Si è concluso con un grande applauso il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma della giustizia. Un regalo per Silvio da parte del fido ministro Angelino Alfano per provare a immunizzarlo da tutti i processi che il premier ha in corso. Singolare ma onesta la dichiarazione di Berlusconi quando ha chiarito che la riforma non è contro nessuno. Semmai è a favore di qualcuno! Uno a caso...
Il fatto che Berlusconi abbia puntato molto su questa riforma ignorando tutti i problemi dell'Italia che non lo riguardassero direttamente è cosa nota: il premier si è lasciato scappare un "è dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma". È solo una pura casualità se i problemi giudiziari di Berlusconi risalgano proprio dal 1994 e dalla sua famosa “scesa in campo”.
Già ieri il Guardasigilli Angelino Alfano aveva illustrato in anteprima al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano i sedici articoli della riforma. I punti cardine sono lo sdoppiamento del Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm; i magistrati responsabili come qualsiasi impiegato della Pubblica Amministrazione; l'obbligatorietà dell'azione penale solo secondo “i criteri” stabiliti dalla legge; il divieto per il Csm di atti di indirizzo politico; una Alta Corte di disciplina divisa in due per pm e per giudici; l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e il potere ispettivo del ministro della Giustizia.
Se il proposito del governo fosse quello di smuovere le acque e di proporre l'immagine nuova di un esecutivo non solo costretto sulla difensiva dai processi penali che incombono sul presidente del Consiglio, ma anche capace di passare alla controffensiva, allora l'operazione ha una sua logica. Tutta politica e mediatica.
"Al solito questo Paese è inchiodato sulle priorità politiche e personali di Berlusconi mai su quelle vere della gente. L'Italia non ha bisogno di una riforma costituzionale di cui discuteremo a vuoto per due anni". Questo è stato il primo commento con cui il segretario del PD,
Pier Luigi Bersani, ha attaccato la riforma della giustizia definendola "un diversivo su un testo piu' che criticabile".
"Per due anni - ha aggiunto Bersani - mangeremo pane e giustizia e non cambiera' un tubo per il servizio dei cittadini”.
"Berlusconi lasci perdere queste chiacchiere. Se vuole il confronto noi abbiamo 3-4 proposte sulla giustizia e su queste siamo interessati a discuterne da domani mattina".
Di fronte all’offensiva con la faccia buonista del governo e, soprattutto, agli interessati richiami alla disponibilità (un coro di commentatori lo ripete da due giorni su molti quotidiani: se l’opposizione non è disponibile, non ha qualità), il Partito Democratico presenta apertamente le proprie posizioni.
Andrea Orlando, responsabile Giustizia, su
Il Riformista ha dichiarato “il ministro della Giustizia riveda i titoli della riforma, poi se ne parla”.
Il senso è chiaro: “il Pd può mettersi a discutere di giustizia col governo soltanto se Angelino Alfano rivede l`agenda delle priorità. Ci avviciniamo al momento del varo con molta prudenza, perché ancora non abbiamo visto il testo. E soprattutto con molta diffidenza. Perché gli obiettivi dell'esecutivo, tra l`altro mai nascosti dalla maggioranza, non sembrano dettati dalle tante disfunzioni della giustizia, ma dall`urgenza di ridurre i poteri di chi ha disturbato il loro Capo. Le urgenze? Dall'organizzazione degli uffici giudiziari all'assistenza informatica, dal malfunzionamento della giustizia civile alla farraginosità del processo penale. In più c'è la necessità di fare un censimento seno sugli aspetti che riguardano le garanzie dell`imputato e la trasparenza dell`azione penale. Che, sia chiaro, deve rimanere obbligatoria”.
Alla domanda se su questi terreni il PD sarebbe disposto ad affrontare una discussione? Orlando non ha dubbi: “Non sarebbe una novità. Solo che bisognerebbe lavorare sulla strada della recente riforma dell'ordinamento. Verificando l`effettivo funzionamento dei criteri meritocratici introdotti da quelle modifiche, della legge elettorale per il Csm. Un confronto serio sul funzionamento dell'autogoverno si potrebbe sviluppare, insomma. Ma all'interno dell'attuale quadro costituzionale».
