Rassegna stampa

Valore legale del titolo di studio: gli spazi per una riforma concreta

Marco Meloni - Europa

di Marco Meloni,  pubblicato il 25 gennaio 2012 , 1674 letture
Titolo di studio  Un diploma
L’abolizione del valore legale del titolo di studio è come l’araba fenice, ma in questo caso “cosa sia nessun lo sa”. Il suo ruolo nel dibattito pubblico si riduce spesso a una sfida tra due tifoserie che non si comprendono, né si sforzano di capire di cosa stiano parlando. Proviamo piuttosto a entrare nel merito delle questioni, per cogliere davvero l’opportunità di varare riforme utili in tempi rapidi e far maturare il nostro discorso pubblico. Partiamo dai fatti. Come ha correttamente ricordato ieri su queste colonne Giliberto Capano, non possiamo abolire qualcosa che non esiste.
Il complesso concetto di valore legale dei titoli, studiato tempo fa da Sabino Cassese, richiama un insieme di norme che, in termini generali, disciplinano da un lato l’autorizzazione ad istituire le università, e dall’altro la capacità delle medesime di rilasciare attestati dotati di effetto giuridico. A loro volta, a questi ultimi sono connessi la facoltà di svolgere esami di stato per l’esercizio di alcune professioni (medico, ingegnere, eccetera), i meccanismi di reclutamento tramite concorsi e le progressioni di carriera nella pubblica amministrazione.
Entro questi confini, il Pd ha formulato una serie di proposte volte a introdurre maggior rigore nell’affidamento della capacità di conferire titoli di laurea, ad affievolire gli effetti formali di questi ultimi per premiare le capacità individuali e a eliminare le storture tipiche della logica del “pezzo di carta”. Entrando nel merito, crediamo anzitutto che le norme recentemente adottate per l’accreditamento debbano prevedere requisiti rigorosi e verifiche periodiche, in termini di qualità della ricerca e della didattica, di strutture al servizio degli studenti, di corretto rapporto tra numero di docenti e di studenti. Per questo è fondamentale il corretto funzionamento della valutazione.
Quanto agli effetti del titolo rilasciato degli atenei accreditati, è chiaro che chi è responsabile della vita di un paziente o della tenuta di una diga è bene che sia laureato in medicina o in ingegneria. Ma vi sono ampi spazi d’intervento. Anzitutto si può abolire il valore legale del voto di laurea, ovvero la facoltà di considerarlo ai fini di un concorso. I concorsi – che devono tornare a essere l’unica via di accesso all’impiego pubblico – dovranno essere organizzati meglio, ma le competenze di ciascun candidato saranno affidate totalmente alle prove concorsuali tarate sulle specifiche esigenze di ciascuna pubblica amministrazione. Allo stesso scopo mira l’ampliamento delle classi di laurea che consentono l’accesso ad impieghi che non richiedono competenze specifiche.


Ancora, si può cancellare la connessione tra l’acquisizione di un titolo di studio nel corso della carriera nelle pubbliche amministrazioni e le progressioni interne. La finalità è bloccare i diplomifici, che da un lato mortificano il sistema universitario, dall’altro sottraggono impegno al lavoro dei pubblici dipendenti orientandoli verso l’acquisizione di titoli di studio fittizi. È invece interesse delle amministrazioni valorizzare le competenze acquisite dai dipendenti attraverso la valutazione delle capacità mostrate “sul campo”. Si dovrà poi ampliare nel massimo grado possibile la fruibilità della laurea triennale e riconoscere lo specifico valore formativo del dottorato di ricerca, oggi per niente valorizzato dalle pubbliche amministrazioni.
Si tratta di misure semplici ed efficaci che garantiscono effettivamente che il formalismo non prevalga sulle capacità e sul merito individuale. Ora sarebbe invece sbagliato allontanarsi dal nocciolo della questione, allargando la discussione ad altri temi. L’unico effetto sarebbe infatti impedire ogni riforma e rimandare alla prossima occasione un confronto fondato solo su preconcetti.


Perciò è insensato pensare che si possa parametrare il voto di laurea al ranking delle università, col paradosso di attribuire ai titoli di studio un valore legale addirittura maggiorato. La differente preparazione fornita da un corso di laurea potrà emergere attraverso le migliori performance individuali nelle prove concorsuali. Altrettanto sbagliato è collegare questo tema con l’aumento della tassazione (abbiamo le tasse più alte d’Europa dopo la Gran Bretagna, ricordo) finanziata coi prestiti: perché gli studenti possano realmente scegliere le università migliori è necessario che funzionino orientamento e valutazione, e, alla base, un vero diritto allo studio. Temi sui quali l’Italia è molto indietro e che dovranno essere, a nostro avviso, tra le principali priorità di questo governo.
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commenti

#1 Gennaro Adele, 25/1/2012

Penso che il compito del governo sia quello di rendere più stringenti i controlli sulle università, sui corsi di studio, sulle modalità di reclutamento di professori, assistenti e ricercatori. L'università non si migliora togliendo certezze ai ragazzi, impedendo che un laureato di una università di serie B sia escluso da un concorso pubblico perchè non ha avuto i mezzi per iscriversi alla Bocconi, alla LUISS o al Politecnico di Milano. L'università si migliora aiutando tutte le università a passare dalla serie B alla serie A! NON CREANDO università, e di conseguenza studenti e cittadini, di serie A e di serie B.

