconoscere in alcun modo il suo ruolo di eminente fattore di sviluppo e di innovazione, ma anche di creazione di posti di lavoro.

Se in tutta Europa i governo hanno coinvolto le istituzioni al fine di misurare, sostenere e stimolare il settore, l’Italia è ancora del tutto estranea ad ogni politica in questo senso. Il nostro paese continua ad essere inchiodato alla sola valorizzazione dell’esistente, procedendo (con lentezza) e con lo sguardo volto al passato e facendosi sfuggire l’enorme opportunità (il vero vantaggio competitivo italiano) che la nostra memoria storica materiale e immateriale offre per lo sviluppo delle industrie culturali e creative.

IL CINEMA E L’AUDIOVISIVO

Di politiche industriali hanno bisogno il cinema e l'audiovisivo, che sono invece stati fortemente penalizzati dal governo: i benefici fiscali per il cinema (Tax credit e Tax shelter) sono stati rinnovati solo per sei mesi, invece che per l’interno triennio, il che non consente ai produttori alcuna programmazione degli investimenti; e, naturalmente, il taglio del FUS incide pesantemente anche sulla quota destinata al cinema italiano. Il Decreto Romani (Dlgs n. 15 marzo 2010, n. 44 di recepimento di Direttiva comunitaria), tra le altre cose, ha di fatto cancellato la possibilità per i produttori indipendenti di negoziare i limiti temporali della programmazione delle opere da parte delle televisioni. Ciò impedisce che i produttori indipendenti rientrino in possesso dei diritti di sfruttamento dei loro prodotti sui mercati secondari. Questa condizione ne mutila l’autonomia imprenditoriale e editoriale.
Ciò che serve al cinema e all’audiovisivo è la messa in campo di politiche di sviluppo industriale, oltre che di misure di sostegno alla sperimentazione e all’innovazione dei linguaggi, dando spazio a idee e formule nuove per l’azione pubblica. Il cinema e l’audiovisivo si trovano, già da tempo, dentro una fase evolutiva - sia per quanto riguarda le tecnologie, pensiamo in particolare al digitale, sia rispetto alle forme di fruizione - che il governo non ha saputo e voluto interpretare. Con l'ampliamento vertiginoso delle capacità e varietà dei mezzi di comunicazione e l’aumento esponenziale della domanda di contenuti, si aprono possibilità di mercati complementari per il settore produttivo ma sono mancate politiche che favorissero l’integrazione degli interessi che compongono la filiera industriale: i creatori e i produttori indipendenti di contenuti finiscono per essere esclusi dalla redistribuzione della ricchezza da loro stessi generata. Le premesse per la crescita industriale e occupazionale del settore sono nella realizzazione di un sistema che ricomponga l’assetto generale: la finanza, le infrastrutture, gli enti pubblici di gestione e formazione, le relazioni tra produzione, post-produzione, distribuzione, la comunicazione e il marketing, le misure di sostegno fiscale agli investimenti nel settore, rivedendo completamente la situazione attuale.
È questo l’obiettivo perseguito dalla pdl depositata dal nostro gruppo parlamentare al Senato e sulla quale si è realizzata una convergenza anche tra le forze politiche di maggioranza. Inoltre, la necessità di dare al mercato del settore regole ed un assetto che freni il fenomeno delle concentrazioni, verticali e orizzontali, per tutta la filiera è un tema ineludibile per il rilancio e lo sviluppo industriale del cinema e dell’audiovisivo italiani. Senza perdere di vista la necessità di intervenire per contenere il fenomeno della delocalizzazione delle produzioni, che colpisce in modo pesante i mestieri e le professioni artistiche del cinema e, soprattutto, dell’audiovisivo che da vita ad un’emergenza industriale e occupazionale da fronteggiare subito per garantire la sopravvivenza del comparto. Rispetto alla situazione emergenziale del settore il Partito Democratico ha avanzato un pacchetto di proposte per uscire dalla crisi congiunturale e per garantire lo sviluppo futuro.

