CULTURA
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Stati generali della Cultura

Il 3 e 4 dicembre a Roma, alle Officine Marconi, il PD ha reso la Cultura protagonista. Tantissimi esponenti italiani si confrontano sulle prospettive del settore, affinché l’Italia torni ad essere fabbrica di cultura, laboratorio di innovazione e creatività. Cosa può fare il goveno Monti per la cultura? Lo abbiamo chiesto ad alcune personalità

pubblicato il 3 dicembre 2011 , 3016 letture
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Al via la due giorni degli Stati generali della Cultura a Roma alle Officine Marconi, organizzati dal Dipartimento Cultura del PD nazionale. Un appuntamento di sintesi, dopo i lavori di oltre settanta Assemblee territoriali svoltesi in tutta Italia, coadiuvati da Matteo Orfini, responsabile Cultura e Informazione della segreteria del Partito.

Nel corso della kermesse professionisti e operatori della cultura e dello spettacolo, esperti, studiosi, associazioni e forze sociali si confrontano sulle prospettive del settore affinché l’Italia torni ad essere fabbrica di cultura, laboratorio di innovazione e creatività.

Agli Stati generali, il programma è molto ricco, tantissimi gli ospiti di rilievo: il ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario, Roberto Cecchi, Walter Veltroni, Stefano Fassina, i parlamentari del Pd delle commissioni Cultura di Camera e Senato. Partecipano , tra gli altri, Silvia Ballestra, Ettore Bernabei, Michela Borsari, Gianrico Carofiglio, Vincenzo Cerami, Stefano Di Battista, Roberto Esposito, Carlo Freccero, Massimo Ghini, Pietro Guzzo, Adriano La Regina, Giuseppe Laterza, Daniele Lucchetti, Silvio Orlando, Antonio Pennacchi, Ilaria Pilar, Luca Ronconi, Franco Scaglia, Giulio Scarpati, Carlo Sini, Marino Sinibaldi, Guia Soncini, Flavio Soriga, Riccardo Tozzi, Giuseppe Vacca. Domenica 4 dicembre, la conclusione con l’intervento del Segretario, Pier Luigi Bersani.

I lavori sono trasmessi in diretta da Youdem Tv, canale 808 di Sky, e in streaming su youdem.tv. La manifestazione è in diretta anche su twitter, utilizzando #fabbricadicultura.

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Ha aperto gli Stati generali Pietro Guzzo, studioso e archeologo di fama internazionale, che ha posto l’attenzione soprattutto sulla necessità di una formazione adeguata nel settore.“Tutti i cittadini fin dal primo apprendimento scolastico, sono da considerarsi come attori essenziali di cultura che bisogna istruire. Le produzioni culturali di oggi - ha spiegato il professore - si realizzano oltre che nel tempo anche nello spazio per formare un nuovo paesaggio. Perché esiste un collegamento tra monumenti, ruderi, quadri. E l’azione per rendere risorsa le manifestazioni culturali è legata alla conoscenza storica, che deve essere coadiuvata grazie all’ausilio di specialisti che garantiscano studi e aggiornamenti. Gli specialisti della cultura dovranno essere tanti e diversi come tanti sono gli ambiti culturali. Si deve assicurare conservazione, incremento, dignità della cultura. Il tutto all’interno di un piano organico tra le diverse zone del Paese. Non risulta esistere già oggi filiera tanto feconda come l’attività turistica, insieme alla conservazione dell’ambiente, che bisogna integrare. Un ruolo significativo anche dal lato dei privati il cui compito non deve essere sostitutivo di quello pubblico. Ci deve essere alleanza e perseguire comuni progetti - ha concluso - riprendendo l’esperienza di tanti mecenati del passato. L’approssimazione la volgarità e interessi particolari hanno dominato in questi anni è ora di voltare pagina”.

