Intervento

Fassina: non contrapporre vecchia e nuova generazione, ma lavorare per la coesione sociale

Intervento di Fassina al convegno Convegno "Lavoro. Oltre la precarietà. Più diritti. Più tutele. Più occupazione”

di Stefano Fassina,  pubblicato il 2 febbraio 2012 , 1285 letture
La riforma del mercato del lavoro avviata dal governo Monti e che la ministra Fornero sta conducendo è una riforma sulla quale diremo la nostra e chiederemo alcune modifiche. Non consideriamo ad esempio, il capitolo pensioni, un capitolo chiuso, perchè lascia in condizioni disperate migliaia di lavoratori. 

Una riforma è necessaria, ma non sarà possibile nè tanto meno utile se realizzata al di fuori di misure per lo sviluppo economico, insomma non in un paese dove si realizzano riforme da 5 punti di Pil all'anno.
Il mondo del mercato del lavoro è un mondo complesso, fatto di realtà e situazioni diversificate e che spesso rendono disagevoli, per non dire disperate, le condizioni dei lavoratori. Per questo motivo è necessario un lavoro conoscitivo, di analisi dei dati, ed è necessario lavorare affinchè si arrivi ad un punto di analisi condiviso. E' il conoscere che permette il deliberare.

Anche per  Monti, che è un grande conoscitore del mercato dei beni e dei servizi, è necessario un approfondimento sui dati e situazioni lavorative, perchè quella del mercato del lavoro è una realtà composta da persone. E non è utile a nessuno compiere strumentalizzazioni sulle drammaticità dei giovani nei confronti del lavoro. 
Monti che ospite a Matrix parla di Apartheid rischia proprio questo. Il termine usato è violento e offensivo; nel mercato del lavoro italiano chi sarebbero i segregazionisti bianchi che tengono i neri al di fuori della cittadella dei diritti? Chi sono questi privilegiati, iper garantiti? I dipendenti di Eutelia? di Irisbus? della Fiat di Termini Imerese? della Merloni? tanto per fare dei nomi? Sono loro che tengono i giovani segregati e gli vietano l'accesso al lavoro?

Stiamo molto attenti a non contrapporre i due mondi della vecchia e nuova generazione, è un patto fra queste la soluzione, non un atto dell'una a discapito sull'altra.
E anche sull'articolo 18, smettiamo di attaccarlo indicandolo come causa di immobilità e deterrente per lo sviluppo di nuovi posti di lavoro. E' un falso problema, che nasconde la volontà di indebolire ancora di più il potere negoziale dei lavoratori e di conseguenza svalutare il costo del lavoro potendo agire per questa via sulla competitività. 

Lasciamo invece  largo spazio e tuteliamo la ritrovata forza unitaria dei sindacati, bene comune per il paese, senza il quale il percorso parlamentare della riforma del lavoro rischia di essere complicato e tortuoso. Non è possibile realizzarlo in poche settimane, facendo a meno dell'accordo delle forze sociali.

Stefano Fassina responsabile Economia e Lavoro Pd - @StefanoFassina
Il convegno è stato organizzato dall'Associazione Lavoro&Welfare, insieme all’Associazione Ares, Europa Lavoro Impresa e l’Associazione XX Maggio
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commenti

#1 gaetano cavallari, 3/2/2012

ma vogliamo dire, una volta per tutte, che prima di riformare il lavoro, bisogna modificare quella sbagliata e iniqua riforma delle pensioni rispetto all'innalzamento tragico e iniquo dell'età pensionabile. Cosa fa concretamente il PD e quali proposte avanza al proposito? è evidente che si tergiversa e intanto chi lavora e aspettava fra pochissimo di andare in pensione...

