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Istat: le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

A riferirlo è l’Istat, che pubblica un report sulla conciliazione lavoro-famiglia. I dati si riferiscono al II° trimestre 2010.

pubblicato il 29 dicembre 2011 , 720 letture
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ROMA - In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro. A riferirlo è l’Istat. Le donne sono coinvolte nelle responsabilità di cura più spesso degli uomini (42,3% contro il 34,5%) e anche per questo risulta più bassa la loro partecipazione al mercato del lavoro.
 Tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che, in presenza di un figlio, manifestano al contrario un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia. 
Lavoro e figli. L’Istat osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.
Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione.
Le differenze tra i livelli di partecipazione al mercato del lavoro in relazione alla cura di figli si accentuano in presenza di bassi titoli di studio. Al contrario, per le donne con un titolo di studio universitario, i livelli di partecipazione e di occupazione rimangono comunque molto alti in tutti i contesti familiari.
Anche chi si occupa di bambini non conviventi presenta livelli di occupazione più bassi rispetto al resto della popolazione (il 41,6%, contro il 58,4%), anche se tale effetto è ampliato dalla presenza all’interno del gruppo di persone di età mediamente più elevata.
Analogamente, la cura di adulti, anziani, malati o disabili corrisponde a un livello inferiore di occupazione rispetto a chi non ha questo tipo di responsabilità ed è per le donne che si determinano le differenze più elevate: tra i 25 e i 44 anni il tasso di occupazione delle donne che si prendono cura di un adulto o di una anziano è di circa otto punti percentuali inferiore a quello del resto della popolazione.

4 italiani su 10 dedicano tempo ad assistenza e accudimento 
Le persone con figli coabitanti minori di 15 anni e quelle che riferiscono di prendersi regolarmente cura di altri bambini/ragazzi di questa stessa età, di adulti malati, disabili o di anziani, sono oltre 15 milioni, il 38,4% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. A riferirlo è l’Istat, che pubblica un report sulla conciliazione lavoro-famiglia. I dati si riferiscono al II° trimestre 2010.
Secondo l’Istat, allora, nella popolazione tra i 15 e i 64 anni di età, si contano ben 10 milioni e 944 mila genitori con almeno un figlio convivente minore di 15 anni. Nella fascia di età 35-44 anni si registra la quota maggiore di individui in questa situazione, sia per gli uomini sia per le donne (rispettivamente il 56% e il 62,9%) e senza importanti differenze territoriali.
 Le persone che affermano di prendersi regolarmente cura di bambini con meno di 15 anni, che non siano figli conviventi, sono l’8,5% delle donne tra i 15 e i 64 anni (1 milione 688 mila) e il 5% (978 mila) degli uomini di questa stessa età. L’incidenza maggiore si rileva tra i 55-64 anni (l’8,6% tra gli uomini e il 17,5% tra le donne), fascia di età in cui è più frequente si tratti di nonni che si prendono cura dei nipoti. 
Oltre 3 milioni e 300 mila persone riferiscono, invece, di aver assistito regolarmente adulti bisognosi di cure, ovvero malati, disabili o anziani: il 10,7% delle donne e il 6,2% degli uomini. Anche in questo caso la maggiore concentrazione è nelle fasce di età più elevata: tra i 55 e i 64 anni si arriva all’11% per gli uomini e al 16,4% per le donne, e tra i 45 e i 54 anni rispettivamente il 9,3% e il 18,3% (per lo più figli che accudiscono i genitori anziani). 
Infine, le persone che si occupano contemporaneamente di più individui bisognosi di cura sono 1 milione 649 mila, il 10,9% del totale; la combinazione più frequente, che riguarda 689 mila persone, è rappresentata dal supporto fornito a figli coabitanti e adulti non autosufficienti, quali anziani disabili o malati.

