IL PARTITO
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Intervento

Organizzazione e scelte riformiste per difendere i valori

Contributo della Senatrice Silvana Amati

di Silvana Amati,  pubblicato il 28 luglio 2011 , 798 letture
Come miglioriamo noi stessi in tema di vita associativa interna, di organizzazione e di immagine esterna: questa la discussione aperta in Direzione Nazionale. E’ la prima volta da quando è nato il PD che si apre una riflessione collettiva su quello che siamo e quello che vorremmo, potremmo e dovremmo diventare per dare al Paese una nuova speranza, per consolidare la Democrazia in Italia.

Quando abbiamo deciso di chiamarci Partito Democratico sapevamo che le due parole si tenevano insieme e insieme avevano radici profonde nella Carta Costituzionale repubblicana, unica bussola in questi anni difficili, segnanti da una persistente crisi economica e da disgreganti seduzioni populistiche e plebiscitarie.
L’attualità racconta come oggi esistano le possibilità di vedere finalmente il tramonto di tali seduzioni, eclatanti nella destra, ma, purtroppo, non esclusive di essa.

Oggi si è resa visibile una nuova voglia di partecipazione. Si è realizzato un rapporto aperto con la società e con i movimenti, che va consolidato con il reciproco riconoscimento , questione non secondaria e neppure scontata.
Perché si possa andare avanti in questo importante percorso credo dovremo riflettere sul merito dei temi che sono stati in grado di fare rialzare la testa al popolo italiano, portando al voto milioni di persone, nel segno della partecipazione politica, assai più che in quello, da tanti coltivato intensamente e variamente, dell’antipolitica.
Si è trattato di temi che possedevano in sé una radicalità, proporzionata solo al tipo di consultazione.
Infatti non c’è niente di più radicale che rispondere si o no su questioni assai complesse, che, nella prassi concreta, non potrebbero che prevedere una articolazione assai più vasta.
Insomma il popolo italiano ci ha chiamato alla difesa di valori forti a prescindere dal necessario spirito riformista e noi abbiamo accettato la sfida.

Mi chiedo dunque se e come si possa ora consolidare questa visione, che tanto ha contribuito a farci credere che si possa aprire una nuova stagione.
Questa visione è stata oggettivamente considerata valida come tramite di nuovo consenso e quale mezzo per un lavoro condiviso con le forme diversamente organizzate della società.

Se vogliamo mantenere e far crescere la condivisione realizzata, penso che dovremmo avere il coraggio politico di affrontare allo stesso modo altri grandi temi a partire ad esempio dalla guerra, dalle missioni all’estero. Temi che, come ha dimostrato la posizione assunta dal governo tedesco, e poi anche, all’apparire di esigenze interne, dallo stesso Presidente degli Stati Uniti, non possono essere valutati solo con l’ottica obsoleta della ragion di stato come al tempo di Cavour e della guerra di Crimea. La sindrome di Cavour non è, come potrebbe sembrare, imprescindibile. Eppure con costanza si manifesta come l’unico modo di lettura frequentato, in maniera indifferenziata, dalle classi dirigenti, con un utilizzo, tanto creativo quanto unidirezionale, perfino dei diritti umani.

A mesi di distanza dall’inizio del conflitto e dalla risoluzione 1973 dell’ONU c’è stata un’ escalation difficilmente negabile. Bombe niente affatto intelligenti hanno ancora una volta fatto strage di civili, di donne e di bambini. Amnesty International sia a Tripoli che a Bengasi evidenziando violazioni dei diritti umani ovunque.
In tempi così difficili dal punto di vista economico in molti sentono l’incongruenza dei costi delle missioni, per altro elevatissimi,mentre non c’è quasi nulla per la cooperazione internazionale e le forze armate italiane non hanno mezzi neanche per l’ordinario. Sono perfino praticamente obbligate a prevedere come essenziale il contributo dei privati per la realizzazione alle azioni di contrasto della pirateria internazionale marittima, contrasto ormai sempre più indispensabile per rendere più sicuro il lavoro e i commerci su scala mondiale. Svuotare gli arsenali e riempire i granai o viceversa?
Giustamente Bersani ci invita a lavorare per lasciare ai “nativi”una nuova storia.

Sono d’accordo. E’ una prospettiva lucida e lungimirante. Per corrispondere ai valori costituzionali ai quali il Partito Democratico si ispira ci deve essere una storia di diritti non piegati alle opportunità ,di orgoglio, sobrietà, di spirito di servizio e di rispetto dell’altro.

