Se c’è una cosa che questo inizio di 2012 rende drammaticamente chiaro è la caduta della barriera fra questioni nazionali e questioni europee.
Il governo Monti ne è il simbolo più evidente: salvare l’Italia per restare in Europa, salvare l’Europa per rilanciare l’Italia. Più in generale, il futuro del continente cessa di essere un fatto tecnico, un argomento per specialisti ed entra nel piatto delle famiglie italiane, tutti i giorni.
Ma parto brevemente da una dimensione ancora più grande.
Il 2012 sarà, e non a causa dei Maya, un anno di passaggi molto delicati. Si rilegittimerà infatti la leadership politica di tutti i principali attori globali: si voterà in America, in Russia, in India, ci sarà l’avvicendamento non elettorale della nuova leadership in Cina; si voterà in Messico e in Venezuela.
Da noi, si voterà in Francia e in Grecia.Vicino a noi si voterà in Egitto e in Iran.
Può darsi che ci siano delle riconferme scontate ma anche delle sorprese.
Negli ultimi 18 mesi in Europa si è votato in 11 Paesi; solo 2 governi sono stati riconfermati, 9 sono stati cambiati.
La crisi ha battuto duramente sull’economia, sui redditi e sui consumi, ma altrettanto duramente sulla politica.
In questo 2012, secondo i dati del Fondo Monetario, i governi del mondo dovranno cercare sul mercato più di 11.000 miliardi di dollari per rinnovare il proprio debito pubblico: 4750 miliardi gli Stati Uniti, 3500 il Giappone e solamente 1350 i Paesi dell’Unione Europea. A livello aggregato il rapporto debito/pil europeo è 80%, quello americano è 100%, quello giapponese oltre il 200%.
Nonostante ciò, l’Eurozona si è fatta mettere in angolo per la crisi del debito sovrano greco che, tutta intera valeva 300 miliardi di euro.
La crisi è sì economica ma è stata innanzitutto politica.
Per non aver voluto prendere l’aspirina in tempo e aver ciondolato fra un vertice e un altro in un minuetto di decisioni a metà, prese tardi e controvoglia, siamo adesso in terapia intensiva a chiederci se, fra l’accordo che ci apprestiamo a firmare e una crescita tutta da inventare, l’Italia e l’Europa riusciranno in questo 2012 a stabilizzare una tempesta finanziaria che continua ad essere la vera emergenza non risolta.
Noi, per restituire il ventesimo del debito accumulato, secondo gli accordi pattuiti a Bruxelles senza collassare, dovremmo proseguire un sentiero che prevede un avanzo primario del 5% e un tasso di crescita dell’1%.
L’Unione Europea sarà complessivamente stazionaria o in recessione, gli Stati Uniti hanno ricominciato a crescere moderatamente, la Cina ha rallentato e si paventa all’orizzonte un brusco stop per la fine di una bolla immobiliare.
Queste invece sono per le nostre due partite.
Come possiamo sostenere compiutamente, efficacemente un governo finalmente credibile e competente?
Come possiamo presentarci fra un anno al giudizio dell’elettorato avendo da un lato dato prova di grande responsabilità ma volendo anche trarre un legittimo profitto politico in termini elettorali e in termini di recupero della credibilità e della competenza della e nella sfera politica?
Guardate in proposito i principali giornali: tre mesi fa le prime dieci pagine erano dedicate all’implosione politica e alle intercettazioni dal buco della serratura, oggi sembrano tutti supplementi del Sole 24 Ore fra schede, dossier, approfondimenti.
Il Governo Monti brilla, un po’ per meriti proprio e molto anche per il confronto impietoso con chi l’ha preceduto, in un percorso europeo che per noi è obbligato e che tuttavia, nella libertà di giudizio di una forza politica, ci pare un percorso incerto, inadeguato, lacunoso.
Il Presidente del Consiglio ci ha detto chiaramente che preferirebbe avere il nuovo accordo sull’Unione Fiscale non davanti ma già alle spalle, per potere discutere di altro.
Sono d’accordo. L’accordo che si firmerà il 1 marzo è tecnicamente un piccolo pasticcio giuridico e una mera ripetizione di intese già contenute nel Trattato di Maastricht e nel six pack approvato dal Parlamento europeo, ma pare essere l’unica moneta politica che il Cancelliere tedesco voleva vendere alla propria opinione pubblica.
Noi non eravamo fino a poco tempo fa nelle condizioni politiche ed economiche di contraddire questa necessità.
Oggi il quadro è cambiato: l’Italia ha un solido avanzo primario, ha varato una riforma durissima delle pensioni, più dura di quelle di molti altri Paesi, ha approvato in prima lettura l’obbligo costituzionale di pareggio di bilancio, ha avviato un serio risanamento sulla scorta di quella serietà che conoscemmo già in altre stagioni degli anni 90.
Se smettiamo di essere i Pierini, di essere nell’immaginario europeo nordico il Paese della “dolce vita” e facciamo bene i compiti per casa e prendiamo un buon voto, ci guadagniamo sul campo il diritto di chiedere poi la riforma dei programmi della scuola.
E’ questo il senso della mozione parlamentare che si sta negoziando per accompagnare il Governo al negoziato finale del Fiscal Compact.