LE IMPRESE DEI BENI CULTURALI

Le imprese che operano nel settore dei beni culturali per lo più sono medie o piccole, molto spesso il loro dimensionamento è quello della micro-impresa. Si tratta di organizzazioni che esprimono competenze specifiche, molto diverse tra di loro, ma che, proprio per questo, spesso sono tra di loro complementari. Per la loro efficienza e competitività queste imprese devono essere messe in grado di combinare in modo flessibile le proprie competenze. Spetta alla politica il compito di dare al sistema gli strumenti necessari per facilitare la capacità organizzativa delle imprese sul mercato. Prima di tutto é necessario: comprendere le dimensioni reali del sistema e del mercato di riferimento; definire regole chiare ed efficaci per garantire la concorrenza e la cooperazione tra gli attori del sistema; favorire i collegamenti con gli enti di formazione e di ricerca; costruire un sistema di incentivi all’aggregazione e all’internazionalizzazione delle imprese; introdurre norme per la trasparenza sull’assegnazione degli appalti “sotto soglia”.

IL LAVORO E IL WELFARE

Gli operatori della cultura sono prima di tutto lavoratori. In questi mesi una volgare campagna politica li ha raccontati come parassiti assistiti e privilegiati. Restauratori, archeologi, storici dell’arte, masse artistiche e tecniche, maestranze, autori: mentre la crisi economica infuriava, decine di migliaia di precari si sono sentiti non solo abbandonati, ma persino insolentiti da chi aveva il compito di occuparsi di loro. Parliamo di più di mezzo milione di lavoratori in larga parte esclusi da ogni forma di tutela e welfare. La cultura è (anche) lavoro e l'effetto dei tagli è (anche) disagio sociale e precarizzazione dei destini individuali. Una situazione resa ancor più insopportabile dalle molte bardature corporative che appesantiscono il settore e diventano un tappo soprattutto per le nuove generazioni nonché dall’estrema diffusione del lavoro nero che riguarda tutti le professioni dello spettacolo. Per esempio. nel settore della danza quasi solo i lavoratori degli enti lirici e delle maggiori compagnie sfuggono a questo pericoloso paradigma. Il Partito democratico ritiene che dare dignità e tutele ai lavoratori della cultura sia la precondizione per ogni reale ripensamento del futuro di questo comparto. Occorrono misure complesse e diversificate, perché disomogenee sono le condizioni e le difficoltà dei diversi settori del lavoro culturale. Le tutele minime di welfare riconosciute alla generalità dei lavoratori non sono ancora state affermate nella nostra legislazione sul lavoro dello spettacolo, perpetrando così un’evidente disparità di trattamento sul piano del diritto e dell’equità dei rapporti sociali. Chi lavora nello spettacolo è calato in un mondo afflitto dalla precarietà; precarietà alla quale si aggiunge l’intermittenza strutturale dei rapporti di lavoro degli artisti e dei tecnici dello spettacolo dal vivo, del cinema, dell’audiovisivo e dell’intrattenimento. Il lavoro dello spettacolo non è, tutt’ora, garantito da tutele minime come la disoccupazione ordinaria, l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, l’indennità di maternità, dal sostegno del reddito per i periodi di non lavoro.
A tutto questo bisogna assolutamente provvedere con una legge sul welfare dello spettacolo che, peraltro, avrebbe potuto vedere la luce già in questa legislatura se non vi fosse stata, ancora una volta, l’opposizione del governo al lavoro concluso dalla Commissione Lavoro della Camera per un testo unificato di norme di tutela per lavoratori di questo settore.
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commenti

#1 Giovanna Pietra, 8/2/2011

mi sembra un ottimo punto di partenza. e per ribadire che occorre far presto prima che del patrimonio culturale non rimanga niente vi segnalo un inquietante comunicato del MIBAC sul rilancio dell'economia http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1022885112.html http://meherkle.blogspot.com/

#2 Giovanna Pietra, 13/2/2011

beni culturali, lavoro, professioni http://meherkle.blogspot.com/2011/02/professione-archeologo-spiragli-per-il.html

#3 Cinzia Dicorato, 10/3/2011

Le premesse, se si parte da ciò che qui è scritto, sono buone. Adesso dobbiamo vedere come si prosegue.