A seguire Igiaba Scelgo, scrittrice italiana di origine somala ha fornito alla platea dei rappresentati democratici della Cultura nel territorio, un contributo molto interessante. Ha ricordato le parole del Presidente della Repubblica Napolitano sulla questione della cittadinanza per i bimbi figli di immigrati nati in Italia. “Dobbiamo cambiare questa legge orrenda - ha detto - perché tutti noi, compresi i migranti, vogliamo contribuire a rendere l’Italia orgogliosa della propria cultura. Siamo tutti un pò precari - ha ribadito Igiaba portando ad esempio la propria esperienza - questi anni sono stati di grande frustrazione per la mia generazione, perché non abbiamo potuto fare ciò per cui avevamo studiato. Non mi aspettavo una università così sorda e chiusa in Italia in cui è difficile fare ricerca - ha ribadito. Un altro problema è rappresentato dagli analfabetismi che stanno colpendo i giovani in tante materie: geografia, arte, film e anche nella lingua italiana”.

Matteo Orfini, ha quindi esposto la sua dettagliata relazione, sintesi delle esperienze del Pd sul territorio. "Gli Stati Generali, rappresentano un'ultima tappa di un percorso lungo e impegnativo, che ha attraversato più di settanta città, mettendo la cultura al centro dell'agenda politica del Partito democratico. Due mesi di lavoro, cominciati il 1 ottobre a Catanzaro e terminati ieri sera, ad Ancona. Alla visione pessimista e regressiva della cultura promossa in questi anni dalla destra - ha analizzato Orfini - noi come PD dobbiamo contrapporre un progetto alternativo. Nel dramma della crisi appare più evidente la necessità di ricostruire un'idea di Paese nuovo, un modello di sviluppo che rompa coraggiosamente col passato e che sappia ripensare se stesso all'interno di una dimensione politica europea. Un progetto che non può prescindere dall'ambizione di un'innovazione profonda, e in cui la cultura torni ad essere una delle questioni strategiche, sia per lo sforzo intellettuale a cui è chiamato questo mondo che deve sapersi cimentare nell'elaborazione di un pensiero nuovo, autonomo; sia come pilastro fondante di un modello di sviluppo diverso".

La prima tavola rotonda dal titolo: "Di tutti, di ciascuno, come si costruisce l'identità italiana", ha avuto il contributo di due grandi rappresentanti Carlo Lizzani e Franco Scaglia. E dopo diversi interventi, Giovanna Melandri ha concluso i lavori della prima sessione. "Abbiamo costruito un percorso prezioso e il mio primo augurio è che si continui a tenere attivo questo canale, per la ricostruzione del Paese - ha detto Melandri - abbiamo alle spalle anni di devastazione, in cui le politiche culturali sono state lasciate abbandonate. La recessione in cui stiamo entrando è già anche culturale da tanti anni, vorrei che tutti avessimo la consapevolezza di questo. Ma c'è stato un tempo in cui si smantellavano le caseme per fare dei centri di cultura e anche gli gli Enti Locali avevano un ruolo importante in questo contesto. I dati sono eloquenti - ha aggiunto l'esponente democratica - la cultura può creare posti di lavoro, malgrado la devastazione culturale di questi anni. Per questo abbiamo una agenda molto ampia in questi due giorni - ha detto - domani ad esempio verranno il ministro e il sottosegretario dei beni Culturali e noi oggi abbiamo un doppio compito far uscire dalla marginalità questo settore e restituirgli la creatività che nell'era del berlusconismo è stata travolta".

Mano mano che gli ospiti si alternavano sul palco delle Officine Marconi, la redazione web del PD ha posto ad alcuni personaggi due domande sulla stato della cultura nel nostro Paese. Cosa manca nelle politiche culturali? Cosa può fare il nuovo governo Monti per la cultura? Queste le risposte.

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La seconda sessione: "La fortuna e l'impegno. Cosa fare, come farlo, con quali diritti" ha visto la partecipazione del filosofo Carlo Sini, Riccardo Tozzi, Presidente Unione Produttori Anica, Vincenzo Vita senatore del PD, Maurizio Roi e tanti altri. Sini ha sottolineato l'importanza del prendere atto del legame profondo che lega lavoro, produzione e politica. Concetto ripreso poi da Stefano Fassina, responsabile Lavoro ed Economia della segreteria del PD, che ha presentato una relazione di sintesi della sessione.