Cose semplici, affatto facili da praticare. Cose però che davvero ritroviamo quotidianamente nell’impegno e nel lavoro dei tanti che fino ad oggi ci hanno aiutato ad andare avanti, facendo vivere i territori, consentendo un buon radicamento del PD, l’unico, si noti, nel panorama politico italiano a tenere insieme le parole Partito e Democrazia.

Per dire Partito servono però più mezzi, anzi direi servono mezzi, visto che fino ad ora non risulta che ne arrivino fino ai circoli se non in quantità minima. Perché non può esistere nessun tipo di iniziativa politica, che non necessiti di pubblicizzazione e di luoghi adeguati per lo svolgimento.

Un Partito nazionale e autonomista non può pensare di realizzarsi compiutamente senza ripartire diversamente le risorse, senza la partecipazione degli organismi territoriali. Risorse condivise consentiranno di rafforzare i livelli territoriali, consentiranno circoli modernamente strutturati, aperti e in grado di essere punto di riferimento di tante e di tanti, che danno concretezza alla parola Partito e quindi all’attuazione della democrazia costituzionale. Anche nella recente campagna referendaria ho potuto verificare che per tanti di noi, per tanti iscritti e per tanti aderenti nella sigla PD, la parola Partito non è solo una parola, ma designa il luogo, lo strumento organizzato per diffondere e difendere i valori costituzionali, contribuendo a indirizzare la società e le istituzioni verso scelte consapevoli e finalizzate. Sì, proprio come raccomanda la Costituzione. I referendum hanno consentito di salvaguardare i valori. Perché non restino lettera morta, come pure qualche volta in passato è avvenuto, è dovere del PD agire per passare alla fase ora conseguente. In occasione dei referendum cittadini informati si sono mossi per difendere i valori. Cittadini correttamente informati sarebbero certo disposti a muoversi per sostenere le scelte riformiste ora coerenti e necessarie, di cui però il PD deve farsi, con chiarezza e determinazione, immediatamente latore. Infine voglio fare una riflessione sui temi costituzionali, dove pure in passato ero intervenuta ai tempi in cui presiedevo la Conferenza dei Presidente dei Consigli regionali. Allora ero restata quasi sola in un contesto politico che aveva imboccato, con determinazione assolutamente autolesionistica, la strada disastrosa delle riforme acostituzionali a stretta maggioranza. Purtroppo i fatti poi mi hanno dato più che ampiamente ragione. Provo in questa sede, che mi sembra quella giusta, a dare un contributo sul tema dell’informazione. Un tema oggi centrale per una corretta lettura della stessa democrazia, che ha al centro il Parlamento, inteso non come palazzo del potere, ma dell’informazione, della rappresentanza, del dibattito, della decisione motivata dalla conoscenza dei fatti. I padri del costituzionalismo spiegavano come la funzione fondante dei parlamenti fosse quella informativa. Una funzione che veniva prima di quella legislativa, di cui era l’indispensabile premessa. Una funzione quella informativa del parlamento e dei parlamentari, che motiva la rappresentanza come fornisce contenuto alle scelte legislative e alla legittimazione della funzione dei partiti. Il diritto al voto è pieno se i cittadini sono informati su chi e su cosa votano. Si tratta di argomenti che i costituzionalisti di oggi si guardano bene dal frequentare, che i giornalisti evitano come la peste per non rovinarsi il quieto vivere nel rapporto ripagante con gli editori, trincerandosi dietro le autonomie professionali. Tutti argomenti che il Partito Democratico dovrebbe invece fare suoi, informando molto bene i cittadini sui valori che difende e a cui dà attuazione, proponendo per via legislativa, attraverso i parlamentari eletti, questa o quella scelta riformista. Come il Partito Democratico, proprio perché democratico, dovrebbe spiegare molto bene ai cittadini che l’unica parte della Costituzione repubblicana che abbisognerebbe di qualche aggiornamento urgente è quella relativa alla pubblica amministrazione.

Quella pubblica amministrazione costituita da figure apicali, il cui peso decisionale, la cui prepotenza medioevale e il cui costo per il Paese è, da sempre, infinitamente superiore a quello del Parlamento e del Governo. Parlamento e Governo ad ogni elezione si possono rinnovare, la pubblica amministrazione resta e quasi non ha verifiche. Il Partito Democratico dovrebbe farsi coraggiosamente carico per prima cosa proprio di questa riforma cardine, che darebbe una speranza ai giovani, in quadro di vero rinnovamento organizzativo dello Stato,a storico completamento dell’azione della Costituente.
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