Quindi il PD resta assolutamente contrario a questa riforma costituzionale. “Il tema della separazione delle carriere ha una controindicazione di base. Che non riguarda il funzionamento della giustizia ma il funzionamento della democrazia. C'è una commistione tra potere legislativo e potere esecutivo, aggravata dall'attuale legge elettorale e da un conflitto d'interessi irrisolto. Ricondurre a questo meccanismo il potere giurisdizionale è inaccettabile. Se Alfano avesse esercitato fino in fondo le funzioni che gli assegna la Costituzione, se avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”.
"Ci confronteremo in Parlamento ma questa è una non riforma e non mi sembra che sia utile a far funzionare meglio la giustizia italiana. Mi pare che risenta molto di una visione ideologica figlia del pensiero berlusconiano che cerca di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, con il tentativo di porre i pm sotto il controllo del governo. Ma per noi il principio costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura continua ad essere un valore irrinunciabile. Si vuole colpire l’idea, liberale, moderna ed europea, di una magistratura destinata a esercitare in modo indipendente, e soggetta solo al rispetto della legge, il controllo della legalità per cedere il passo all’ipotesi di una magistratura controllata dal potere esecutivo. È un principio sbagliato che contrasteremo in Parlamento e nel Paese". Lo dichiara
Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD.
''Le norme approvate dal consiglio dei ministri non possono essere barattate come una riforma perchè in realtà si tratta di una legge a favore dei potenti''. Lo ha detto
Rosy Bindi intervenedo a ''Radioanch'io'' su Radiouno.
''Siamo disponibili - ha aggiunto la vicepresidente della Camera - ad un confronto serio e costruttivo, purchè si parli di leggi concepite a favore dei cittadini. Preoccupa che il governo abbia intrapreso la strada della modifica della Costituzione quando molto puo' essere migliorato con la legislazione ordinaria''.
L'esponente del Pd ha poi espresso ''molti dubbi sul fatto che la riforma voluta da Berlusconi possa essere approvata entro la fine della legislatura, ammesso che questa arrivi alla sua scadenza naturale''. Bindi ha infine criticato come ''non accettabili'' tre punti della nuova normativa: toglie la polizia giudiziaria dalla responsabilità della magistratura e la pone sotto la guida del governo; il Pm viene declassato ad ufficio e sottratto all'ordine giudiziario; l'obbligatorietà dell'azione penare viene di fatto sottoposta al volere della maggioranza parlamentare e quindi del governo''.
Secondo Bindi, in conclusione, ''non è questo il modo di risolvere il problema del rapporto tra politica e magistratura, che pure esiste''.
Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera, ha definito la riforma ''una cinica truffa, un'operazione di immagine pericolosa alla quale reagiremo in Parlamento e con la mobilitazione generale. Ed anche la disponibilità manifestata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano ad un confronto fa parte della presa in giro generale'', ha aggiunto il Capogruppo.
Franceschini ha sottolineato che "quella di ieri non è stata l'approvazione della riforma, perchè una legge costituzionale richiede in Parlamento tempi biblici e poi, siccome non passerà mai con la maggioranza dei due terzi, subito dopo ci sarà il referendum. L'operazione condotta punta quindi solo a sollevare un polverone e ad alimentare l'immagine dei magistrati sovversivi nel momento in cui ripartono i processi contro il premier. E' un provvedimento punitivo, noi reagiremo''.
Franceschini infine ha definito ''inquietanti'' le parole del premier sul fatto che se ci fosse stata questa riforma 20 anni fa non ci sarebbe stata Tangentopoli e il governo non sarebbe stato ostacolato dai magistrati. ''Significa - ha spiegato - che la reale volontà dell'esecutivo non è fare una riforma per tutti ma difendere il premier e i politici corrotti''.
A.Dra