#4 Michele di Pisa, 14/3/2011

La cultura è il primo tratto identitario d’un popolo. Difendere la nostra cultura significa difendere la nostra identità, molto più di quanto si possa fare diffondendo paure e rancori contro chi proviene da altri paesi. La lingua è il primo elemento distintivo d’una cultura. Difendere la lingua italiana, dunque, significa difendere la cultura e, in definitiva, l’identità italiana. Purtroppo, però, mentre tutti doverosamente ci strappiamo le vesti davanti a gesti di vilipendio della bandiera o di una ricorrenza maliziosamente trascurata, non battiamo mai ciglio davanti ad un continuo, generale e incessante vilipendio della lingua italiana. Con l’aggravante che mentre una ricorrenza dimenticata o una bandiera oltraggiata sono solo simboli, la lingua è essenza. Il simbolo può essere reintegrato; l’essenza danneggiata, rimane tale per sempre. In questi giorni, tutti noi siamo giustamente indignati per l’ostilità di alcuni politici (gli stessi che in altre occasioni non hanno mancato di vilipendere il Tricolore) a celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia. Non era la prima volta, tuttavia, che una ricorrenza importante e fondante sia stata scientemente o insipientemente ignorata. Nel 1960, ad esempio, tra Olimpiadi, boom economico e incombente centenario d’Italia, questo Paese ha dimenticato di festeggiare il primo millennio della lingua italiana volgare il cui vagito ufficiale è costituito da una testimonianza giurata, il Placito cassinese numero 1, dell’anno 960. Chi lo ricorda? “Sao ko kelle terre, per kelle fini ke li contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. “ Dimenticarsene è stato un vero peccato e forse dimostra che certi disamori hanno radice antica. Mi chiedo però se i figli dei nostri figli arriveranno a festeggiare il millennio dell’italiano letterario, il cui primo documento assoluto è certamente il Cantico delle Creature del 1226 (Altissimu, onnipotente bon Signore,/ Tue so' le laude, la gloria et l'honore et omne benedictione,), seguito tra il 1231 e il 1250 da quel «Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state” di Cielo d'Alcamo, e poi dal Dolce Stil Novo, culminato con la Divina Commedia di Dante. Molto prima del 2226, tuttavia, la lingua italiana potrebbe essere definitivamente estinta. Si, amici miei. Non so se per incuria o per calcolo, ma l’italiano sta inesorabilmente morendo. Ucciso dall’incuria e dal conformismo dei più e dal disinteresse e dai piccoli calcoli di bottega di pochi. Oggi non si parla più italiano, ma “itangliano”. Sembra che tutti facciamo a gara a sfoggiare termini inglese che il nostro interlocutore non conosce. In questa folle gara si distinguono giornalisti, politici e pubblicitari. Tutti si comportano, parlano o scrivono come se si sentissero orfani d’una lingua inglese, che spesso non sanno parlare o parlano male, illudendosi forse che, infarcendo i loro distorsi di inutili e gratuiti anglicismi come d’incanto potessero diventare anglofoni perfetti o almeno riuscissero sembrarlo agli occhi di chi l’inglese non conosce. Per molti giornalisti infarcire d’inglese gli articoli è un modo per nascondere le non notizie che stanno per ammannire, al fine di sorprendere il lettore più che d’informarlo. Per i pubblicitari è una tecnica per turlupinare il consumatore, proponendo prodotti che si differenziano dalla concorrenza solo per un nome o un attributo anglofilo. Per i politici, infine, è un espediente per creare cortine fumogene dietro cui nascondere l’assoluta mancanza di idee, o la loro antiteticità nei confronti degli interessi e delle attese del cittadino. Accanto a queste categorie se ne distingue, poi, una terza certamente non meno colpevole, ma molto più insidiosa: la categoria dei commercianti. Quando andate in giro contate quante insegne ci sono in lingua inglese. Non si vendono più scarpe, ma shoes; non ci sono più parrucchieri ma hair stylists; le automobili sono inevitabilmente cars e invece di “saldi” si scrive “sale” (che poi la gente legge sale e non capisce più se, ad esempio, Benetton è diventato un supermercato alimentare). Nel mio paesino, alle porte di Milano, ha appena aperto un negozio che non vende pane, ma bread: bread and coffee, per l’esattezza. Questa delle insegne è una moda molto più pericolosa della sparata una tantum del giornalista che invece di tutto esaurito scrive “sold out”, o “spa” al posto di “terme”. Le insegne vengono viste tutti i giorni, in maniera costante, ossessiva, incessante. Ora, sapete quante volte bisogna ripetere una parola impararla nella lingua straniera che state studiando? 