Intervista

Matteo Orfini, Pd: “Toni intollerabili contro l’ex direttore di Venezia. Pure da esponenti del mio partito”

Intervista di Andrea Dusio - Odeon Magazine

di Matteo Orfini,  pubblicato il 17 gennaio 2012 , 1148 letture
festival cinema roma  festival cinema roma
Avremmo voluto iniziare l’intervista con Matteo Orfini, responsabile della cultura per il Pd, parlando degli stati generali che il suo partito ha tenuto a dicembre alle Officine Marconi. Ma la lunga querelle attorno alla designazione del nuovo direttore del Festival del Cinema di Roma, e le prese di posizione “anti-Müller” di alcuni big della sinistra (in primis Goffredo Bettini) hanno imposto al nostro incontro con l’esponente di Sant’Andrea delle Fratte altre priorità. 

Partiamo allora anzitutto dalla polemica del momento. Intervenendo nel merito prima della lettera di Bettini al Messaggero, Orfini aveva invitato a guardare alla candidatura di Müller come a “un’opportunità e certamente non come a un problema”. 

Come commenta la situazione che si è venuta a creare intorno al Festival di Roma? 
La vicenda del Festival di Roma è lo specchio di come funzionano le cose nel mondo della cultura e non dovrebbero funzionare, a prescindere dalla parte politica. Da un lato c’è l’atteggiamento proprietario di Polverini e Alemanno, che, senza discutere con nessuno o coinvolgere la Provincia, né tanto meno parlare con chi ha il diritto e il dovere statutario di fare le nomine, hanno messo in campo un intervento che è arrivato alle minacce di chiusura dell’evento da parte del Presidente della Regione Lazio. Dall’altro c’è stata purtroppo la reazione sguaiata di alcuni esponenti del mio partito e dell’opposizione. A una richiesta di coinvolgimento corretta di Zingaretti sono seguite infatti altre prese di posizioni assurde, con toni gladiatori intollerabili contro Marco Müller. Che tra l’altro trasmettono la sensazione di una politica che si occupa di cultura solo quando si tratta di fare delle nomine e che discute di nomine che non le competono”.

Come giudica la lettera di Goffredo Bettini? 
Non si capisce a che titolo Bettini scriva dalla Thailandia per discutere della nomina del direttore del Festival del Cinema, perché neanche a lui compete questa decisione, come non compete a me. Cosa più utile sarebbe fare una discussione seria sul futuro della manifestazione. Che non è il miglior festival del mondo e che, come ha scritto bene Renato Nicolini in una lettera su Repubblica, in questi anni ha avuto dei problemi e ha fatto fatica a trovare una sua collocazione. Che non ha saputo costruire un rapporto strutturale con il mondo del cinema italiano e romano. Nella fattispecie, ricordiamo che Cinecittà non è coinvolta, come non lo sono le professioni che girano attorno al cinema. Occorre dunque prima un progetto di rilancio, e poi, in funzione di esso, si può pensare a come coinvolgere i soggetti di cui abbiamo detto. Di questo dovrebbe semmai occuparsi la politica.

Che progetto vi piacerebbe per il futuro della manifestazione capitolina? 
Noi pensiamo che non ci debba essere una competizione con Venezia. Se c’è stato un errore, nell’atto fondativo del festival, a prescindere dalla volontà di chi l’ha costruito - perché non era nelle intenzioni iniziali - è stata la creazione di un dualismo con la Mostra del Cinema. Che non ha senso. Esiste lo spazio per la convivenza di due realtà così diverse in Italia, e va smontata questa rivalità artificiale. E occorre fare del Festival un luogo in cui la storia del cinema italiano, che ha in Roma il suo centro, venga messa in luce. Pensiamo dunque a un evento non chiuso all’Auditorium e che sia in grado di coinvolgere tutta la città, i mestieri del cinema, il mercato, i produttori. 

Che tipo di politica serve alla cultura? 
Esattamente l’opposto di questa. La politica deve mettere in campo delle politiche per la cultura. Ma nello stesso tempo deve creare una barriera all’intromissione nelle scelte culturali. Non può essere la politica a decidere cosa si fa e cosa non si fa. A cominciare proprio dalle nomine, che dovrebbero essere trattate come si tratta quella di un primario ospedaliero nella sanità. Aggiungerei che se noi avessimo fatto un bando su base curriculare per la ricerca del direttore del Festival di Roma, Müller l’avrebbe vinto. Per questo trovo assurdo che questo meccanismo metta nel tritacarne grandissime personalità che sono indubbiamente di serie A. I politici non si devono più sentire dei novelli Lorenzo il Magnifico, che danno un indirizzo culturale alla loro città. 

Come intervenire per sostenere e, se possibile, rilanciare il cinema? 
C’è bisogno di una riforma della governance del settore, che è invecchiata. Anche le proposte di legge in merito, comprese le nostre, giacciono in parlamento da tempo e non sono più attuali. Il cinema ha bisogno di meccanismi che garantiscano lo sviluppo di un mercato libero. L’idea di una tassa di scopo, per esempio, secondo me non ha più senso. E può essere sostituita da un’estensione dell’obbligo d’investimento.

