Rassegna stampa

Il Pd deve reagire

Quello che, dopotutto è il principale partito politico italiano, a novembre poteva anche spingere perché si andasse subito alle elezioni, e poteva vincerle. Non lo ha fatto perché ha una certa idea della politica e delle responsabilità della sinistra.
Alfredo Reichlin - L'Unità

di Alfredo Reichlin,  pubblicato il 25 gennaio 2012 , 700 letture
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Ho deciso. Farò una rivelazione.
 
Per più di dieci ore tra il 20 e il 21 gennaio, in una grande sala di Roma (peraltro pubblica) si è riunito il vertice del Pd, il primo partito italiano. Ha discusso insieme ai suoi parlamentari europei le iniziative da prendere in Europa e i problemi dell'Italia. La notizia è stata nascosta da gran parte dei giornali.
 
Nessun dissenso, solo un silenzio tombale. Parto da qui perché questo non è un problema di giornalismo ma di democrazia. Di degrado civile e intellettuale della democrazia italiana.
 
Quello che, dopotutto è il principale partito politico italiano, a novembre poteva anche spingere perché si andasse subito alle elezioni, e poteva vincerle. Non lo ha fatto perché ha una certa idea della politica e delle responsabilità della sinistra. Ha avuto l'ingenuità di pensare che non si vince sulle macerie di un paese che stava per fare la fine della Grecia. Bersani non ha l'eleganza dell'avvocato Agnelli il quale disprezzava Berlusconi ma gli dette il via con l'argomento: se perde, perde lui, se vince vinciamo noi. La stessa cosa fecero, del resto, i grandi liberali del tempo nei confronti di Mussolini.
 
È questa la cultura profonda della nostra classe dirigente? È l'antipolitica? Si tratta di una minaccia molto grave al futuro della democrazia italiana. È il segno del disprezzo che si ha per le masse popolari: incaricare i media, che dopotutto dipendono da loro, di mettere la merda nel ventilatore, di ripetere in tutte le ore del giorno che i partiti sono tutti uguali e sanno soltanto complottare nell'aula sorda e grigia di Montecitorio contro il governo dei professori. È un martellamento.
 
Vengo adesso alle nostre responsabilità. È vero che nel modo di essere del Pd c'è stata finora una grande debolezza. Io capisco il dubbio sulla effettiva capacità del Pd di rappresentare una alternativa reale in quanto sentito dalla gente come tale, cioè come una guida necessaria dell'Italia, non solo della sinistra. È tempo, quindi di mettere i piedi per terra. Ma è esattamente ciò che abbiamo fatto in quelle due giornate. La domanda era, ed è: che ruolo siamo in grado di svolgere nel vivo di questo dramma di proporzioni storiche che scuote l'Europa? Qui si gioca il nostro destino. Fuori da questo orizzonte diventa abbastanza vano almanaccare sul futuro della sinistra. Ma allora non si va a testa china a questa prova, come se fosse una tattica o un obbligo. Io credo che sta qui detto nel modo più semplice la debolezza del Partito democratico. Basta con questa vecchia storia. Non si tratta di scegliere tra Casini e la "foto di Vasto", ma di definire il nostro "campo". Un campo che parla a tutti gli italiani e che va oltre i confini della sinistra storica e che perciò può coinvolgere soggetti, culture e interessi storicamente distanti da noi. Io non sono affatto sicuro che vinceremo. So però che molto dipende dal fatto che una vasta corrente di pensiero e di azione per il progresso e la democrazia torni a occupare la scena dopo decenni di egemonia anche culturale delle destre.
 
Tutto è molto difficile ma l'obiettivo di portare nel mondo globale la forza di 450 milioni di europei, il loro enorme patrimonio di lavoro, creatività, cultura, il loro retaggio storico, è un obiettivo esaltante. Altro che "deriva centrista"del Pd. Certo, dobbiamo partire dall'Italia. Ma l'idea che abbiamo dell'Italia e del suo destino come nazione non può più restare chiusa nei vecchi confini.
 
Lo scontro è mondiale. I nemici dell'euro non sono i taxi. Il pericolo non è il "centrismo".
 
Io mi chiedo se misuriamo abbastanza gli effetti dell'enorme squilibrio che è in atto nella distribuzione della ricchezza e quindi nel mondo dei valori e dei significati dell'esistenza. La forza della sinistra sta nel collocarsi al centro di questo scontro, che è anche di civiltà. La ricerca senza limiti dei guadagni in conto capitale ha fatto si che valori come lealtà, integrità, fiducia, significati della vita, venissero via via accantonati per fare spazio al risultato monetario a breve termine. Bush è arrivato a far credere a milioni di persone che diventavano ricche con le carte di credito. Berlusconi pensava che bastasse comprare i deputati per governare.
 
Il nostro problema non è organizzativo. È capire quali spazi reali si aprono a una forza riformista all'interno di una società che in questi anni l'ha negata come tale, cioè come insieme di legami storici, culturali, anche ancestrali. Con l'idea, addirittura teorizzata, che il mondo è fatto solo di individui immersi in un eterno presente, i quali definiscono la loro identità in un modo solo, nel rapporto che hanno col consumo e quindi col denaro. Io sento il rischio che la sinistra e le forze democratiche si riducano a flatus vocis, a poco più che combinazione elettorali, se non si affronta questo problema e se non si stabilisce un rapporto con le nuove spinte sociali e ideali che sono un atto in Italia come in tante altre parti del mondo. Se la politica non produce senso.
 
Il problema quindi non è solo cosa fa il governo ma cosa facciamo noi. Nel senso che è la nostra voce, la voce di un partito che ha una fisionomia etico-politica diversa da quella delle altre nomenclature, è questa voce che si deve sentire alta e forte. Il gruppo dirigente deve rendere più chiara la grandezza della posta in gioco. Non è affatto vero che il governo dei professori toglie spazio alla politica perché non è possibile risanare la finanza pubblica e rilanciare la crescita senza una nuova idea dello sviluppo. Senza cioè porre la struttura italiana su una nuova base.
 
Servono quindi forze politiche, intellettuali e morali capaci di far leva su una combinazione diversa delle nostre risorse, a cominciare dal lavoro e dal capitale umano. Non siamo alla fine del capitalismo e delle cosiddette economie di mercato. Siamo però di fronte alla rottura dell'ordine economico mondiale di questi 50 anni, e quindi si è aperto un grande conflitto non economico soltanto, ma di potere, perfino di civiltà. L'Europa è il cuore dello scontro. E la sinistra si ridefinisce a partire da qui. La causa della giustizia non è un'altra cosa.
 
Perché non si uscirà dalla grande crisi dell'economia mondiale senza una redistribuzione del reddito e della ricchezza. La vecchia domanda di consumi non è più riproponibile.
 
La droga dell'indebitamento ci ha portati al disastro.
 
Bisogna far leva su nuovi consumi di massa per rilanciare lo sviluppo. Una distribuzione della ricchezza diventa la condizione per il rilancio della crescita, essendo questa impossibile se non cambiano anche le condizioni del vivere, i bisogni, le domande, il modo di essere della società.
 
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