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Mercato e democrazia politica, uno sguardo sulle contraddizioni del mondo

Federico Rampini a Cortona traccia un parallelo tra la crisi del ’29 e quella attuale: è la democrazia ad andare in default sotto i dettami della tecnocrazia
pubblicato il 24 settembre 2011 , 778 letture
Federico Rampini scuola
Ospite attesissimo dai giovani, nella seconda giornata dei lavori della Scuola di Politica del PD, l’inviato di Repubblica e scrittore Federico Rampini. Il saggista ha contribuito ad approfondire le tematiche inerenti il “Mercato globale e le democrazie internazionali”, attingendo dalla sua esperienza di corrispondente estero, durante la quale ha raccontato dapprima le vicende della Silicon Valley e successivamente del mercato indiano e cinese, attraverso un ufficio di corrispondenza da Pechino.

Rampini ha definito il suo lavoro “un mestiere di nomade della globalizzazione” e per questo ha voluto fornire alla platea di studenti, una visione ad ampio spettro della situazione economica mondiale attuale, che somiglia a quella degli anni ’20-‘30 “della grande depressione”. Ma la differenza è che in quegli anni, le risposte alle disuguaglianze sociali estreme, ebbero esiti nefasti e cambiamenti strutturali: ci furono i nazifascismi, ci fu Stalin. Mentre una delle risposte alla crisi che stiamo vivendo oggi è stata un ulteriore attacco al welfare.

Il mondo sta mutando, ha fatto notare Rampini, l’occidente non è più l’ombelico del mondo. In questo momento ad esempio si tiene una riunione dei “brics” Brasile, India, Cina, Russia e Sud Africa, i nuovi Paesi emergenti. “Prima eravamo noi a dettare le regole dell’economia globale, ora i capitali e la crescita sono lì, in quei Paesi. Questa non è più l’era dell’uomo bianco”.

Una panoramica partita dalla democrazia per antonomasia: la Grecia, che oggigiorno “rappresenta un caso emblematico in cui la democrazia è sospesa, lasciando il posto alla tecnocrazia. E questo perché per la prima volta nella storia, scelte fondamentali per il futuro di quel Paese, vengono affrontate altrove: a Francoforte, a Washington, nelle sedi di rappresentanza del potere economico. Mentre nella storia recente, eravamo abituati a vedere questi default di democrazia esclusivamente nei Paesi emergenti, non nel vecchio continente”.

Il giornalista ha poi portato ad esempio gli Stati Uniti, che attraversano una crisi economica spaventosa: 46 milioni di cittadini americani sono sotto la soglia di povertà e il fenomeno per la prima volta coinvolge la middle class che ha visto il proprio reddito mediano regredire ad un livello di potere d’acquisto pari a quello del 1969. I 400 uomini più ricchi - censiti da Forbes - degli USA nel 2010 hanno visto un incremento dei loro redditi pari all’intero PIL del Canada! Questa poderosa regressione è stata generata principalmente dalla rottura del patto sociale, associata al potere inquietante delle lobbies del denaro. Il costo di finanziamento delle campagne elettorale è arrivato a livelli elevatissimi e lo stesso Obama nel 2012 si prevede raccoglierà un miliardo di dollari e quindi busserà necessariamente alla porta di Wall Street. Perché nelle democrazie più potenti del pianeta, usando come grimaldello la libertà di espressione, si fa politica con la potenza del denaro, usando risorse superiori a quelle dei Sindacati.

Rampini è poi passato alle economie dei Paesi emergenti che ha conosciuto durante il suo lavoro. La Cina è per lui il grande dilemma. La seconda economia mondiale che cresce oggi del 9 % l’anno, non è un Paese democratico, tanto che il premio Nobel per la pace Xiao Bo non è potuto andare a ritirare il premio assegnatogli, accusato e imprigionato dal governo cinese solo perché chiede che vengano applicati dei diritti fondamentali, presenti anche nella carta cinese dei diritti. E c’è solo un altro esempio di questo genere nella storia dei Nobel per la pace, ed è avvenuto nella Germania nazista del ‘33.

Rampini però tende a non usare il termine dittatura per la Cina, che sperimenta il regime del controllo, ma non è governata dal terrore, come Birmania e Corea del nord. In Cina c’è un consenso di massa, in particolare tra i giovani più istruiti del ceto medio urbano, che sfocia anche in punte di nazionalismo. I giovani cinesi alle critiche occidentali rispondono: “prima di tutto c’è la libertà dal bisogno”. Ed è vero che sono state risollevate centinaia di milioni di persone, come ha fatto notare il giornalista. Anche nel Tibet e nelle regioni più oppresse il tenore di vita è migliorato, tanto che oggi un giovane cinese ha molte più possibilità di trovare lavoro che in occidente. Il paradosso è che in Cina il diritto al lavoro è assicurato più che in Italia e negli Stati Uniti. Inoltre i segnali di cambiamento ci sono. Le lotte operaie ci sono sempre state ma prima erano episodi più settari e venivano repressi con la forza. Nel 2010 invece, alcuni scioperi di massa dei lavoratori hanno avuto una risposta diversa, con effettivi aumenti salariali.