#2 Gennaro Adele, 25/1/2012

Capisco l'esigenza di migliorare l'Italia, ma l'istruzione, soprattutto se pubblica, non si tratta come si trattano le imprese in libera competizione!E' lo stato ad essere di serie B se non riesce a garantire un'elevata qualità dell'istruzione universitaria....e invece, grazie a Monti, saranno gli studenti ad essere catalogati. Che vergogna per il nostro paese!

#3 vanda Bouché, 27/1/2012

Se è vero che il voto di laurea non ha lo stesso valore dappertutto e se è anche vero che pesarlo con il ranking dell'Università può essere anticostituzionale, non credo però che il risultato di un singolo esame concorsuale possa pesare più di anni spesi nello studio. Il problema è delicato. Forse sarebbe meglio far pesare, insieme all'esame (se lo si ritiene assolutamente necessario, anche se io dubito), l'intero curriculum (tutti gli esami sostenuti con voto,programma e Università nel quale lo si è sostenuto,associando il voto di laurea più specificamente al lavoro di tesi, più che come riassunto conclusivo dell'intero curriculum; esperienze di stage e mobilità, anche all'estero, corsi di formazione specifici). Capisco che è difficile per una commissione dare un peso specifico ad ogni aspetto dei curricula, ma credo che su questa strada bisogna andare, purché si mantenga l'assoluto anonimato dei concorrenti di fronte alla commissione e purché il sistema di valutazione delle Università, dei corsi di laurea e dei singoli corsi funzioni. Per quanto riguarda la carriera successiva, il peso dovrà spostarsi sulla qualità e quantità del lavoro effettivamente svolto e sulle esperienze maturate (di lavoro e di formazione successiva). La parola d'ordine dovrebbe essere: dare valore legale al lavoro speso nella formazione di ognuno e non al titolo.

#4 Francesco Sansone, 27/1/2012

Una notizia veramente sorprendente e del tutto deludente quella secondo la quale si vorrebbe riservare meno peso alla laurea nei concorsi. Il problema che si dice di volere risolvere è quello di evitare che un pezzo di carta possa valere più delle capacità e dell’esperienza che un candidato possa eventualmente dimostrare di avere. Veramente assurdo che questo sia ritenuto un problema per un paese che invece ha visto da sempre arrivare a posti dirigenziali persone con percorsi di studio anche piuttosto limitati e che ha visto anche fallire numerose imprese familiari perché all’ingegnosità del fondatore non si è poi dato il sufficiente apporto di competenze e di formazione con i suoi successori. Assurdo che sia un problema per un paese che ha il numero più basso di laureati rispetto agli altri paesi avanzati e in rapido sviluppo, che considera meno di altri il titolo per esempio di dottore di ricerca, quando, invece, in altri paesi è solo con quel titolo che puoi fare una certa carriera e raggiungere posti di dirigenza, mostrando ovviamente le capacità per farlo. Il vero problema per l’Italia non è che si fa vincere ad un concorso uno con la laurea piuttosto che uno che non ha quel titolo, ma che tra i candidati con la laurea molto spesso non si sceglie il migliore ma quello che è più raccomandato, parente, figlio dell’amico o dell’amica, e chi più ne ha più ne metta. Togliere valore alla laurea, oltre che quindi non risolvere alcun vero problema (a quel punto ad un concorso potrebbe semplicemente vincere il raccomandato senza laurea piuttosto che quello con laurea), rischia anche di scoraggiare sempre più giovani a studiare e aumentare le proprie competenze, acuendo quel dato che ci vede sotto la media dei laureati, del numero di ricercatori per numero di abitanti, mal piazzati nel mondo per mancanza di innovazione che solo lo studio ad alti livelli può assicurare. Sebbene sia comprensibile l'attenzione posta su certe storture mi sembra che non si sia messo a fuoco per nulla quali ne siano le vere cause che quindi rimarrebbero del tutto irrisolte. Ovviamente non considero a priori laurea il titolo rilasciato dalle universita' telematiche a cui i governi berlusconi hanno dato tanto slancio.