160 volte. Dopo 160 volte quel suono diventerà parte del nostro vissuto, parte di noi stessi. E’ per questa ragione che le insegne commerciali hanno un ruolo importante. Questa moda sarebbe poco preoccupante se il ritmo di ingresso di nuovi anglicismi nell’uso quotidiano non avesse superato la soglia d’allerta. Sulle 84.000 parole d’un normale dizionario in commercio, 8.800 sono mutuate da lingue dall’inglese: una su dieci. Sin tanto che si tratta di concetti nuovi o inesistenti nella nostra lingua , nulla di male. Quello che preoccupa è il fatto che, sempre più spesso, si tratta di semplici e gratuite sostituzioni. Il nucleo centrale del corpus linguistico con cui viene costruito l’80% dei messaggi e delle frasi che quotidianamente ci scambiamo è rappresentato da non più di 2000 parole. Ma di queste, poco meno di quattrocento sono sufficienti a comporre il 60% delle frasi. Ora, negli ultimi anni sono proprio queste quattrocento parole quelle più prese di mira da giornalisti, pubblicitari e politici esterofili. Come sanno coloro che insegnano con tecniche scientifiche lingue straniere, quando la metà delle quattrocento parole più frequenti verrà sostituita da equivalenti espressioni inglesi, allora sarà possibile stilare ufficialmente l’atto di morte della lingua italiana. Perché quello segnerà il punto di non ritorno, il punto in cui non occorrerà più un dizionario bilingue per tradurre le parole non note, ma solo ed esclusivamente un vocabolario inglese-inglese. Quando le prime 400 parole più frequenti della lingua italiana saranno sostituiti dagli equivalenti inglesi, saremo tutti nelle condizioni di un bambino di tre anni che ormai impara il resto del linguaggio in maniera naturale, semplice, senza fare grandi sforzi. E’ quello che succederà nel giro di altre due o tre generazioni. Non è allarmismo. Senza giornali e televisione, per soppiantare le lingue galliche, quelle iberiche o l’illirico in Romania, il latino ha impiegato appena due secoli. E’ in corso una vera e propria auto-colonizzazione linguistica e culturale e affermare che l’italiano sarà morto ancor prima del 2226 non è una provocazione. Si può fare ancora qualche cosa? Possiamo celebrare fattivamente i 150 d’Italia con iniziative concrete che difendano la nostra italianità a partire dalla lingua italiana? Forse si. Elencherò alcune cose che anche noi nel nostro piccolo possiamo fare esprimendo alcuni desiderata. Sta a voi, alla vostra sensibilità e capacità di incidere nella politica delle cose farle diventare realtà. Desiderata Sarebbe bello se alcuni comuni amministrati dal PD varassero delle delibere per vietare l’uso ingiustificato di lingue straniere nelle insegne commerciali. Sarebbe un modo per evitare che le scarpe diventino tutte shoes, che il pane diventi bread ed i capelli si trasformino in hair. Sarebbe bello se anche altri comuni non amministrati dal PD varassero contemporaneamente la stessa delibera e tutti insieme la presentassero all’opinione pubblica in maniera condivisa, si “condivisa” (non userò il termine bipartisan perché se pronuncio questo termine correttamente rischio di apparire pedante e vanesio, mentre se lo pronuncio all’italiana, alle orecchie di un anglofono apparirei ridicolo come Stanlio ed Ollio quando doppiavano direttamente i loro film in lingua italiana. Una iniziativa condivisa di questo genere potrebbe focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e dare un sussulto di italianità vera e concreta. Ma soprattutto sarebbe bello se tutti i nostri politici e attivisti non usassero mai più termini come “housing” per parlare di edilizia residenziale, wellfare per indicare gli affari sociali, devolution per dire decentramento e così via. Sarebbe bello se il nostro paese disponesse di un ministro alla cultura degno di questo nome. Un ministro in grado di portare avanti politiche di salvaguardia della lingua, come quelle messe in atto da decenni da paesi come la Francia, la Spagna o più recentemente la Cina, ma che sappia anche porre mano a necessarie iniziative per affrontare irrisolti problemi di ortografia, di regole di pronuncia, di difesa grammaticale, di coniazione di coerenti neologismi che l’uso quotidiano della lingua italiana richiede. Sarebbe bello se due organismi parapubblici come l’Accademia della Crusca o l’Istituto Treccani non fossero soltanto delle istituzioni che elargiscono prebende, ma si occupassero realmente della lingua e della cultura italiana. Sarebbe bello se il nostro partito facesse della difesa della lingua uno strumento di politica della nostra identità, oggi interpretata soltanto dall’arroccamento straccione della lega su posizioni, ieri, antimeridionali ed oggi visceralmente xenofobe. Sarebbe anche bello se la tv del partito non si chiamasse “you dem” ma solo “TV DEM”, se la newsletter di AreaDem diventasse Notiziario e non fosse più weekly, ma semplicemente settimanale, se la nota informativa del gruppo parlamentare alla camera del PD non si chiamasse più “Deputati PD News”, ma “Deputati PD Notizie”. Sarebbe bello se in tutte le manifestazioni del nostro partito, in tutti i banchetti e tutti i gazebo che andremo ad organizzare, insieme alle bandiere del PD sventolassero anche un tricolore ed una bandiera dell’Unione Europea. Sarebbe belle se ci fosse una specie di Italia Nostra che oltre alla foca monaca, al patrimonio artistico e paesaggistico, abbandonato e cadente di questo paese, si occupasse anche della difesa dell’Homo Italicus e di quel patrimonio culturale che è la sua lingua. Sarebbe belle se nel prossimo programma del PD figurasse un capitolo “Difesa dell’identità italiana” con proposte e iniziative atte a scongiurare la morte della lingua italiana. Perché quando l’italiano sarà morto, allora si che l’Italia tornerà ad essere solo un’espressione geografica. Michele di Pisa mdipisa@systems.it

