Occuparsi dei diritti degli animali è un dovere di civiltà particolarmente difficile in tempo di crisi.
Infatti, ai tradizionali ostacoli, alle molte insensibilità, alle troppe ignoranze, si sommano i problemi dovuti alle scarse risorse disponibili.
Si ripropone così una nuova versione della ingiustissima lotta tra poveri che vede contrapporsi di solito operai e impiegati, donne e uomini, giovani e adulti, lavoratori del nord e sud.
Se questo fosse lo schema è chiaro che le politiche per gli animali risulterebbero fortemente penalizzate e le risorse loro destinate sarebbero ancora minori.
Ma questo è un punto di partenza ingiusto e sbagliato anche per gli uomini che sanno del valore del rapporto con gli animali.
Come è sbagliato considerare gli animali generi di lusso, oggetto del desiderio di pochi che possono permetterselo.
Si torna così indietro di molti anni, quando nel nostro Paese valeva ancora l’idea che gli animali fossero solo "oggetto di utilità" per chi lavorava in campagna e oggetto da compagnia per i “signori".
Sempre comunque oggetti e non soggetti, lontani da quella definizione di esseri senzienti ormai universalmente riconosciuta dalle Convenzioni internazionali.
Già in passato abbiamo contestato il fatto che sulle spese veterinarie e sui generi alimentari per i 4 zampe ci fosse l'IVA al del 20 per cento come per i beni di lusso, anziché al 10 per cento come avviene nei maggiori Paesi europei.
Oggi questa battaglia è ancora più sentita visto che l'IVA è salita al 21 per cento e il Governo pensa addirittura di inserire le spese veterinarie nel redditometro per far emergere l'evasione fiscale.
Si ignorano dati di fatto incontrovertibili.
Gli italiani all’ l'87 per cento hanno sentimenti positivi nei confronti degli animali e al 41,7 per cento hanno in casa un animale domestico, sovente l'unica, ultima compagnia di persone sole, spesso i meno abbienti.
Serve un impegno importante, direi una maggior coscienza civile, che parli al cuore e alle intelligenze della gente.
Serve più buona politica e meno politica/spettacolo.
Penso in particolare ad alcune leggi che si potrebbero varare anche senza costi per il Paese.
Penso alla revisione della Legge 281, ancora in discussione alla Camera.
Penso alla Proposta di Legge condivisa sulla vivisezione, che giace in Commissione Sanità al Senato, dove è già stata discussa da tempo, il cui iter è fermo in mancanza del parere della Commissione Bilancio che non arriva perché manca la relazione tecnica del Ministero delle Finanze, relazione richiesta da mesi.
Quello che non manca invece sono le immagini giornalistiche e le apparizioni televisive di componenti del Governo che spesso si occupano delle politiche per gli animali.
Sono di questi giorni le interviste e dichiarazioni della Ministra Brambilla, che manifesta contro la vivisezione e si dice contraria e stupita per la decisione dell'Agenzia delle Entrate di inserire le spese veterinarie nel redditometro, stupore prontamente condiviso dalla collega Martini che considera "scandaloso" tale provvedimento e che arriva a definire "inaccettabile che le cure per gli animali abbiano un IVA al 21%, visto che tutte le cure mediche hanno un IVA bassissima".
Ma il Ministro Brambilla, così come la Sottosegretaria Martini, oltre a dichiarare contrarietà per i provvedimenti del loro Governo, potrebbero e dovrebbero almeno pretendere che gli uffici di riferimento del Ministero delle Finanze producano gli atti indispensabili a far funzionare regolarmente il Parlamento.
Così almeno Camera e Senato sarebbero messi in condizione di poter fare il loro lavoro secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale.
Così una nuova legge contro la vivisezione sarebbe approvata in un attimo, con la soddisfazione di tutti e per il bene degli esseri senzienti, ancor prima del recepimento della nuova direttiva europea.
Roma, 3 novembre 2011
Sen. Silvana Amati
Coordinatrice dell'ambito Salute e Tutela degli Animali PD