Che al momento riguarda solo Rai e Mediaset… 
Esattamente. Si dovrebbe invece estenderlo ad altri soggetti. Non solo le televisioni satellitari e digitali terrestri, ma anche le società di telecomunicazione. Ovviamente parametrando l’obbligo alla tipologia d’attività. Chi fa servizi per la telefonia non deve fare necessariamente film, ma può produrre contenuti audiovisivi di altro tipo. Il che andrebbe anche a garantire non solo risorse nuove, ma anche quel pluralismo produttivo che tuttora non esiste. Oggi a decidere se si fa o meno un film in Italia lo decidono tre o quattro persone: il direttore pro tempore di rai Cinema, quello di Medusa, il direttore generale del ministero dei Beni Culturali e pochi altri soggetti. 

Siete dunque per una riduzione della discrezionalità? 
Assolutamente sì. La tassa di scopo non mi convince proprio perché trasmette la sensazione che se tu vuoi la cultura te la devi pagare. Invece dobbiamo affermare il principio per cui le risorse per la cultura vengono dalla fiscalità generale. E un’eventuale centro nazionale di cinematografia, a prescindere dal modello con cui fosse costruito, rischia di diventare un’altra di quelle scatole in cui la discrezionalità e le cuginanze possono perpetrare un meccanismo di chiusura del sistema, mentre noi abbiamo bisogno di un’apertura del mercato. Con meccanismi automatici, selettivi e oggettivi. E in cui ci sia anche un po’ di investimento su chi non c’è ancora in questo settore. Una delle cose che emerge con più evidenza quando facciamo i convegni sul cinema è che ci conosciamo tutti da vent’anni. 

Le misure di defiscalizzazione introdotte nella prima fase di questa legislatura hanno funzionato? 
Tax shelter e tax credit sono in realtà provvedimenti che abbiamo ideato noi. Mi scusi, non li ha voluti il ministro Bondi? Bondi ne ha garantito l’applicazione, dopo che in un primo momento erano stati sospesi. Hanno funzionato, ma in una fase di crisi come questa gli investimenti sono bloccati in tutti i settori. La speranza è che tornino a essere misure importanti, perché hanno portato nuove risorse senza gravare sullo Stato. 

Sarà possibile garantire il mantenimento del Fus ai livelli attuali, o c’è il rischio di un suo ulteriore assottigliamento? 
Siamo già ai minimi termini, non può essere ulteriormente assottigliato. E va certamente presidiato. In un sistema come questo c’è bisogno anche della quota del Fus. Che comunque va riformato, anche perché nasce come strumento transitorio ed è transitorio da trent’anni. Ma serve anche qualche piccola riforma a costo zero. Se noi ad esempio cambiassimo una riga della Legge Gasparri, inserendo il criterio di nazionalità non solo per il cinema ma anche per la fiction, eviteremmo la delocalizzazione delle produzioni televisive. Spostando molte risorse che vengono spese all’estero e riportandole nel nostro Paese. Monti ha detto che gli serve ancora qualche settimana per declinare la sua visione della Rai. 

La vostra qual è? 
Noi abbiamo proposte abbastanza chiare. Bisogna anzitutto riformare la governance, perché occorre un filtro tra la politica e la gestione dell’azienda. Quel che non funziona oggi in Rai è anzitutto la presenza di un consiglio d’amministrazione riunito in maniera permanente, e che decide di ogni cosa, persino delle nomine dei vicedirettori della testata meno significativa. Questo amplifica il peso della politica, in un settore ad alto tasso di competizione. Avere un’azienda di servizio pubblico come la Rai può essere persino un assett per il Paese: è un momento in cui si aprono nuovi mercati, a partire dal Mediterraneo. Un’azienda che sappia costruire relazioni internazionali, coproduzioni, e che sappia aiutare a far sviluppare il servizio pubblico nei Paesi che stanno scoprendo la democrazia e sono dall’altro lato del mare, potrebbe avere un ruolo strategico. 
Oggi la Rai non può fare nulla di tutto ciò, e tanto meno competere con i colossi della televisione, perché è paralizzata dal fatto di non essere governabile da nessuno. 

Cosa serve per avere una Rai come quella che descrive? 
Serve un meccanismo diverso: un amministratore delegato con tutti i poteri relativi alla sua carica, un Cda selezionato da una platea più ampia del solo parlamento, e che però fa il consiglio d’amministrazione: si riunisce quando serve per le grandi decisioni strategiche. Per il resto c’è un capo azienda che amministra senza ascoltare nessuno, che ha il tempo di fare questo mestiere, e che viene scelto con i due terzi dei voti del consiglio, come avviene ora per il presidente. In questa maniera si garantisce che non venga nominato con un atto di potere da parte di chi in quel momento è più forte nel Paese. 

Qual è la vostra posizione in merito ai problemi della Siae? 
La Siae è una di quei soggetti su cui è costruita la governance di questo settore. Ha bisogno però di essere radicalmente riformata. C’è una situazione che va affrontata senza dimenticare lo scenario di fondo, ossia il tema di come il diritto d’autore s’incrocia con l’innovazione tecnologica. Non possiamo negare infatti che il diritto d’autore nasca di fatto come welfare degli artisti. E a oggi è ancora l’unica forma di welfare esistente. Oggi è sempre più difficile continuare a garantire quel diritto. Né è facile individuare delle forme sostitutive. Dobbiamo dunque ragionare a livello mondiale su come combattere la pirateria, soprattutto quella di chi trae benefici economici dall’utilizzo illecito delle opere d’ingegno, e nel contempo però dobbiamo costruire attorno agli artisti un welfare nuovo, che garantisca la possibilità di svolgere il loro lavoro.
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