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Violante: "Basta alibi, cambiare la giustizia si può"

Luciano Violante, ex presidente della Camera, la vede così: «La riforma della giustizia si sostanzia di due profili, entrambi importanti: uno di servizio e uno di potere. Sinora cosa è accaduto?
Intervista a Luciano Violante di Carlo Fusi - Il Messaggero

di Luciano Violante,  pubblicato il 25 gennaio 2012 , 549 letture
Luciano Violante, ex presidente della Camera, la vede così: «La riforma della giustizia si sostanzia di due profili, entrambi importanti: uno di servizio e uno di potere. Sinora cosa è accaduto? Che il centrodestra ha pensato prevalentemente se non esclusivamente alla giustizia come potere al fine di ridefinirlo; il centrosinistra invece ha pensato prevalentemente alla giustizia come servizio. E quindi le due strade non si sono mai incontrate. Il punto è che una riforma all'altezza delle ambizioni del Paese necessita di interventi su entrambi i campi».

Però presidente è preliminare stabilire se all'interno nella maggioranza che sostiene il governo Monti esistono i tempi, la possibilità, la volontà politica per una riforma del genere. Cosa risponde?

«Calcolati i tempi della campagna elettorale amministrativa, della pausa estiva e così via, realisticamente non abbiamo più di sei-sette mesi di lavoro. In queste condizioni diventa indispensabile individuare le priorità. Le riforme che riguardano il potere sono di carattere costituzionale. Personalmente sono sostenitore dell'istituzione di un'alta corte di giustizia che riguardi la responsabilità disciplinare di tutte le magistrature: ordinaria, amministrativa, contabile e tributaria. E che sia anche l'organo che decide sui ricorsi contro le decisioni del Csm. Oggi è in corso un disdicevole braccio di ferro tra Consiglio di Stato e Corte di Cassazione sulle impugnazioni delle nomine fatte dal Consiglio superiore della Magistratura».

Insomma una giustizia troppo domestica?

«Sono temi troppo importanti per i cittadini, non possono essere lasciati alle rivalità tra istituzioni della Repubblica».

Però per questo c'è bisogno di una revisione costituzionale e dunque di tempi lunghi.

«Inevitabilmente. Senza dimenticare che la revisione costituzionale deve concentrarsi sul sistema politico più che sul pianeta giustizia: riduzione del numero dei parlamentari; superamento del bicameralismo paritario, sfiducia costruttiva. E prima di tutto c'è la legge elettorale, che è la più urgente».

Passiamo al piano di servizio, come dice lei, la giustizia: quella della maggiore efficienza.

«Al primo punto c'è la riduzione del numero dei tribunali. Circa la metà dei tribunali italiani non ha il numero di magistrati sufficiente per un buon funzionamento. E' stata approvata la legge per la riduzione delle circoscrizioni giudiziarie; occorre impegnarsi con tempestività in quella direzione, ad esempio stabilendo che i Tribunali siano presenti solo nelle città capoluogo di provincia. Poi, prima di mettere mano a interventi legislativi, è fondamentale capire bene cosa succede negli uffici giudiziari dal punto di vista, diciamo cosi, del rendimento operativo. Infatti a parità di normativa, la resa media degli uffici è molto diversa. Ci sono uffici che impiegano il triplo del tempo di altri ad esaurire i procedimenti civili. Questo tipo di lavoro ricognitivo può farlo il ministro Severino o, in alternativa, le Commissioni parlamentari: un'indagine di non più di un mese alla fine della quale si possono avere parametri oggettivi e condivisi per porre rimedio a distorsioni o incapacità. Vedo invece con molto favore l'istituzione di un Tribunale delle imprese proposta dal Guardasigilli. Ormai la specializzazione è essenziale anche in campo giudiziario».

E l'emergenza carceri?

«Guardi, in tutto il mondo occidentale si assiste ad una impennata del numero delle reclusioni, tipica delle fasi di crisi economica. Forse il ministro Severino potrebbe aprire una riflessione su cosa deve essere la pena del XXI secolo. Possibile andare avanti con le categorie dell'Ottocento: la multa e la galera? Il carcere è un sistema assai spesso inutilmente oppressivo; assai spesso inutilmente costoso e non si tiene conto del tipo di vita infernale che fa il personale. Poiché abbiamo la fortuna di avere un ministro che è competente, capace, onesto e stimato penso che potrebbe chiedere a quattro-cinque studiosi di rivedere il concetto stesso di pena, senza oneri. Non possiamo affrontare l'emergenza carceri costruendo di continuo nuovi penitenziari».

Presidente, ma il dato politico di una riforma non dovrebbe essere di mettere fine al conflitto tra politica e magistratura?

«Abbiamo vissuto per anni nella contrapposizione tra due distinti giacobinismi. Quello delle impunità delle politica e quello del processo penale come fonte dell'ordine civile e politico. L'idea per la quale l'unico giudice del politico è il cittadino che vota, è un errore grave. Ed è altrettanto grave l'idea che il tribunale sia la fonte della verità, sempre e comunque. L'elettore è il selezionatore della classe politica, poi però l'eletto deve comportarsi bene durante l'esercizio del mandato. II magistrato non è il custode della moralità: è l'accertatore delle responsabilità, civili e penali. secondo regole stabilite dalla politica. Molte volte la magistratura, esercitando un compito improprio, è stata costretta ad intervenire sulla politica perché la politica non è intervenuta su sé stessa. Rimosso questo macigno, e magari sull'esempio degli Usa introdotti organi parlamentari che definiscano i principi dell'etica pubblica dei parlamentari. si potrebbe fare un decisivo passo in avanti».

E così torniamo al punto di partenza: c'è o no un idem sentire su queste tematiche all'interno dell'attuale maggioranza?

«In apparenza c'è, è indubitabile. Nella sostanza ristagna in alcune forze politiche una qualche difficoltà ad accettare un percorso comune su questioni spinose. Però questo non può e non deve diventare un alibi per restare inerti. Le condizioni politiche non scendono dal cielo. Si costruiscono. La politica è fatta per questo».
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