Fatti e misfatti del governo Berlusconi
La strategia del governo Berlusconi in questi anni è stata quella di demolire quanto di positivo si era costruito in favore della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, del rispetto dei diritti della donna e del suo corpo, del welfare.
I dati parlano chiaro: azzeramento dei finanziamenti per gli asili nido, meno fondi per le politiche della famiglia, meno aiuti per giovani e anziani, erosione dei finanziamenti per le Pari Opportunità, nessun finanziamento ai centri antiviolenza.
Il numero delle donne occupate è fermo al 46,4 % contro il 60 % che si sarebbe dovuto raggiungere ben due anni fa, secondo gli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea a Lisbona, mentre l’occupazione degli uomini è pari al 68,6 %. Elemento fondamentale per aumentare l’occupazione femminile è l’ampliamento ai servizi per la prima infanzia, la condivisione del lavoro di cura dei figli, il sostegno agli anziani e ai non autosufficienti.
Non a caso fino alla nascita del primo figlio lavorano 59 donne su 100, mentre dopo la maternità continuano a lavorare solo in 43, con un tasso di abbandono del 27,1 pe cento. Preoccupante anche il numero di donne inattive. Oggi in Italia ci sono nove milioni e 679 mila donne che non lavorano e non studiano avendo rinunciato a cercare un’occupazione. Il tasso di inattività che è complessivamente pari al 37,8 % fra i 15 e i 64 anni sale al 45,8 % se si considerano solo le donne.
La crisi economica non ha fatto altro che peggiorare la situazione delle lavoratrici adeguandosi al luogo comune che è meno grave che il posto di lavoro lo perda una donna anziché un uomo! Per quanto riguarda la condizione sui luoghi di lavoro il tasso di occupazione delle donne è molto minore rispetto a quello degli uomini, ma a parità di mansioni con i colleghi uomini le donne guadagnano di media il 2530% in meno; anche la presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è pari solo al 6,8 %. Lo squilibrio è ancora più ingiusto se si considera che, per quanto riguarda l’accesso all’istruzione le ragazze superano di gran lunga i ragazzi (79 % contro il 46) e che le laureate sono il 60 % del totale degli studenti universitari, arrivano alla laurea prima e con un punteggio in genere più alto di quello dei loro colleghi. Tra le donne l’incidenza del precariato si è raddoppiata rispetto agli uomini mentre, per quanto riguarda il divario di genere siamo il fanalino di coda, non solo dei paesi della UE ma anche a livello internazionale, addirittura al 72esimo posto sotto il Kazakhistan e il Ghana! Il sostegno alla partecipazione al lavoro delle donne è fondamentale non solo per lo sviluppo economico e la competitività, ma anche per la crescita civile e democratica del nostro Paese.
Violenza sulle donne, cultura delle prevenzione, assistenza alle vittime
Parlare di diritti umani, significa soprattutto parlare di diritti delle donne. Nel mondo 1 donna su 3 è stata, o è destinata ad essere, vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica mentre il 70 % delle donne assassinate muore per mano di parenti.
L’Italia non fa eccezione.
L’approvazione della legge sullo stalking, promossa dal PD, rappresenta un indiscutibile passo in avanti, ma rimane del tutto insufficiente se a questo non si accompagna una cultura della prevenzione e dell’assi stenza. Sul territorio molto centri antiviolenza, sono costretti alla chiusura per mancanza di fondi: la riduzione dei trasferimenti a Comuni, Province e Regioni, a seguito delle rigide misure del Ministro Tremonti, colpisce in primo luogo l’intervento nel sociale e per la prevenzione. La legge di Stabilità 2011 non prevede alcun finanziamento per il Fondo antiviolenza mentre, dopo due anni di continuo calo di risorse per le Pari Opportunità, solo ultimamente si è arrivati ad uno stanziamento modesto di circa 17 milioni, del tutto insufficienti per i compiti che il Ministero dovrebbe prefiggersi.
I tagli al welfare
La spesa in Italia per il welfare sfiora 1,2% del Pil contro il 2,4 % della media europea.