4 donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli
La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Secondo l’Istat, infatti, sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. 
Le madri con un titolo di studio elevato e che occupano una posizione nella professione ai vertici della scala gerarchica hanno dichiarato più frequentemente delle altre di aver sospeso temporaneamente il lavoro per prendersi cura dell’ultimo nato: sono rimaste a casa circa quattro madri ogni dieci in possesso di una laurea o di un diploma di scuola superiore e meno di tre madri ogni dieci con un livello di istruzione più basso; hanno interrotto l’attività il 38,1% delle dirigenti/imprenditrici, il 43,8% delle impiegate, il 29,9% delle operaie e il 28,6% delle lavoratrici in proprio. Le madri che svolgono un’attività autonoma risultano più “penalizzate”, in quanto hanno sospeso l’attività lavorativa solo nel 27,8% dei casi, contro il 39,7% delle madri che esercitano un’attività alle dipendenze.
 Il 18% delle madri si è assentato per meno di due mesi, il 16,9% da due a meno di tre mesi, poco più del 30% da tre a meno di sei mesi, il 24,6% da 6 mesi a meno di un anno e il 9,7% per più di un anno. Nelle regioni settentrionali ci si assenta di più che nelle altre regioni del Paese, e per un periodo più lungo.
Le madri che svolgono una professione alle dipendenze restano più a lungo fuori dall’ambiente di lavoro rispetto alle donne che hanno un’attività autonoma: tra le prime, due ogni tre interrompono l’attività per più di tre mesi, mentre tra le seconde si tratta di poco più della metà (52,8%).
La riduzione dell’orario di lavoro per almeno un mese continuativo al fine di prendersi cura dell’ultimo figlio ha riguardato 483 mila madri, pari a poco più di un quarto delle donne occupate con figli con meno di 8 anni.
Il congedo parentale. Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini. Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito.
A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).
Al crescere del livello di istruzione aumenta il ricorso all’astensione facoltativa dal lavoro: tra le madri laureate la proporzione di coloro che se ne sono avvalse raggiunge il 48,9% e tra le diplomate il 49,9%, mentre tra le lavoratrici in possesso della licenza media o di un titolo di studio inferiore tale proporzione scende al 29,9%.
Tra le madri che occupano una posizione lavorativa alle dipendenze, il 51,7% ha usufruito del congedo parentale almeno una volta nel corso della vita del figlio minore (il 58% tra le impiegate). Considerando, invece, le madri che svolgono un’attività autonoma, la stessa quota raggiunge appena il 17,1%. 
Tra i settori di attività economica in cui risulta più diffuso l’utilizzo del congedo parentale da parte delle madri figurano la Pubblica Amministrazione (68%), il settore dell’istruzione (53,1%, tra le professoresse e le insegnanti il 55,7%) e il settore della sanità (51,3%).
I genitori che non fruiscono del congedo facoltativo per maternità/paternità restano tanti: si tratta di 2 milioni 754 mila padri occupati e di 1 milione 18 mila madri occupate. Se tra chi non ha usufruito dell’astensione facoltativa si escludono coloro che non hanno ancora maturato il diritto a fruirne (il figlio è nato da poco tempo e le madri sono in astensione obbligatoria per maternità) e quelli che rientrano in qualche categoria di lavoratore autonomo che non può fruire del congedo parentale, il 32,2% delle madri e il 40,7% dei padri che non sono ricorsi al congedo parentale ha dichiarato che “non se ne è presentata la necessità”. Più precisamente, il fatto che sia il partner ad usufruire del congedo parentale riguarda il 12,9% dei padri e solo lo 0,8% delle madri. Analogamente, oltre un quarto dei padri non ha sospeso l’attività fruendo dell’astensione facoltativa, perché comunque a casa c’erano la moglie o i nonni a prendersi cura del figlio: tra le madri la stessa percentuale è del 16,9%.
Nella graduatoria dei motivi la seconda posizione è occupata da coloro che dichiarano di non averne usufruito in quanto preferiscono lavorare: si tratta del 21,3% degli uomini e del 16,5% delle donne. Sei genitori su 100 (il 6,4% degli uomini e il 4,9% delle donne) hanno dichiarato di non essere a conoscenza dei diritti sul congedo parentale.
La motivazione “poco o per niente remunerato” per il mancato utilizzo riguarda solo una parte limitata di genitori, l’8,2% delle madri e il 4,1% dei padri. La riduzione della retribuzione influisce sicuramente sulla scelta di usufruire o meno del congedo parentale, ma indirettamente e come fattore secondario. Una buona parte dei genitori ha dichiarato di non aver avuto la necessità di ricorrere al congedo parentale - considerato come una sorta di “ultima spiaggia” - perché ha potuto contare sulla rete degli aiuti informali e perché i bambini sono stati sempre bene. 
 