#5 Gennaro Adele, 27/1/2012

A me pare che dietro la proposta di abolizione del valore legale del titolo di studio non vi sia altro che la volontà di realizzare un preciso obiettivo: quello di sancire in maniera definitiva il completo abbandono da parte dello Stato del compito di garantire l’istruzione universitaria e la ricerca scientifica. Ciò, peraltro, si badi, è assolutamente complementare alla riforma contenuta nell’art. 16 del d.l. 112 del 2008, conv. in l. 133 del 2008, che prevede la trasformazione delle università in fondazioni, e quindi la loro fuoriuscita dall’apparato organizzativo della pubblica amministrazione. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio si determinerebbe una completa privatizzazione e una assoluta liberalizzazione dell’istruzione universitaria. È chiaro, infatti, che a fronte dell’abolizione del valore legale del titolo di studio lo stato, che quel valore non attribuirebbe più, perderebbe qualsiasi interesse (e qualsiasi obbligo) ad assumersi il ruolo del garante dell’omogeneità del sistema di istruzione universitario in tutto il paese. Una volta abolito il valore legale delle lauree, infatti, a quale titolo lo stato dovrebbe determinare i programmi universitari, stabilire standard qualitativi, disciplinare le procedure concorsuali, addirittura finanziare le stesse università? Si tratterebbe pertanto del definitivo compimento di quel processo in iniziato molti anni fa di arretramento dello Stato da questo suo fondamentale e inderogabile compito sancito dagli art. 9 e 33 cost., sulla base di una malintesa ed ambigua concezione dell’autonomia che è stata interpretata dalla classe politica come sinonimo di fuoriuscita delle università dal bilancio pubblico e da una parte dell’accademia come assenza di qualsiasi controllo sul proprio operato.

#6 Aldo Vecchi, 28/1/2012

Togliere il punteggio di laurea dai pubblici concorsi può anche significare lasciare maggior arbitrio clientelare alle Commissioni. Per quanto riguarda le progressioni di carriera nel pubblico impiego, la mia esperienza trentennale mi ha visto apprezzare gli sforzi ed i risultati dei colleghi diplomati che si sono impegnati a conseguire una laurea mentre lavoravano; la frequentazione del mondo universitario costituisce comunque una occasione di apertura mentale e di crescita culturale.

#7 Marco Meloni, 30/1/2012

Rispondo alle principali considerazioni contenute nei commenti: - non abbiamo mai affermato che sia possibile che "un laureato di una università di serie B sia escluso da un concorso pubblico". Al contrario, l'obiettivo è che tutte le lauree conseguite negli atenei accreditati abbiano un valore di base comune. Ma non possiamo pensare che tutti gli atenei abbiano la stessa qualità in tutte le discipline: in un sistema che ha l'ambizione di portare al compimento degli studi il 40% dei giovani (siano circa al 20%, e siamo molto in ritardo rispetto al resto d'Europa, che in media è ben sopra il 30%, con punte del 40) è normale che esista una differenziazione dei percorsi (dalla laurea triennale al dottorato) e che le diverse università si specializzino. L'importante è che i giovani e le famiglie lo sappiano per tempo, e soprattutto che sia consentito a tutti di frequentare le università più adatte alle proprie potenzialità, con un potente diritto allo studio, una delle nostre grandi emergenze. - L'importanza del voto di laurea: prima che entri a regime l'accreditamento, proponiamo, per essere precisi, di eliminare gli automatismi. E' evidente che possano esistere criteri di valutazione diversi tra gli atenei, ed eliminare gli automatismi è un modo, non necessariamente il migliore (confrontiamoci su questo punto), per mantenere intatto il valore della laurea e l'unitarietà del sistema, evitando che si ipotizzi una parametrazione dei voti (irrealizzabile e sbagliata) sulla base della valutazione degli atenei. Un voto di laurea alto servirebbe ugualmente? Sì, anzitutto poiché corrisponde a una migliore preparazione, e in secondo luogo perché, al di fuori dal pubblico, già da ora si considerano liberamente l'università e il voto di laurea. - Ribadisco quindi che una riforma che consenta di superare storture e effetti perversi dell'utilizzo del concetto di valore legale è un modo per rafforzarlo, non per abolirlo. E dunque per difendere il ruolo dello Stato nella programmazione dello sviluppo del sistema universitario, e per rafforzarne l'impegno perché questo sia più competitivo e offra a un numero maggiore di studenti l'opportunità di completare il ciclo di studi, e di poterlo fare in atenei di qualità. Sono i nostri obiettivi, su cui lavoriamo costantemente, e rispetto ai quali crediamo che le scelte che il nostro Paese ha fatto negli ultimi anni siano state profondamente sbagliate. Così come è un nostro obiettivo, con riferimento al valore legale, evitare che autentici inganni - quali corsi di laurea di dubbia qualità e utilità, spesso offerti a caro prezzo - possano rappresentare la via automatica per promozioni o la condizione per l'acquisizione di qualifiche interne alla PA. è vero che molti hanno tratto giovamento dalla laurea conseguita nel corso dell'impiego nella PA: potranno comunque continuare a farlo.

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