Fassina ha ribadito come “i dipartimenti Economia e Cultura del PD abbiano una evidente sinergia nel loro operato e nel loro intento. Infatti, gli Stati Generali della Cultura sono in realtà gli Stati generali dei lavoratori e delle imprese della cultura che vivono in forma ancora più drammatica e acuta i problemi dell’economia italiana: la precarietà e l’assenza di lavoro. È evidente l’assenza di politiche pubbliche e una sottovalutazione delle potenzialità in questi settori”, ha notato. Il responsabile economico ha poi chiarito che “per rispondere alla domanda: quali sono le politiche per la cultura? Ci si deve chiedere quali prospettive vogliamo per il nostro Paese e per l’Europa. Perché se la scelta è quella del centrodestra che considera la cultura come un lusso, come un di più è chiaro che è difficile pensare a politiche efficaci”.

Ha poi valutato negativamente "il riferimento al ritorno economico della cultura, che spesso viene considerato, in quanto bisogna saper discutere anche al di fuori di questo, per valorizzare il materiale prezioso che abbiamo tra le mani. A me convince il punto emerso durante il dibattito, della programmazione delle risorse a disposizione per dare certezze ai soggetti - ha dichiarato - è un passaggio fondamentale che avrà implicazioni importanti per le imprese minori, anche rispetto al federalismo fiscale". Fassina ha poi chiarito che "il punto di riferimento del PD in questo contesto è un ventaglio di proposte per lo sviluppo sostenibile, che mettano in moto una economia malata di troppa diseguaglianza e regressione del lavoro. Anche perchè la crescente diseguaglianza rende i fruitori di cultura più ristretti. Inoltre ci sono centinaia di lavoratori che lavorano al di fuori del contratto nazionale di lavoro, quindi è necessario stabilire la paga minima, una indennità di disoccupazione universale per poter avere un reddito nei periodi di disoccupazione, più l'indennità di malattia.

Fassina concludendo ha ripreso la proposta di Vincenzo Vita di mettere a gara le frequenze televisive, per dare un sostegno reale all’economia. È una iniziativa che potrebbe confermare una inversione di tendenza, perchè lavoro, cultura e dignità sono facce della stessa medaglia. Un’altra idea di modernità è questa la sfida che dobbiamo portare avanti".

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"Quanti alfabeti. Stili di vita, paesaggi culturali, responsabilità nazionale", è la piattaforma della sessione conclusiva della prima giornata degli Stati Generali della Cultura. I contributi sono stati molteplici e molto ricchi, tra i quali quello di Roberto Checchi, sottosegretario ai Beni Culturali, Antonio Pennacchi, l'archeologo Adriano La Regina, con le conclusioni di Walter Veltroni.

Il neo sottosegretario Roberto Checchi ha impostato il suo intervento, uno dei primi da quando ricopre questa carica, parlando delle “Sovraintendenze ai beni culturali e del ruolo che svolgono rispetto alla realizzazione o meno di un intervento. È una attività che ha consentito al nostro patrimonio culturale di essere conservato meglio di altri - ha chiarito - questo patrimonio però porta con se problemi relativi alla pesantezza burocratica dell’esercizio della tutela. Il ruolo dell’amministrazione dei beni culturali può essere migliorato solo all’interno di un Piano paesaggistico nazionale, correlato con quelli regionali, ma dal 1937 non ne è stato realizzato neanche uno. Questo comporterebbe un alleggerimento burocratico e una copianificazione che affronterebbe la tematica nella sua interezza. La legge dice che lo Stato tutela il territorio nazionale nei vari settorii: architettura, archeologia storia dell’arte e perseguendo questa funzione, tanti giovani professionisti del settore potrebbero trovare grandi ambiti di lavoro.