Un terzo degli occupati con figli è insoddisfatto del tempo dedicato alla famiglia
Quasi 3 milioni e mezzo di occupati con figli o con altre responsabilità di cura (il 35,8% del totale) vorrebbe modificare l’equilibrio tra lavoro retribuito e lavoro di cura: il 6,7% dedicando più tempo al lavoro extradomestico e il 29,1% trascorrendo più tempo con i propri figli e/o altre persone bisognose di assistenza. Lo afferma l’Istat nel suo report sulla conciliazione lavoro-famiglia.
I due terzi degli uomini e il 61,2% delle donne dichiara, invece, di non voler modificare lo spazio dedicato a queste due dimensioni della vita quotidiana, con quote più ampie tra i padri (66,1%) e tra le donne occupate che si prendono regolarmente cura di bambini (non figli coabitanti) (68,2%), meno elevate tra le madri (59,2%).
La posizione nella professione influenza in maniera significativo il bilanciamento tra lavoro e altre responsabilità: mentre per le donne un equilibrio adeguato è raggiunto più spesso dalle lavoratrici autonome, per gli uomini è più frequente per chi lavora alle dipendenze. 
Tra i dirigenti, gli imprenditori o i liberi professionisti sono più numerosi quanti modificherebbero l’organizzazione della propria vita a favore del tempo destinato alla famiglia (42,9% degli uomini e 43,7% delle donne). Gli operai, invece, più degli altri lavoratori, seppure in una piccola quota, vorrebbero dare più spazio al lavoro retribuito (7,8% tra gli uomini e 14% tra le donne).
Circa il 40% delle occupate con un orario full time desidererebbe dare più spazio al lavoro di cura, mentre avere un’occupazione part time sembra consentire una migliore allocazione del tempo: il 69,2% delle occupate a tempo parziale non vorrebbe modificare l’organizzazione della propria giornata, contro il 57% di chi lavora a tempo pieno. Ciò nonostante, non sono poche (438 mila donne pari al 30,8%) le occupate part time che vorrebbe bilanciare meglio il rapporto tra tempi di attività di cura e tempi destinati al lavoro; per il 15,6% di queste i carichi familiari sono così pesanti che risulta impossibile dedicare più tempo al lavoro.
 Al crescere dell’età del figlio più piccolo presente in famiglia aumenta la proporzione di madri che non desidera cambiare l’organizzazione della vita lavorativa e delle responsabilità di cura.
Oltre un milione di individui inattivi che hanno responsabilità di cura (il 26,9% degli uomini e il 23,4% delle donne) lavorerebbe se potesse ridurre il tempo dedicato ai familiari. Le difficoltà di conciliazione tra famiglia e desiderio di lavorare sono più evidenti per i genitori (52,2% tra i padri e 30,3% tra le madri), riguardano meno coloro che danno sostegno ad anziani e malati (16,4% tra gli uomini e 20,3% tra le donne) e chi accudisce bambini non coabitanti. “Del resto – si afferma -, questi ultimi due gruppi coinvolgono individui mediamente più anziani che spesso sono già usciti dal mercato del lavoro o, soprattutto nel caso delle donne, non vi sono mai entrati”.
 Sono soprattutto le generazioni più giovani, in particolare quelle tra 35 e 44 anni, che vivono una situazione in cui il lavoro di cura è così oneroso da non consentire di partecipare al mercato del lavoro nel modo desiderato. Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).
Responsabilità di cura e lavoro part-time.  Sono 1 milione 424 mila le donne occupate part time che hanno figli minori di 15 anni o che si prendono cura di altri bambini, di persone anziane o altri adulti non autosufficienti. Il 14,4% di queste donne riferisce di non poter lavorare a tempo pieno a causa dell’indisponibilità di servizi di supporto adeguati alle proprie esigenze in termini di costi, orari, vicinanza alla zona di residenza e presenza di personale specializzato. Nell’11% dei casi si tratta esclusivamente di servizi per la cura di bambini, nell’1,5% esclusivamente di servizi per la cura di persone anziane, malate o disabili e nell’1,9% dei casi di entrambi i tipi di servizi.
 Tra le donne che hanno cura di anziani o adulti non autosufficienti, il 22% riferisce di lavorare part time proprio perché i servizi e le strutture per la cura di adulti non autonomi sono assenti o inadeguati. 
Nonostante il processo di flessibilizzazione degli orari di lavoro sia in atto da qualche anno, l’accesso ad occupazioni caratterizzate da un orario flessibile coinvolge solamente il 35,2% degli uomini che hanno un’occupazione alle dipendenze (3 milioni 333 mila) e il 34,6% delle donne dipendenti (2 milioni 610 mila).
Nonostante il maggiore coinvolgimento negli impegni di cura, le donne non presentano una maggiore probabilità di seguire un orario flessibile rispetto agli uomini. “Tale risultato – afferma l’Istat - può essere in parte collegato, se si esclude la Pubblica Amministrazione, alla scarsa presenza femminile nei settori caratterizzati da una maggiore diffusione dell’orario flessibile, quali, ad esempio, i servizi di intermediazione finanziaria, a fronte della bassa incidenza dell’orario flessibile nei settori maggiormente femminilizzati, quali scuola e sanità. In secondo luogo, la componente femminile è maggiormente presente nelle professioni esecutive, meno caratterizzate da una modulazione flessibile dell’orario, mentre quella maschile è preponderante nelle posizioni dirigenziali, nell'ambito delle quali, come visto in precedenza, la diffusione della flessibilità oraria è massima.”
Tra i dipendenti che hanno figli coabitanti con meno di 15 anni o che affermano di prendersi regolarmente cura di bambini, adulti o anziani bisognosi di assistenza, la quota di coloro che gode di qualche forma di flessibilità nell’orario lavorativo è pari al 37%, percentuale solo di poco superiore a quella della media dei lavoratori alle dipendenze, anche a parità delle altre caratteristiche. Il 36,8% dei genitori (36,1% tra i padri e 36,7% tra le madri) svolge un lavoro che permette qualche forma di flessibilità. (Redattore Sociale)
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