Ricerca e innovazione per crescere.
La vera emergenza italiana è la ricerca, con gravi conseguenze economiche, strategiche, sociali.
La crisi economica ha messo in luce i nodi irrisolti del modello di sviluppo italiano. Se durante una congiuntura favorevole cresciamo la metà dei partner europei, e in recessione arretriamo del doppio, ciò dipende dal nostro modello di sviluppo. Dobbiamo competere coi paesi più avanzati sul versante dell’innovazione, e per farlo dobbiamo puntare tutto sulle infrastrutture della conoscenza.
Al contrario, quello italiano è l’unico governo che, alle prime avvisaglie della crisi, tagliava su università e ricerca oltre 1 miliardo in 3 anni (il 20% delle risorse per l’Università), sebbene investiamo poco più della metà della media UE (0,8% del PIL, contro 1,3%). Nel frattempo, il governo bruciava miliardi di euro (6 tra Alitalia e tagli dell’ICI per i più abbienti, ad esempio), e gli altri investivano: in Germania 8 miliardi, in Francia 5 miliardi per i poli d’eccellenza più 19 nel maxi-prestito; in Gran Bretagna + 4% all’anno, fino alla recente stretta di Cameron.
Il governo Berlusconi sta confinando l’Italia a diventare una insignificante periferia dei nuovi imperi della conoscenza. Il PD propone una programmazione delle politiche della ricerca, con le priorità di investimento e le modalità di destinazione delle risorse: per questo abbiamo proposto la creazione di un’Agenzia nazionale indipendente per coordinare il finanziamento della ricerca pubblica.
L’università che arranca e una riforma da riformare
L’università è la sede primaria della formazione, della ricerca, dell’elaborazione e della trasmissione del sapere è. Abbiamo proposto di riformarla, ma di riformarla bene.
Patiamo da un dato di fatto: l’università italiana è in grave difficoltà. I dati internazionali sono impietosi, e ci vedono agli ultimi posti nella Ue per numero dei laureati e dei ricercatori, investimenti per studente, rapporto docenti/studenti, internazionalizzazione, investimenti complessivi.
Con le nostre proposte, miriamo a costruire un’università innovativa, che valorizzi i punti di forza della nostra cultura e del sistema produttivo, e che sappia al contempo competere con gli altri Paesi, connettere l’Italia con l’estero e attrarre immigrazione altamente qualificata.
La nostra proposta è fondata sulle persone, sulle regole, sulle risorse.
1. Gli studenti al primo posto. Dobbiamo passare da un’università dove è facile entrare e difficile uscire, a un’università dove si può entrare, per rimanere bisogna studiare, si esce normalmente in corso. Il diritto allo studio è lo strumento per conciliare equità e merito, che sono l’anima di una proposta progressista, ma rappresenta un’emergenza nazionale. In Italia gli studenti coperti dal diritto allo studio sono circa 150.000, in Francia e Germania oltre 550.000, e lo Stato riduce le risorse del 90% in tre anni: e già ora oltre il 20% di chi ne ha diritto non ha una borsa, il 50% non ha un alloggio.
Perciò, nonostante abbiamo molti meno laureati degli altri paesi europei, negli ultimi 6 anni le immatricolazioni sono calate del 14%: aumentano sia quanti cercano l’università “sotto casa” per ragioni economiche, sia quanti scelgono la via dell’università estera (ma attraiamo meno del 3% di studenti stranieri, un terzo della media OCSE). In Italia l’Università continua a essere per pochi, pur essendo pagata da tutti: su 10 laureati, solo 1 è figlio di non diplomati, contro i 4 di Francia e Gran Bretagna.
Serve invece un’etica delle opportunità: l’opportunità di studiare e qualificarsi per i “capaci e meritevoli”, qualunque sia la loro condizione di partenza, e di essere liberi di scegliere dove studiare, con un credito (voucher) di studio universale, che copra il costo dei servizi degli studenti e venga rinnovato in base ai crediti acquisiti. E servizi effettivi agli studenti: obbligo di garantire le borse di studio a tutti gli aventi diritto; assistenza sanitaria, trasporti, alloggi per gli studenti; piano straordinario per le residenze universitarie.
