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Breve storia della “controffensiva capitalista”

Giorgio Ruffolo e Paolo Guerrieri a confronto sul tema Europa, alla Scuola Politica del PD
pubblicato il 23 settembre 2011 , 611 letture
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La seconda giornata di lavori di Cortona si è aperta all’insegna dell’Europa, con la partecipazione di due illustri rappresentanti e sostenitori del progetto europeo: Giorgio Ruffolo, politico di lungo percorso, già Ministro dell’Ambiente ed esperto economico di alto profilo e Paolo Guerrieri, professore di economia alla Sapienza e in altre università in Europa e negli Stati Uniti, oltre che Presidente del Forum Economia del PD e consulente scientifico di molte istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, la Commissione Europea e l’Ocse.

Due lucide intelligenze a confronto sul rapporto tra il “mercato e la democrazia”, spesso inficiato da dinamiche speculative e parassitarie, che hanno riempito i vuoti e le assenze normative e regolamentari della politica.

Giorgio Ruffolo ha introdotto la lezione parlando di globalizzazione, parola ormai inflazionata, cui si danno troppi significati. E ne ha sottolineato uno che appare cruciale: “la controffensiva capitalistica”, spiegando perché avviene e contro chi è rivolta.
Storicamente se ne indica l’inizio nei primi anni Settanta, quando gli Stati Uniti di Nixon si sottrassero alla disciplina monetaria ancorata all’oro di Bretton Woods, imponendo di fatto al mondo il dollaro come moneta universale.

Verso la fine degli anni Settanta, ha spiegato l’ex ministro, si è scatenata la seconda parte della controffensiva, quella contro lo Stato sociale. Il capitalismo “avanzato” si è sottratto alla pressione del lavoro organizzato e dello Stato per come si esercitava nel quadro del compromesso socialdemocratico.

Questa è l'origine della “controffensiva”, che ha illustrato Ruffolo, che si è poi sviluppata in tre direzioni.
La prima è stata una nuova rivoluzione tecnologica. Un’applicazione massiccia delle innovazioni elettroniche e informatiche al processo produttivo, aumentandone la produttività, ma determinando un calo occupazionale. Conseguenza? Facile, si è rafforzato enormemente il potere contrattuale del capitale e si è indebolito altrettanto quello del sindacato.

La seconda è la “liberazione dei movimenti di capitale”. Ovvero la possibilità di spostare capitali ingenti in un batter d'occhio, un clic elettronico, da una parte all'altra del mondo; che ha attribuito al capitale un immenso potere discrezionale rispetto alle scelte politiche “democratiche” dei governi: una capacità di ricatto che frusta le politiche.

La terza direzione della “controffensiva capitalistica” è stata una vera “controrivoluzione culturale”. Il compromesso socialdemocratico si fondava sulla base ideologica del pensiero keynesiano, favorevole all'intervento pubblico sulla domanda e nella distribuzione delle risorse. La controffensiva capitalistica ha cavalcato la riscossa del pensiero neoliberista, monetarista, che respinge nettamente l'interferenza dello Stato nel mercato e ha riportato in auge la fede cieca nella sua capacità di autoregolazione.

Questa controffensiva ha assicurato al capitalismo due fondamentali vittorie: la riconquista di un rapporto di forze vantaggioso rispetto al lavoro organizzato, disorganizzandolo e la conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale, generando la compenetrazione simbiotica tra l'élite capitalistica e il sistema politico, mai realizzatasi nel passato in una forma così estrema.

A seguire, Paolo Guerrieri si è soffermato sulla “controffensiva capitalitistica” ma da un altro punto di vista: quello degli scenari di integrazione che dovrebbero intercorrere in un giusto rapporto tra democrazia e crescita in Europa.

Nell’excursus storico che ha illustrato Guerrieri, si è parlato del fallimento delle politiche economiche tradizionali, partendo dalla crisi del modello anglosassone: il laissez-faire e la dottrina reaganiana ( ripresa oggi negli USA dai tea party).

Guerrieri ha poi affrontato il tema della progressiva crisi del modello europeo continentale, principalmente causata da un incremento dei deficit pubblici e dalla successiva assenza di investimenti nelle politiche del welfare. Un vero pasticcio: né efficienza né equità. Concludendo con la necessità di un ritorno ad un rinnovato possibile equilibrio tra efficienza dei mercati e forniture dei beni pubblici, necessità rilevata e approfondita nelle proposte economiche elaborate dal Partito democratico, per far uscire l’Italia dalla profonda crisi che l’attraversa.

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Dopo gli interessanti spunti forniti agli studenti della Scuola di Politica del PD, dai due professori, i partecipanti si sono riuniti in laboratori di approfondimento, elaborando una serie di quesiti, che Ruspoli e Guerrieri hanno successivamente chiarito loro. Le domande emerse sulle tematiche europee hanno riguardato essenzialmente il ruolo effettivo che la governance europea deve assumere, per superare gli interessi economici del resto del mondo e le lobbies che li rappresentano.