Altro tema inerente la cultura individuato da Checci è l’erogazione dei servizi correlati: archivi, biblioteche musei. “Abbiamo 424 musei statali tra storici, artistici e archeologici. Di questi - ha spiegato il sottosegretario - 8 musei accolgono quasi il 50% dei visitatori. Questo significa il potenziale dei musei siti in piccole località non è sfruttato al meglio, rispetto al patrimonio conservato nei musei stessi. Gli obiettivi quindi devono essere: copianificazione, per abbassare i livelli brurocratici e ampliare le capacità di impiego giovanile, ad esempio per realizzare un intervento di restauro, dalla fase iniziale all’affidamento dei lavori abbiamo tempi tecnici di 19 mesi; lavorare sul tema della fruizione del patrimonio e della manutenzione e prevenzione, in quanto il 67% del Paese è a rischio sismico e non abbiamo fatto nulla”.

Walter Veltroni ha concluso i lavori della prima giornata, fornendo un contributo analitico del percorso culturale che il nostro Paese attraversa. “Viviamo un tempo difficile, di profonda cupezza e inquietudine, con un predominare della parola paura. È un tempo strano, con assenza di dinamismo delle società occidentali rispetto alla fase dell’ultimo dopo la guerra che ci ha visto crescere. Siamo nella crisi più drammatica – ha allertato Veltroni - che può avere effetti pericolosi sulle più grandi conquiste che abbiamo ottenute: L’Europa e la democrazia, che oggi sono messe in discussione. Nel complesso della nostra esperienza però possiamo dare una valutazione contraddittoria: pensiamo ai cambiamenti epocali. Abbiamo vissuto il tempo di pace più lungo nella storia, un tempo in cui l’allungamento del ciclo di vita ha portato a migliorare la qualità della vita stessa. Il mondo si conosce di più, il sapere è più vissuto rispetto a qualunque generazione precedente, grazie ai nuovi flussi comunicativi. Tutto questo però - ha analizzato Veltroni - ha creato un nuovo modello contraddittorio e una restrizione nel trasporre le aspettative nella propria condizione sociale. Queste condizioni nuove premono ed hanno mutato la relazione tra il sè e gli altri, l’ambiente e la natura. In questo senso la cultura non può più svolgere il ruolo di cenerentola, ma deve essere interpretata come opportunità”.

Rispetto alla grande accelerazione tra gli squilibri negli ultimi 15 anni, secondo Veltroni “si impone una domanda collettiva sul senso dei valori e in questo contesto anche la politica ha un ruolo. Perché si evidenzia anche in ambito politico una rinuncia alla questione ideale: al confronto sui valori, dai valori ai programmi. Se non ricostruiremo questo rapporto e non parleremo questo linguaggio a una società smarrita, si vedrà nell’incertezza dei figli il proprio fallimento. Questo ci spinge a usare la cultura come veivolo del cambiamento, chiedendo alla cultura di svolgere un ruolo per contrastare l’egoismo esasperato fondato su un io e sulla cancellazione di un sistema di relazione, su una società dove non c’è senso della storia e anzi, viene rimossa ogni coscienza storica. In questo quadro c’è una luce però - afferma Veltroni - la crescente domanda di cultura. La cultura è tutto, ma bisogna tornare ad usare dei linguaggi popolari. Le esperienze pittoriche i libri i film ora con internet sono più accessibili a tutti, eppure, c’è un grande bisogno di recuperare la ragione per creare sicurezza”.

Cosa ci farà uscire da questo tunnel? Ha risposto Veltroni: “Oggi siamo in una situazione in cui l’unico vagone che ci può portare fuori da questo tunnel è l’industria della conoscenza: scuola, università, ambiente, cultura. Bisogna investire in conoscenza, immaginando una nuova fase di crescita economica, serve un intervento pubblico che migliori la qualità del rapporto tra le persone e la conoscenza. In certi ambiti però, preposti per la pubblica informazione come in RAI la presenza delle politica ad esempio è ingiustificabile. La RAI si deve liberare, il nuovo Consiglio di Amministrazione non dovrà essere politico”.

 Veltroni ha concluso citando Borges "un libro è un oggetto fisico, ma poi arriva il buon lettore ed ecco la resurrezione della parola. Bisogna cercare di creare le condizioni per il massimo di fruizione della cultura, come in questo luogo sta accadendo, bisogna cercare di riaccendere la vita culturale di questo Paese".


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