La Legge Gelmini, approvata a dicembre, cancella il diritto allo studio: nessuna garanzia di effettività del diritto allo studio, abolizione della garanzia delle borse di studio per i dottorati di ricerca, nessuna risorsa per le borse per il merito.
2. Pensiamo a docenti di qualità, con regole per l’ingresso e la carriera fondata sul merito. Contratto unico di ricerca per i rapporti a tempo determinato, con compensi equi e diritti sociali e previdenziali; accesso rapido alla carriera fin dal primo contratto triennale a tempo determinato; ruolo unico del professore, con progressioni e compensi basati sul merito. No al nepotismo. E poi grandi spazi per i giovani: sblocco del turn-over e impiego delle risorse per nuovi professori e nuovi ricercatori; ricambio generazionale, per portare l’età media dei docenti in linea con gli standard internazionali ed età di pensionamento a 65 anni, come nel resto d’Europa, e tutte le posizioni liberate per nuovi docenti.
Dopo la legge Gelmini, al contrario, col blocco del turn-over ridurrà il numero dei professori di ruolo in pochi anni del 50% (mentre avremmo bisogno di più docenti). I percorsi di accesso alla carriera so lunghissimi e incerti: oltre 12 anni di precariato prima di poter sperare di entrare nella carriera universitaria. Gli attuali ricercatori sono senza prospettive (4500 concorsi in 3 anni per 26.000 ricercatori), mentre non ci sarà neppure la possibilità di un concorso agli oltre 50.000 precari della ricerca.
I migliori talenti non rimarranno all’università, con un’enorme perdita di capitale umano di altissimo livello.
Le regole. Servono poche regole chiare nel sistema universitario e nel governo degli atenei, e poi autonomia vera e libertà di organizzazione per gli atenei, e valutazione severa alla quale ancorare l’assegnazione di almeno il 50% delle risorse. Chi produce migliori risultati in termini di apprendimento degli studenti, viene premiato. Proponiamo rigidi criteri di accreditamento, contro gli atenei fantasma e la trasformazione delle università telematiche in vere e proprie università (come vorrebbe il governo).
Al contrario, la legge Gelmini priva gli atenei dell’autonomia, con centinaia di norme di dettaglio (oltre 50 decreti e regolamenti ministeriali, almeno 4 anni per entrare a regime) che ne disciplinano l’organizzazione e centralizza le scelte degli atenei nella burocrazia ministeriale
Abbiamo chiesto una riforma vera, ma il governo non ci ha ascoltato. Ha prodotto propaganda, e una legge, un inutile appesantimento burocratico che non cambia nulla in un’università sempre più iniqua, e spesso percepita come poco utile dagli stessi ragazzi.
Ma tutto ha una sua logica: questo governo non crede nell’università. D’altra parte il piano per l’occupabilità dei giovani del governo afferma che «l’iscrizione di massa dei diplomati alla
università non risponde alle reali esigenze del mondo del lavoro», mentre la verità è abbiamo pochi laureati e dovremmo raddoppiarli nel 2020.
Per questo, come gli studenti e i ricercatori che vedono un futuro a rischio, l’opinione di chi entra nel merito delle questioni e non si ferma gli spot, sanno bene, la legge Gelmini è una riforma inutile e dannosa.
E noi ci impegniamo a modificarla, per arrivare a poche regole, improntate a chiarezza, equità, efficienza, così da consentire di utilizzare bene le nuove risorse che dobbiamo investire nell’università e nella ricerca. Perché, anche in un contesto di riduzione della spesa pubblica, dobbiamo portare in 10 anni gli investimenti nell’istruzione, nell’università e nella ricerca nella media europea, dalla quale siamo attualmente lontani.