Primo. Ridurre il danno di alcune rigidità che erano state accettate de facto dal precedente governo quando l’Europa non era un tema di discussione pubblica ma un affare semi privato, un insieme diintese misteriose che Tremonti concludeva a Bruxelles mentre la stampa italiana si occupava delle Olgettine.
Secondo. Pressare i partner europei sulle misure di crescita e di politica economica che potevamo già prendere a trattati vigenti. L’insieme delle decisioni prese a dicembre esprime ancora il senso di un “potrei ma non voglio” in cui la moneta unica resta sospesa sulla sola gamba della disciplina fiscale senza politica economica. Un accordo dove non vi è traccia concreta di Tassa sulle Transazioni Finanziarie, di un’Agenzia di Rating Europea o comunque di qualcosa che ci sottragga da questo strangolamento interessato; nessun nuovo meccanismo europeo di sorveglianza dei mercati finanziari che ci eviti di continuare a verniciare il muro mentre il tubo dell’acqua non smette di perdere, nessun nuovo impianto di bilancio federale dell’Unione, niente Eurobond. Questi sono anche i principali contenuti che stiamo discutendo con le altre forze politiche europee.
Terzo. Rilanciare la prospettiva dell’Unione politica europea. Sono consapevole che è una prospettiva rischiosa, che aprendo una discussione sugli Stati Uniti d’Europa rischiamo di fare urlare più forte gli euroscettici, ma non possiamo permetterci il lusso di fare questa fatica immensa per poi pensare che tutto è consegnato ad un’elite tecnocratica a Bruxelles, che ci stiamo dissanguando in nome di Barroso; non possiamo lasciare praterie politiche al populismo che scarica sull’Europa responsabilità non corrette sulla torsione dei processi di globalizzazione. Noi democratici possiamo rilanciare l’idea di Europa; lo possiamo fare appunto in nome di un ideale, da De Gasperi a Spinelli, recuperando il valore di solidarietà continentale, il valore di una democrazia che se solo nazionale è quotidianamente calpestata dalla dimensione mondiale dell’economia finanziaria. Ma lo possiamo fare anche con il solo pragmatismo di riconoscere che la dimensione europea è la dimensione minima per stare oggi dentro i processi di globalizzazione. I debiti sovrani sono scalabili uno a uno, l’Eurozona tutta intera no.
Guardate, questo sonno della politica, questo sonno della ragione, questa ossessione solo economica europea, questa contraddizione imbarazzante fra ciò che il buon senso suggerirebbe e l’inerzia dei leader sta già producendo ad esempio il mostro ungherese: frequenze tv annullate perché si critica il governo, pluralismo culturale, etnico e religioso cancellato dalla Carta Costituzionale.
Aggiungo – non c’è tempo purtroppo di sviluppare un tema che Bersani ha evocato – che lo stesso sonno ci sta distraendo dalla transizione in corso in Nord Africa e nei Paesi arabi, dove - come Europa - rischiamo ancora una volta l’irrilevanza e che invece offrirebbe grandi opportunità.
Chiudo con un’ultima domanda. Con chi facciamo tutto ciò ?
Dico con molta franchezza che il campo di gioco va usato in tutte le sue dimensioni, senza preconcetti.
Se il governo è in grado di firmare – come fecero 12 anni fa a Nizza, Amato e Schroeder - una dichiarazione a latere sul futuro politico dell’UE coinvolgendo ad esempio Polonia e Spagna, due Paesi grandi ma non appartenenti al nucleo storico dei fondatori, uno della stagione degli anni 80, l’altro del big bang recente, entrambi a guida moderata, entrambi interessati a rimettere in gioco la politica, ben venga.
Del resto, Pavel Sikorsky, ministro degli esteri polacco, poche settimane fa, a Berlino ha detto questa frase: “Credo di essere il primo ministro degli esteri polacco della storia a dire che temo il potere della Germania meno di quanto comincio a temere il suo immobilismo.”
Sull’altro fronte, lo facciamo assieme alle diverse esperienze progressiste che si muovono in Europa: a marzo a Parigi, in aprile a Roma con leader parlamentari europei e non europei di diverse parti del mondo.
E’ un cammino faticoso, credetemi. La costruzione di una piattaforma internazionale deve scontare tante paure, tante cattive abitudini da superare. Ancora in molti pensano di potere fare da soli o di avere bisogno di un pensiero comune solo quando stanno all’opposizione salvo dimenticarsene quando hanno responsabilità di governo, ma questa è per noi l’unica condizione per essere all’altezza di questo 2012 e l’unico modo per dare un messaggio all’opinione pubblica.
Non c’è un pensiero unico davanti alla crisi. Si poteva fare in un altro modo. Per leggere in anticipo la crisi che arrivava. Per affrontarla in tempo utile. Per dare all’economia europea fondamentali di crescita diversi dal passato.
Ecco, tante volte abbiamo detto che il PD non era il solito partito, che volevamo ridare spazio alla serietà dei contenuti, alle competenze, che non eravamo fissati con il glamour e ossessionati solo dalla competizione per la leadership.
Questo è l’anno giusto per dimostrare a noi stessi e al Paese che la politica avrà pure dei costi ma non è un costo, e che si può servire il proprio Paese e il bene comune con serietà e dedizione.