Gli studi più recenti degli organismi internazionali rilevano che i paesi caratterizzati da una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono quelli che crescono di meno e che quindi otterrebbero dall’aumento dell’occupazione femminile un maggior vantaggio in termini di crescita.
Risulta che il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità; anzi, si dimostra che oggi nei paesi avanzati, a differenza di quanto avveniva in passato, se le donne hanno meno opportunità di occupazione fanno meno figli. Viceversa, la fecondità è maggiore nei paesi ad elevata occupazione femminile. Dagli studi emerge che i paesi con i tassi d’occupazione più bassi e con un tasso di natalità inferiore sono quelli che hanno una copertura di servizi più bassa, che presentano una minore disponibilità dei padri a prendere congedi parentali, dove le donne hanno un maggior carico di lavoro domestico, dove è più bassa la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne.
L’Unione Europea conferma tale diagnosi e pone, ormai da diversi anni, l’obiettivo dell’innalzamento dell’occupazione femminile al centro delle proprie politiche per lo sviluppo. Ricordiamo, per fare l’esempio più noto, la Strategia di Lisbona, che nel 2000 puntava a raggiungere per la media europea un tasso di occupazione femminile pari al 70 per cento entro il 2010.
Per l'Italia, la situazione attuale del mercato del lavoro femminile si presenta molto debole.
La prima cosa da osservare è che il sistema economico del nostro paese è caratterizzato da un basso grado di coinvolgimento nel mercato del lavoro della popolazione in età attiva, distante da quello dei paesi dell’Unione europea comparabili al nostro per livello di sviluppo economico. "
Sono osservazioni contenute in una nota del Dipartimento Politiche Comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 15 febbraio scorso.
Secondo i dati ISTAT pubblicati il 1 marzo, in Italia il tasso di occupazione è pari al 56,7 per cento, (2 punti in meno rispetto alla fine del 2008).
Anche nella crisi si ripropone un rilevante divario di genere: l'occupazione femminile cala relativamente meno di quella maschile, agisce su un divario rilevantissimo di oltre 20 punti percentuali; il solco si approfondisce con il perdurare della crisi: l'occupazione femminile, già bassissima, in due anni è arretrata di 1 punto (dal 47,3 al 46,3%), mentre il tasso di inattività delle donne è quasi il doppio di quello degli uomini. Solo Ungheria e Malta, nella lista dei 27 paesi dell’Unione europea, presentano una situazione del lavoro femminile peggiore di quella italiana.
Il fenomeno della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un fenomeno concentrato soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, ove i tassi di occupazione femminili sono inferiori di oltre venti punti rispetto al resto del paese.
Un altro importante fattore che incide sullo squilibrio uomini-donne è quello generazionale. Persino nel Centro Nord, ove la situazione dell’occupazione femminile è migliore, si riscontra una forte differenziazione generazionale: le donne nella fascia d’età 25-44 anni hanno tassi di occupazione elevati, in media con l’Europa, mentre le donne della fascia d’età più alta mostrano una partecipazione molto più bassa.
Le donne italiane, dopo una certa età, quindi, smettono di lavorare: da recenti indagini evidenziano che, nonostante gli ottimi risultati scolastici, esse hanno difficoltà a raggiungere ruoli direttivi e che, a parità di posizione professionale, percepiscono un salario inferiore a quello di un uomo. Inoltre, il numero delle donne che lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio è doppio rispetto a quello degli altri Paesi Europei, dove si osserva un incremento dei "ritiri" dal mercato del lavoro solo a partire dal terzo figlio. In particolare riteniamo che il fenomeno delle cosiddette dimissioni in bianco sia particolarmente grave e per questo abbiamo riproposte norme che combattano questo abuso contro le lavoratrici.
Le donne sono, infine, maggiormente "intrappolate" nella precarietà: oltre il 70% dei contratti a termine o "atipici" riguarda donne; analogamente le donne sono maggiormente coinvolte nel peggioramento drammatico dei dati di disoccupazione giovanile.
E' evidente, quindi, che alcuni interventi destinati ad avere un impatto generale sulla possibilità per tutti i cittadini di perseguire attivamente i propri piani di vita e di migliorare il tasso di occupazione, hanno un rilievo particolare per le donne alle quali devono essere offerte concrete possibilità di lavoro a supporto di scelte di vita libere e consapevoli. Nello stesso tempo, è evidente come il miglioramento del tasso di partecipazione delle donne al lavoro nel nostro Paese è una strategia primaria per sostenere la crescita economica e la stabilità del sistema di welfare.
Le misure di riforma fiscale mirate a sostenere i redditi da lavoro più bassi (prima aliquota IRPEF 20%) favoriscono in primo luogo, oltre ai giovani, le lavoratrici e, per il loro tramite, le famiglie: le sacche di povertà maggiori si annidano, infatti, nei nuclei monogenitoriali e nelle famiglie numerose con un solo reddito (quello maschile) disponibile.
Il sostegno alla maternità è un pilastro fondamentale delle politiche per l'occupazione femminile: il riconoscimento dell'indennità di maternità come diritto di cittadinanza, con copertura pari al 100% della retribuzione, relativo finanziamento a carico della fiscalità generale ed estensione a tutte le forme di lavoro.
Ad esso si affiancano: introduzione di una detrazione fiscale per il reddito da lavoro delle donne in nuclei familiari con figli minori; l'incentivazione fiscale (con fiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese) e sostegno della flessibilità oraria e del part time (reversibile e volontario); la copertura con contributi figurativi dei periodi di interruzione del lavoro correlati ad impegni di cura, che consente di sostenere le proprie scelte familiari senza penalizzazioni rispetto alle carriere contributive ed al futuro importo della pensione (le pensionate povere sono assai più numerose degli uomini) ; l’assegno universale per i figli (3.000 euro per figli da 0 a 3 anni in sede di prima applicazione, riproporzionato al reddito) e il potenziamento della rete di servizi per l’infanzia, attraverso il rifinanziamento del Fondo dedicato, e la flessibilizzazione dei tempi di accesso ai servizi, sostengono le possibilità di ricerca di lavoro delle donne; l'incremento dell'indennità per il congedo parentale facoltativo, incentivato per gli uomini, e il congedo di paternità obbligatorio favoriscono la conciliazione della scelta di maternità con il mantenimento dell’occupazione, facilitano la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e contribuiscono a riequilibrare i ruoli all’interno della famiglia, attraverso la condivisione dei compiti di cura; il sostegno pubblico all’assistenza ai non autosufficienti attraverso. il rifinanziamento del Fondo, sostiene la famiglia in compiti di cura gravosi che oggi ricadono soprattutto sulle donne.
Le politiche fiscali specificamente mirate a favorire l'occupabilità delle donne si esercitano su due fronti:
a) Misure finalizzate a sostenere il reddito delle lavoratrici:
• detrazione Irpef aggiuntiva per ogni figlio a favore delle donne che lavorano;
• deducibilità delle spese per assistenza ai figli e/o ai congiunti non autosufficienti
b) Misure incentivanti rivolte alle imprese
• credito di imposta per le imprese che as14 sumono donne nelle aree del mezzogiorno;
• Incentivi ai datori di lavoro (fiscalizzazione per 1 anno degli oneri sociali) che assumono donne che riprendabno l'attività lavorativa dopo periordi dedicati alla cupra
• riqualificazione e rifinanziamento del Fondo nazionale per l’imprenditoria femminile e potenziamento della formazione professionale delle lavoratrici autonome;
• Azioni di facilitazione e sostegno al credito ed alla capitalizzazione per le nuove imprese femminili.