La maternità non è ancora un diritto per tutte e non a caso le politiche di sostegno all’occupazione femminile vedono un tassello importante proprio nel sostegno alla prima infanzia. L’obiettivo della UE è arrivare a coprire almeno il 30 % del fabbisogno di asili nido a livello nazionale, ma il nostro paese è fermo all’11%. Il Governo Prodi aveva stanziato, con la finanziaria 2007, ben 727 milioni di euro in 3 anni per la costruzione di muovi asili nido; nel 2009 il Fondo si è ridotto a 100 milioni mentre nel 2010 e ancora, per quest’anno, il governo Berlusconi non ha previsto neanche un euro per i servizi all’infanzia. Così le donne che lavorano dovranno affidarsi ai nidi privati o ai nonni.
Il Fondo per le politiche sociali, può contare quest’anno solo su 273 milioni contro i 929 del 2008, per non parlare delle politiche per la famiglia i cui stanziamenti sono ridotti a 52 milioni contri i 346 di tre anni fa. Zero euro quest’anno per i non autosufficienti che solo l’anno scorso potevano contare su 400 milioni, mentre il Fondo per le politiche giovanili è passato dai 94 milioni del 2008 ai 32 per il 2011.
Il Governo, approfittando della crisi economica, dunque, ha colpito in maniera specifica il sistema di welfare, che sostiene in primo luogo le donne, la loro possibilità di occupazione e di una vita autonoma, ma anche di accrescere il reddito familiare che dal 2006 a oggi è diminuito del 3%, perché uno stipendio solo non basta più. Il Ministro Sacconi, rispondendo ad una interrogazione del PD, ha dichiarato che nel 2009 sono state 18.000 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro nel primo anno di vita del bambino. Di queste oltre 12.000 lavoratrici erano residenti nel Nord, 3.300 nel Centro e una quota inferiore nel Sud, 2275.
Non sappiamo quante delle 18.000 lavoratrici sono state costrette a firmare le dimissioni, ma tra le motivazioni principali il mancato accoglimento al nido del neonato e la incompatibilità tra orario di lavoro e cura del bambino in assenza di parenti di supporto, testimoniano la difficoltà delle lavoratrici a conciliare tempi di cura e tempi di lavoro.
I provvedimenti approvati dal Governo fino ad ora, si sono rilevati estremamente penalizzanti.
Il mercato del lavoro rischia di subire una fortissima inversione di tendenza a netto svantaggio per le donne, che negli ultimi anni avevano cercato di risalire la china della disoccupazione e dell’inattività. A questo quadro bisognerà aggiungere anche la quota di lavoro sommerso, dove le donne rappresentano comunque la maggioranza, e che con la pesante crisi economica che attraversa il nostro Paese, rischia di accrescersi a dismisura.
La detassazione degli straordinari, prevista dal D.L. 27 maggio 2008, n. 93, per il quale sono stati stanziati 650 mln di euro, non favorisce le donne sulle quali solitamente grava il lavoro di cura domestico: in una famiglia di solito è l’uomo a trattenersi al lavoro per gli straordinari, mentre spetta alla donna tornare a casa per occuparsi dei figli, dei familiari anziani o del lavoro domestico.
Uno dei primi atti del Governo Berlusconi è stato quello di sopprimere la legge 17 ottobre 2007, n.188, sulle dimissioni in bianco, voluta dal Governo Prodi a tutela delle fasce più deboli del mercato del lavoro, in particolare le donne. Il fenomeno delle dimissioni in bianco è molto diffuso soprattutto tra le piccole e medie imprese, dove, alle donne, al momento dell’assunzione vengono fatte firmare le dimissioni, che il datore di lavoro può utilizzare in caso di eventuale maternità della lavoratrice.
Il part time nelle Pubbliche Amministrazioni è stato fortemente penalizzato con una forte riduzione della possibilità di convertire il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale.
Il Collegato lavoro (L.183/2010) ha disposto che le P.A., possano sottoporre a nuova valutazione i part-time già concessi; dunque chi ha già il part-time non è detto che lo mantenga in futuro.
Il Collegato lavoro, all’art. 24, ridefinisce il diritto ad usufruire dei permessi retribuiti, previsti dalla legge 104 del 1992. Ancora una volta i diritti - in questo caso proprio dei più deboli – vengono visti come un vincolo e un costo da eliminare. L’opposizione del nostro gruppo è stata fortissima al punto che si è riusciti a limitare l’intervento del Governo, prevedendo, che i genitori di figli disabili possano, alternativamente, usufruire dei permessi, permettendo dunque che padre e madre possano alternarsi nella cura del figlio.