Giorgio Ruffolo ha inquadrato il concetto di una governance globale, che non può più scaturire dalla grande contrapposizione tra liberismo e pensiero keynesismo, in quanto lo stato nazionale, non può più rappresentare esclusivamente istanze identitarie, dopo la liberazione dei movimenti di capitale. Gli economisti Ricardo e Smith infatti pensavano al libero commercio in termini di merci non di capitali. Ma questo monito non è stato ascoltato nelle economie globalizzate. Negli anni ’80 è stato prospettato un mercato capitalistico nuovo, ma non sono state date le risposte adeguate. E questa è la condizione in cui viviamo noi, ha spiegato il professore.

Non si possono risolvere i problemi locali e poi quelli globali, e questa è la miopia dei governi europei di centrodestra, come quello tedesco e francese. Bisogna creare una connessione tra le situazioni economiche e politiche dei vari Paesi, ha ammonito Ruffolo. Se non c’è una visione strutturale dell’optimum economico a livello mondiale non ci potrà essere nel particolare. E fino ad ora si è verificato un default dei nostri governi che praticano un rapporto sovvertito, in quanto è del tutto assente una regolazione in termini politici prima che economici.

L’Unione Europea è una grande esperienza, una grande idea, ha concluso Giorgio Ruffolo, ma rimasta a metà ed è sgominata dalla successione degli eventi.


Paolo Guerrieri ha risposto agli studenti della Scuola Politica del PD, esordendo con una frase dell’economista Rodrik: “Qual è oggi il bivio e la sfida che abbiamo davanti? Il “trilemma” politico dell’economia europea.
Non si possono avere in contemporanea il mantenimento di una forte identità nazionale, l’unione monetaria, democrazia e diritti sociali.

Inizialmente in Europa si mantennne una sovranità nazionale degli Stati in quanto l’interdipendenza era contenuta. Questo ha permesso la crescita e l’equità e il modello europeo è riuscito a svolgere il giusto compromesso per lo sviluppo nazionale. Ma con il mercato e moneta unica, i vincoli si sono fatti più stringenti e l’atteggiamento dei governi di centrodestra che continuano a voler mantenere la sovranità nazionale, scaricando i costi dell’aggiustamento economico, necessario per restare in Europa, con una forte penalizzazione sul piano dell’equità, ha stravolto il concetto stesso di Unione Europea.

Il Partito democratico e le opposizioni in Europa hanno capito che la crisi del debito e dell’euro si supera rimuovendo l’illusiuone dello “stato nazione” e il rafforzamento dei nazionalismi, e che solo con una governance generale può emergere un interesse europeo.
Oggi le forze progressiste infatti propongono che l’unione monetaria diventi anche economica, come era nel progetto iniziale. Unione economica e monetaria, gestita a livello europeo, per rilanciare la crescita e lo sviluppo in Europa. Grandi investimenti e rilancio della competitività all’interno di uno spazio economico, invece che costruire tanti sistemi nazionali.
Il professor Guerrieri ha quindi spiegato come per questo tipo di progetto, a livello economico, gli Euronbond siano l’unica soluzione efficiente, proposta che il PD ha più volte rilanciato. Un altro punto di convergenza rispetto alle dinamiche descritte da Giorgio Ruffolo, riguarda l’assenza in Europa di una sponda a livello politico, anche perché in assenza di una reale capacità di politica economica a livello europeo, anche la BCE non può fare di più.

A conclusione della complessa e apprezzatissima lezione di economia, Guerrieri ha ammonito che i Paesi europei sono destinati a sparire se l’Europa non reinveste in se stessa, come propongono le forze di centrosinistra, per poterci misurare con l’India e la Cina, invece di fare leva sulla difesa favorendo i nazionalismi.

E in questo contesto, ha notato amaramente Guerrieri, l’Italia non ha reagito. La politica economica in questi ultimi tre anni non c’è stata. Non si può sostenere la domanda sperando che produca nuova crescita, ci sono problemi strutturali che derivano dalla competizione che proviene dagli altri Paesi. Si tratta di ricostruire il ruolo dell’Italia a livello europeo.

Fortunatamente oggi c’è una contrapposizione netta in Europa tra queste due visioni del futuro economico mondiale e nel PD e nel centrosinistra, ora, si punta a non rassegnarsi alla recessione. La crisi non passa da sola.

Anto.Pro.
Foto di Francesca Minonne
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commenti

#1 Mauro Sabba', 23/11/2011

Non capisco se il PD abbia una posizione sul contrasto, che ormai si rende più urgente e necessario, allo sfrenato e sempre più pericoloso capitalismo finanziario. O ci siamo arresi alla supremazia del potere economico su quello politico? E' possibile che la stabilità economica e sociale (attraverso una folle contrattazione sul mercato dei tassi di interesse sui debiti pubblici) di un paese sia in mano alla speculazione senza che ci sia un reale controllo "politico" o delle misure di prevenzione? Basta vedere quanto sta succedendo in Italia oggi. Non basta l'annoso problema dell'incremento del debito pubblico a spiegarlo. Con 1.900 miliardi di debito e i tassi imposti dal mercato (6-7%) non riusciremo mai neanche a pagare gli interessi e tutto questo con un effetto depressivo sull'economia di una gravità inaudita. Bisogna assolutamente rivedere questo sistema economico-finanziario, questo condizionamento degli stati, delle democrazie, da parte dello strapotere del capitalismo parassita (perché improduttivo e anzi depressivo dell'economia reale e globale).

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