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Rimborsi, così non va

Vannino Chiti - Europa

di Vannino Chiti,  pubblicato il 2 febbraio 2012 , 159 letture
Il tema dei rimborsi elettorali ai partiti non può essere ridotto ad un dibattito sull'opportunità di prevedere il finanziamento pubblico. La Costituzione stabilisce che i partiti svolgano il ruolo di cerniera tra cittadini e istituzioni. Una funzione indispensabile, senza di essi non c'è la democrazia. Ciò che è importante e urgente fare è una vera riforma del finanziamento. Essere cerniera è il contrario dell'autoreferenzialità, che consente purtroppo anche sbandate affaristiche.

Il senatore Luigi Lusi non fa più parte del gruppo del Partito democratico al Senato, in virtù del fatto che noi abbiamo delle regole rigide, sulle quali non si transige. Immagino che verranno adottate delle misure coerenti con questa decisione anche a livello di partito. La vicenda Lusi, al di là delle responsabilità sue e di eventuali altre persone - che la magistratura dovrà accertare, rapidamente e bene – ha comunque riportato al centro una necessità per troppo tempo trascurata.

Il sistema del finanziamento ai partiti così non funziona: va cambiato. La normativa negli anni ha subito dei peggioramenti a cui dobbiamo porre subito rimedio: nel luglio 2002 la soglia minima per accedere al rimborso è stata ridotta dal 4 all'1 per cento dei voti ottenuti alle elezioni della Camera, una misura che incoraggia la frammentazione. Inoltre, nel febbraio 2006 si è stabilito che i partiti percepiscano il rimborso elettorale per tutti e cinque gli anni della legislatura, anche in caso di scioglimento anticipato delle camere. Questa norma non varrà a partire dalla prossima legislatura, ma tra il 2008 e il 2011 i partiti hanno percepito un doppio finanziamento a causa della fine anticipata della scorsa legislatura.

C'è poi un altro aspetto grave da modificare: non è immaginabile che i rimborsi vengano erogati anche ai partiti che siano nel frattempo scomparsi. Tra il 2006 e il 2011 è avvenuto per Ds, Margherita, Forza Italia e An. È questo che fa perdere credibilità ai partiti e allontana i cittadini dalle istituzioni. Porre rimedio a questi errori è necessario, ma non basta. Occorre che il finanziamento pubblico ai partiti sia più contenuto e ancorato, in parte, al metodo democratico per la scelta dei candidati alle elezioni e alla presenza – non inferiore a un terzo – di donne tra gli eletti nelle istituzioni.

Per assicurare piena trasparenza, deve essere preteso, pena la non erogazione, che il controllo sull'uso di queste risorse destinate ai partiti avvenga con certificazione esterna, ad opera di società di revisione riconosciute. Questa è una misura che il Partito democratico, unico tra quelli italiani, ha già assunto da tempo. Al tempo stesso è urgente procedere all'obbligo per i gruppi parlamentari di rendere pubblico il loro bilancio.

Se si vuole che la politica dei partiti riprenda credibilità è indispensabile e urgentissimo procedere nella direzione della trasparenza e del rigore. Pensare che sia sufficiente il solo ricambio delle classi dirigenti è una illusione: il distacco dei partiti dai cittadini è drammatico e crescente. Affrontarlo con serietà e determinazione, finché siamo in tempo, è il nostro dovere. 
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commenti

#1 benedetto tilia, 3/2/2012

Il problema della credibilità e della trasparenza che il PD ha il dovere di perseguire per ridare credibilità al suo ruolo come strumento in mano ai cittadini e non ad una struttura professionale autoreferenziale e autosufficiente rispetto al controllo ed al oonsenso di iscritti ed elettori va al di la della formale trasparenza dei bilanci e alla certificazione dei medesimi per evitare distrazioni e arricchimenti individuali. Il problema, come si diceva un tempo, è politico: occorre fare scelte innovative e coraggiose anche per uscire dalla propaganda dell'antipolitica; in particolare occorre che il finanziamento pubblico non sia lo strumento per garantire la sopravvivenza politica di personaggi che non hanno più un ruolo di rappresentanza degli aderenti al PD. Occorre riandare verso un meccanismo di autofinanziamento che coinvolga iscritti ed elettori nei meccanismi del finanziamento delle strutture e dei candidati e sul controllo e la trasparenza. Nelle condizioni attuali, con il peso dei poteri finanziari che si comprano la politica, il finanziamento statale è necessario ma deve essere controllato ed erogato dal basso, per esempio attraverso i circoli. Per scelta di innovazione e di trasparenza propria il PD potrebbe organizzare, in via sperimentale, un sistema per cui il 70% dei finanziamenti pubblici vengano accredidati ai circoli territoriali sottoforma di crediti non spendibili se non girabili a strutture territoriali del partito e/o ad associazioni ed istituti accreditati dal PD. Il 30% andrebbe direttamente alla struttura nazionale. I circoli che per dimensioni e capacità organizzative volessero concorrere a questo sistema dovrebbero impegnarsi a raccogliere una cifra equivalente di autofinanziamento di cui il 50% dovrebbe essere ripartito come la quota pubblica. Insomma il PD potrebbe, nel concreto, spiazzare l'antipolitica e dare impulso alla partecipazione attraverso un progressivo spostamento sull'autofinanziamento. Altro che agenzie di certificazione.

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