Abbiamo concepito questo seminario come una prima tappa di avvicinamento alla conferenza nazionale sul partito, che il Pd ha deciso di organizzare entro quest’anno. Il seminario è stato pensato innanzitutto come un momento culturale e politico di approfondimento. Non una discussione sugli aspetti organizzativi, che dovrà venire dopo, ma una riflessione aperta, senza rete, sul partito nel quadro più vasto delle trasformazioni che hanno investito i sistemi democratici in Italia e nel mondo occidentale nel corso degli ultimi decenni. La scelta di questa impostazione è legata all’idea che anche la discussione sul Pd, sulla sua forma-partito e sul suo rapporto con la società possa svilupparsi più proficuamente, libera cioè da schemi precostituiti, se muove da una riflessione più ampia: quale democrazia, quali partiti e, quindi, quali cambiamenti per il Partito Democratico. In questo senso, ci è sembrato utile sollecitare il contributo di autorevoli studiosi, italiani e stranieri, che sono peraltro espressione di diversi indirizzi disciplinari e culturali. Allo stesso tempo, ci è parso opportuno tenere questa discussione a porte chiuse, in modo da favorire un confronto più libero, slegato dalle preoccupazioni di immediate ricadute esterne. Voglio innanzitutto ringraziare gli studiosi che hanno accolto il nostro invito. Le loro relazioni offriranno certamente una base di informazioni e di analisi preziose per gli sviluppi del nostro dibattito.
Un ringraziamento particolare vorrei esprimere agli studiosi che ci hanno raggiunto anche da molto lontano e al sen. Marino, sia per aver avanzato in assemblea l’idea di un appuntamento di questa natura, sia per aver contribuito a rendere possibili queste autorevoli presenze. Come avete visto il programma del seminario è articolato in tre sessioni, distinte ma legate – io penso - da un filo logico. Nella prima sessione si proverà ad inquadrare le esperienze del Pd all’interno delle trasformazioni che hanno investito il sistema istituzionale e partitico italiano. La questione del partito non può essere, infatti, avulsa da una valutazione degli effetti che queste trasformazioni hanno prodotto sulla qualità della nostra democrazia. In particolare, penso, saranno cruciali nei nostri lavori alcuni interrogativi. Primo, gli esiti che i processi di verticalizzazione della leadership e di accentuata personalizzazione hanno sortito rispetto alla partecipazione dei cittadini, alla credibilità delle istituzioni democratiche rappresentative, all’efficacia dei processi decisionali rispetto alle stesse promesse da cui nasceva questa verticalizzazione cioè le promesse di una maggiore efficienza, velocità, capacità di decisione. D’altra parte, basta guardare le cronache di questi mesi, anche di queste ore, per rendersi conto degli effetti che questo processo, il cosiddetto ‘direttismo’, ha prodotto. Secondo interrogativo: questa riflessione non può prescindere dai mutamenti che hanno attraversato la struttura sociale del nostro paese e dalla capacità del sistema partitico di dare rappresentanza a questi cambiamenti. Quali sono, quindi, le condizioni istituzionali, politiche, organizzative che possono consentire, in forme certamente rinnovate rispetto ai primi decenni della Repubblica, di dare rappresentazione a questi cambiamenti. Infine, penso si tratti di riflettere sull’evoluzione del si- stema politico rispetto all’evoluzione in senso federale dell’ordinamento statale e alla connessa esigenza di ricostruire su basi solide le ragioni di una rinnovata unità nazionale. In che modo cioè la struttura dei partiti, e del Partito Democratico in primo luogo, può concorrere positivamente ad una dinamica virtuosa e non disgregativa del processo federale. Nella seconda sessione si metteranno a confronto diverse esperienze – Usa, Germania, Francia – sul tema del rapporto tra elettori e iscritti nella vita dei partiti e nei processi decisionali che li riguardano. Le relazioni degli studiosi stranieri ci potranno aiutare a mettere a fuoco sia l’origine, le finalità e le forme di regolamentazione delle primarie, dove esse godono di una più consolidata tradizione, gli Stati Uniti; sia le ragioni e le modalità che stanno caratterizzando il ricorso, in particolare della sinistra, a questo strumento in un paese europeo, la Francia; sia il contesto istituzionale e sociale di una democrazia parlamentare, che rimane ancorata al modello del partito fondato sugli iscritti e sugli organi deliberativi da essi eletti, la Germania. Nella terza sessione discuteremo dei risultati di una ricerca molto interessante affidata all’Ipsos sulla percezione e le aspettative di iscritti ed elettori del Partito Democratico sul posizionamento del Pd, su quelle che sono o dovrebbero essere le sue priorità ideali e programmatiche, sul giudizio rispetto alla sua struttura organizzativa - la vicinanza cioè ai cittadini - e anche sui caratteri della sua vita interna. Il confronto tra le risposte del campione degli iscritti rispetto a quello degli elettori potrà fornire elementi interessanti su qual è appunto la percezione del Pd, della sua attività, dei caratteri del suo dibattito interno tra unità e pluralismo, a partire – questo è anche il senso dell’indagine demoscopica – non da un’auto-rappresentazione del gruppo dirigente, ma da quello che è il punto di vista degli iscritti e degli elettori. In conclusione, immaginiamo la discussione che si svolgerà in ciascuna delle tre sessioni, dopo le relazioni, come un continuum, prevedendo in particolare che una parte degli interventi più direttamente legati ai temi della prima delle due sessioni possano tenersi anche nella terza sessione di sabato mattina, che è quella che presumibilmente disporrà di un tempo maggiore prima delle conclusioni di Bersani. Avviamo, dunque, questa discussione con la consapevolezza che non riguarda solo noi, ma la democrazia italiana con riferimento, in particolare, alle prospettive di quella riforma repubblicana e di quella fase ricostruttiva di natura costituente che abbiamo messo al centro della nostra proposta politica.