Nonostante le ipocrite dichiarazioni del ministro Carfagna in favore dell’occupazione femminile ciò che di buono il Governo precedente aveva varato sul tema è stato totalmente ignorato. La legge finanziaria 2008, del Governo Prodi, aveva previsto uno specifico intervento fiscale in favore delle donne del Mezzogiorno, concedendo ai datori di lavoro che incrementavano il numero dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nelle regioni del sud, un credito d’imposta di 333 euro per ciascun lavoratore assunto, che sale a 416 euro per ciascuna lavoratrice. Non un euro è stato previsto per questa importante misura in nessun provvedimento finanziario del Governo Berlusconi.
Normative specifiche sono state varate nel corso della precedente legislatura del Governo Prodi in favore dell’imprenditoria femminile. Il Fondo per la finanza d’impresa che destina specifiche risorse alle iniziative di imprenditoria delle donne non è mai stato rifinanziate dall’attuale Governo.
Nel nostro Paese è accolto negli asili nido solo l’11% dei bambini a fronte di un obiettivo del 33% fissato dalla strategia di Lisbona. Negli ultimi due anni, come abbiamo visto, il Fondo per gli asili nido è stato addirittura azzerato. Potenziare i servizi di cura dei bambini significa liberare tempo per le donne e permetterle di lavorare.
L’art. 21 del Collegato lavoro prevede il vero e proprio smantellamento dei Comitati per le pari opportunità nei luoghi di lavoro, che vengono sostituiti dal generico “Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni”, che accumuna le pari opportunità ai problemi di mobbing ecc...
Con il decreto 78/2010 e l’ultima legge finanziaria (Stabilità 2011), il Governo è intervenuto sulle pensioni, prevedendo, tra l’altro, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne da 60 a 65 anni, che poi diventano 66, con l’introduzione della cosiddetta finestra scorrevole. Lo stesso vale anche per coloro che sono stati autorizzati alla prosecuzione volontaria dei versamenti di contributi, che come è noto, sono in prevalenza donne. Una disposizione che non ha nulla di egualitario se si pensa alla totale mancanza di politiche di conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi di cura che grava sulle spalle delle donne. Il Governo ha promesso che i risparmi derivanti da questa norma saranno investiti in interventi a favore di servizi per l’infanzia e gli anziani. Attendiamo ancora di sapere l’ammontare delle risorse che saranno stanziate: al momento sia il fondo per gli asili nido che per gli anziani non autosufficienti è pari a zero euro.
Le risorse a favore della Promozione dei diritti e delle pari opportunità sono state completamente azzerate nelle due ultime leggi di Bilancio. Si è passati da 29, 92 milioni, inizialmente previsti, a 4 milioni per il 2010, mentre sono 12,80 milioni, complessivamente gli stanziamenti per gli anni 2011, 2012, e 2013. Da ultimo le risorse sono state incrementate a 18 milioni, comunque del tutto insufficienti per la promozione della parità di genere, la promozione della prevenzione, il contrasto alla violenza.
a precarietà è donna. Questo è la drammatica dimensione delle lavoratrici del nostro secolo. Secondo gli ultimi dati Istat la permanenza delle donne nei contratti atipici ha effetti devastanti sia sui salari che sulle tutele nel campo del lavoro. La “maggiore flessibilità delle donne”, di cui parla il Ministro Sacconi significa che spesso le lavoratrici sono costrette a passare da un contrato atipico all’altro, anche in soli 3 mesi di lavoro. Tutto ciò rappresenta un passo indietro nel lento cammino verso la conquista della parità di genere nel mondo del lavoro, totalmente ignorato dal Governo in carica.