#5 Silvia U., 19/3/2011

Non sapendo come esprimere il mio dissenso per come è gestita la vostra pagina FB e quella del segretario (non trovo sul sito dei contatti a cui rivolgermi) scrivo qui che sono stata censurata, senza mai essere stata volgare né offensiva, ma solo esponendo dei punti programmatici. Chiedo con cortesia di controllare chi amministra le vostre pagine su FB. Grazie

#6 giacinto ciminello, 27/3/2011

Sono pienamente concorde con Michele di Pisa. Il regime ha la sua griglia di gestione del potere, ciò che può metterla in crisi è la controinformazione su vasta scala, ma resta poco tempo perchè il regime stà collocando i suoi ultimi tasselli, l'abbattimento della Magistratura Libera e la trasformazione del Parlamento nel mercato delle pulci, la cultura è già stata debellata, ne resta solo un fatto soggettivo e privato. Se tutto ciò non avesse ricadute negative, come in parte già si vedono,sul benessere del Popolo, si potrebbe pure lasciarli fare ma, chi ha pure un pochissimo di sale in zucca si rende conto che la vantata potente corazzata Italia imbarca acqua e cosi andando in breve affonda.

#7 Claudia Porzio, 2/4/2011

Spero che qualcuno possa recepire questa proposta, perchè la trovo davvero valida e meritevole. A questo link: http://www.firmiamo.it/musicadalvivo si può leggere la proposta completa e firmare la petizione. In sintesi la proposta (che non è mia) è questa: 1-Semplificazione e detassazione per l’ottenimento delle licenze per i locali che intendono fare musica dal vivo. 2-Totale esonero da imposte comunali,SIAE e obblighi previdenziali ENPALS dei locali che investono annualmente negli spettacoli in modo autonomo e che non hanno biglietto d’ingresso. 3-Proposta di nuova posizione fiscale per il lavoratore dello spettacolo. Chi fa musica dal vivo lo sa bene: ormai da anni si suona sempre meno e si prende sempre meno. Questa proposta non va solo incontro alle esigenzwe degli artisti, ma anche dei gestori dei locali/commercianti ed anche di quei semplici fruitori che amano sentire un po' di musica dal vivo la sera.

#8 alessio bergamo, 6/3/2012

La maggior parte di volte che vedo iniziative (ad eccezione delle assemblee preparatorie agli stati generali della cultura) vedo che sono già chiuse: ci sono persone intelligenti che parleranno... tante. Non vedo indicati spazi per dibattiti. Ma questo è un partito. Se la direzione della comunicazione è solo quello che va dal palco alla platea perché dire che l'iniziativa è pubblica? Avete bisogno di qualcuno che batta le mani o che assista a come dibattete? Oppure è contemplata anche possibilità di dire la propria di opinione? Mi piacerebbe avere una risposta concreta. Ho un sacco di cose da dire. Anche su queste proposte... E vorrei vedere in faccia le persone, i dirigenti, mentre le sentono (ed eventualmente, se vogliono rispondermi, anche sentire le loro risposte).

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