Anche sulla libertà di informazione il clima sta cambiando in Cina. L’incidente di un treno ad alta velocità, costato la vita a 50 passeggeri, era stato occultato dal governo, ma ha rappresentato uno dei primi casi in cui i giornalisti hanno denunciato questa censura, in difesa delle famiglie delle vittime. La classe media, che sa difendersi meglio, sta iniziando a richiedere ed ottenere delle istanze di democrazia. Centinaia di manifestanti ambientalisti hanno ottenuto di far spostare un grosso impianto petrolchimico a rischio di mareggiate, lontano dalle abitazioni.

Rampini quindi ha parlato di un altro Paese emergente: l’India, definendola la più grande democrazia del mondo, 700 milioni di elettori di tutte le classi per lui sono “uno spettacolo commovente. È uno dei pochi Paesi dove l’affluenza alle urne è maggiore tra i ceti meno privilegiati, perché i poveri hanno capito che almeno per quel giorno, contano ed è importante che stiano lì a votare”. Anche se in India, ha spiegato il giornalista, vige ancora il sistema delle Caste, anche se sono fuori legge dagli anni ’40 e una religione che dice che non si nasce tutti uguali. Però è un Paese con una stampa libera, e con una vera stampa di inchiesta, per questo rappresenta il contromodello rispetto alla Cina.

Federico Rampini ha concluso la sua lezione a Democrazia e Crescita, lasciando agli studenti di Cortona uno spunto di riflessione sul Brasile, l’altra grande potenza dopo gli Stati Uniti nel nuovo continente. Anche qui i cambiamenti degli ultimi tempi hanno creato una profonda accelerazione e crescita del Paese. Nelle favelas di Rio, dove non si poteva mettere piede, adesso, grazie alle riforme del Presidente Lula, c’è stata una bonifica sociale, attraverso investimenti nelle scuole e nell’istruzione. Il Brasile è l’unico Paese emergente che è riuscito a ridurre le distanze tra ricchi e poveri con politiche sociali, un esempio tangibile di successo è la borsa familia, ovvero un aiuto economico alle madri di famiglia. Il Brasile sta diventando un modello di socialdemocrazia nelle politiche emergenti, attualmente studiato dal mondo intero. Una via democratica per combattere non la ricchezza, ma la povertà.

Anto.Pro.
Foto di Francesca Minonne
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commenti

#1 guido perazzi, 3/10/2011

Carissimi dirigenti PD. La politica reale del paese è il risultato, della politica che i cittadini fanno ….. TUTTI. CHI DICE CHE è CONTRO LA POLITICA, invece fa politica perché decide di non fare. Il non fare: è anche essa politica, perché decide. Ma il risultato è dei peggiori, perché i frutti sono ANCHE il risultato di pochi che decidono. Intendo esprime il pensiero che per impedimento personale non ho potuto esprimere al mio circolo del PD di lavagna ge. Il perché esiste il rigetto alla politica: Purtroppo quasi tutti i nostri pensieri e i commenti scritti, ... seguono l'antipolitica così detta democratica, PERCHE’ raccogliamo ANCHE i FRUTTI MATURATI dalla SEMINA COLTIVATA VOLUTAMENTE dalle classi dirigenti politiche potenti e imprenditoriali e mercato globale e BANCHE .......... [NOI COMUNI CITTADINI, cosa possiamo aspirare, perché ci sia un capovolgimento DI AGIRE politicamente, per riuscire a vedere un progetto per organizzare una politica, che sia il DIALOGO TRA PIÙ PENSIERI, X ORGANIZZARE una politica democratica-seria per il nostro PAESE, per FARE STARE INSIME MOLTE DIVERSITÀ]???? È SEMPLICE: BUTTIAMO IL NEMICO IMMAGINARIO DAI NOSTRI CERVELLI; CONVIVIAMO CON TANTI MA TUTTI DENTRO IL TEMPIO. Nessuno sia cacciato fuori dal tempio o in mare invece di soccorrerlo. ciao da guido QUESTO CONCETTO lo ritengo possibilmente e assolutamente una utopia. Ma questo pensiero di politica dialogica, lo ritengo un’utopia nella politica nazionale. Lo ritengo un’utopia nella politica di parte, per esempio applicabile all’interno del PD. Ma questa utopia non ci deve fare rinunciare, di avere in vista sempre quest’utopia, anche se sappiamo che è irraggiungibile. Perché l’utopia ci aiuta a camminare insieme senza dividerci in altre strade. Per esempio la strada che percorriamo oggi con il capitalismo, non è certo il risultato di un’utopia che sta all’ORRIZONTE, e infatti dove stiamo andando? IL MONDO è DIVISO nei paesi, nelle famiglie, perché siamo continuamente andando verso quell’orizzonte che non c’è, ma che ce lo fa intendere il capitalismo. Troppe miserie, troppo guerre, costruiamo troppe armi. La catastrofe dell’apocalisse dell’umanità è già tra noi tutti, nel mondo. Andiamo ancora per questa strada del FMI e della BM? E ci perderemo nell’INCIVILE MONDO, SENZA PIÙ cittadini per coltivarsi nella cultura umanistica ……e TERRA DA COLTIVARE. …………………. Ciao da guido

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