La scure sul personale precario della scuola, che prevede il mancato rinnovo dei contratti complessivamente per più di 130 mila lavoratori, ha colpito e continuerà a colpire in prevalenza le donne, che rappresentano la percentuale più alta del personale della scuola. Sin dall’inizio i lavoratori precari sono stati continuo oggetto di provvedimenti legislativi allo scopo di bloccare il processo di stabilizzazione iniziato dal Governo Prodi. L’esecutivo Berlusconi prevede, per la prima volta nella storia del nostro paese, un massiccio licenziamento del personale del Pubblico Impiego: insegnanti, personale ATA, impiegati, migliaia di lavoratori ai quali non verrà rinnovato il contratto di lavoro a tempo determinato. Il Governo Prodi aveva tentato di limitare l’uso dei contratti atipici, prevedendone una sua riduzione nel Protocollo del Welfare. Il Governo Berlusconi non solo li ha reintrodotti, ma ne ha anche esteso l’applicazione. A livello locale, il mancato trasferimento delle risorse, determinerà l’inefficienza in numerose realtà, come quelle nei servizi sociali, per la pulizia delle scuole, l’assistenza a famiglie ed anziani che per la maggior parte è composta da lavoratrici donne. Secondo una recente ricerca la quota di donne iscritte alla gestione separata dell’Inps si aggira intorno a 480 mila, la cui quasi totalità, pari a 430 mila, intrattiene rapporti di collaborazione con un solo committente. Su 100 donne che svolgono un lavoro più di 70 vivono in una situazione di insicurezza dovuta alla mancanza di continuità del rapporto di lavoro e di un reddito adeguato per pianificare la vita presente e futura. Il Partito democratico ha presentato diverse Proposte di legge per estendere gli ammortizzatori sociali anche al personale precario, così come il diritto alla maternità e ai congedi parentali. Tutte iniziative bocciate dal Governo che si è limitato soltanto a misure una tantum e per una platea ristretta di lavoratori.
Conquista delle donne, introdotta durante il primo Governo Prodi i congedi parentali sono riconosciuti anche ai padri, in maniera facoltativa, al 30% dello stipendio. Purtroppo sono poche le coppie che possono permetterselo. Il PD ha chiesto, che il congedo parentale, almeno per un tempo minimo, sia obbligatorio per i padri, e che sia elevata anche la percentuale di salario percepita. Solo così sarà possibile veramente iniziare un percorso che porti ad una piena condivisione della cura dei figli all’interno della coppia, nonché sarà possibile porre fine alla discriminazione che insegue storicamente le donne, sia al momento dell’assunzione, che nel corso del rapporto di lavoro ai fini di una possibile carriere. La maternità non deve essere un ostacolo per le donne nel mondo del lavoro.
L’indennità di maternità non è uguale per tutti. Le lavoratrici a tempo indeterminato hanno diritto infatti per 5 mesi all’80% dello stipendio a carico della fiscalità generale.
Non è così per le precarie: 3 mesi di congedo e solo al 30 % dello stipendio. Il PD chiede con forza che l’indennità di maternità sia uguale per tutte: 100% della retribuzione a carico della fiscalità generale 5 mesi di congedo per tutte le lavoratrici a prescindere dal tipo di contratto.
Una condizione fondamentale quella di poter usufruire di forme lavorative flessibili, sia per quanto riguarda l’orario di lavoro che l’organizzazione del lavoro stesso. In questo senso l’art. 9 della legge 53/2000 per il sostegno alla maternità e paternità è stata una grande conquista: forme flessibili di orario, banca delle ore, telelavoro ecc.. la legge prevede che siano erogati dei contributi ai datori di lavoro proprio per incentivare la conciliazione tra tempi di lavoro e i tempi di vita. Anche in questo caso il Governo Berlusconi, nonostante le molte richieste del gruppo del PD, non ha stanziato un euro per sviluppare e diffondere queste importanti misure. La nostra battaglia per rendere obbligatorio anche il congedo dei padri, come avviene in alcuni Paesi Europei, non è mai stata presa in considerazione.
La presenza delle donne nei Consigli di amministrazione delle imprese italiane è appena il 7%. Una partecipazione davvero esigua se si pensa che in Norvegia la presenza delle donne è del 37,9 %, Svezia 28,2, Finlandia 25 e Gran Bretagna 13 per cento.
La nostra proposta di legge si propone di promuovere l'eguaglianza di genere all'interno degli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate e delle società a prevalente partecipazione statale è stata prima accolta favorevolmente alla Camera poi modificata al Senato l’approvazione di emendamenti del Governo, che hanno spostato l’effettiva applicazione di una quota riservata per legge alle donne al 2021!!