#2 fedele giulio, 3/2/2012

In un articolo recentemente pubblicato sul Corriere della Sera (2.01.12), “Ricchezza, Equità, Troppi gli equivoci”, gli autori prof-economisti Alesina e Giavazzi, parlando delle misure economiche “salva-cresci Italia”, non resistono, neanche essi, alla tentazione di dire la propria in materia di disciplina (legale) del lavoro, diventato oramai un vero e proprio must per la categoria, quasi uno status symbol. Sembra, in effetti, che oggi nessuno possa fregiarsi del titolo di prof se non si è cimentato sul tema. Che poi lo faccia anche chi di diritto non ha nessuna cognizione, cadendo in “troppi equivoci” e strafalcioni da matita blu (del prof), questo non importa gran che: il titolo di prof autorizza ad occuparsi di tutto, non solo a propinarci le tante “verità” e prof-ezie in materia economica (poi per lo più smentite dai fatti, senza peraltro che nessuno dei tanti prof si senta almeno ridicolizzato e pronto a far pubblica ammenda), ma anche giuridica. A dire il vero, nella stessa materia economica i prof –proprio perché prof- ritengono di essere autorizzati a dire tutto e il contrario di tutto, con argomentazioni che a noi –ma non siamo prof- sembrano perlomeno illogiche, e già per questo poco o niente credibili. E così, ad esempio, gli autori dell’articolo sopra citato affermano –peraltro in armonia ad una diffusa qualunquista opinione- che, se in Italia la produttività è cresciuta molto meno che negli altri Paesi, ciò è colpa dei sindacati, e quindi dei lavoratori (anche se, aggiungono pudicamente –bontà loro-, qualche colpa ce l’ha pure qualche imprenditore): tesi che brilla non solo per il suo approccio non scientifico, ma soprattutto per la sua contestuale clamorosa contraddittorietà, atteso che solo qualche riga prima, riportando i dati di una (scientifica e documentata) ricerca di Banca d’Italia e Università di Sassari, gli stessi autori rilevano, con buona dose di naiveté, che nel periodo successivo all’introduzione dell’euro, la produttività è cresciuta solo in quelle imprese che hanno investito inventando nuovi prodotti e cercando nuovi mercati. Con ciò stesso dando ragione a chi –con ben maggiore rigore scientifico- afferma che il calo della produttività in Italia è da imputare, non ai lavoratori, ma ad una imprenditoria incapace che non investe nei fattori incidenti sulla competitività e la crescita, e cioè appunto, innanzitutto, l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione. Senza dire poi della forzatura, ingiustificata e fuorviante, di spostare il dibattito sull’equità da una dovuta e seria riflessione sul rispetto dei principi costituzionali in materia di partecipazione alle spese pubbliche –eguaglianza, capacità contributiva, progressività del sistema tributario, (art. 53 Cost.)- ad un’asserita demonizzazione della ricchezza (onestamente accumulata). Ma, dove i due autori si superano, piazzandosi in ottima posizione nella gara di ignoranza e disinformazione dilagante in materia, è a proposito di riforma del diritto del lavoro, laddove, dopo aver sentenziato che i giovani non possono più aspettarsi un diritto all’illicenziabilità e dopo aver bocciato i sindacati (e per contro promosso “l’ottima Fornero”: si sa, i prof danno voti), tacciati di rifiutare il dialogo su questi temi e di disinteressarsi dei giovani e dell’equità intergenerazionale, giungono alla –trita e acriticamente recepita- soluzione del contratto a tempo indeterminato per tutti “rescindibile” per motivi economici: cioè, in parole povere, abolizione dell’art. 18, rimanendo questione soltanto di quanto un’impresa debba pagare al dipendente licenziato e non più di reintegro nel posto di lavoro. Lasciando ai prof-economisti la discussione sul piano economico, e segnatamente sull’indimostrata e tutta da dimostrare idoneità di una tale misura a determinare la crescita della produttività delle nostre imprese (e a “salvare l’Italia”), e alla pretesa equità consistente nel togliere, a chi ne gode, diritti sacrosanti (invece che estenderli a coloro che non ne godono), appare invece necessario affrontare la questione “art. 18” sul piano giuridico –dei principi generali dell’ordinamento e della carta costituzionale, in particolare- che dovrebbe essere, logicamente, preliminare, se non altro per il fatto indubitabile che di legge –in particolare art. 18 L 300/70- e di contratto (di lavoro) stiamo parlando, oltre che per la considerazione che, in forza di quei principi, il lavoro è innanzitutto un diritto ed un valore sociale costituzionalmente tutelato, non solo un rapporto economico, (artt. 1, c. 1°, e 4, c. 2°, Cost.). Con buona pace del prof Monti, il quale, nella recente sua lezione televisiva (a “Che tempo che fa” di Fazio, 8.01.12) ha chiarito qual’è il pensiero dei prof-economisti in materia, affermando senza mezzi termini e senza alcun ritegno –la Forniero avrebbe almeno versato qualche lacrimuccia- che la questione dell’art. 18 drvr essere affrontata, non più sul piano giuridico -dei principi del diritto del lavoro, che, evidentemente, anche Monti ha compreso essere il vero ostacolo ad un’abolizione della norma- ma su quell’economico. Insomma il prof Monti, portatore di una monoculare (dovuta a una monocultura economica) e machiavellica (il fine giustifica i mezzi) visione, ci ha annunciato di voler smantellare –siano o meno d’accordo le parti sociali, ha chiarito in questi ultimi giorni- lo Stato di diritto, per soppiantarlo con una sorta di “moderno” Stato-farwest (per la verità, in questo proseguendo l’opera meritoria già iniziata dal governo Berlusconi, col quale, ha più volte ribadito, esplicitamente ed orgogliosamente, il rapporto di continuità), in cui Costituzione, principi dell’ordinamento giuridico, leggi e regole non contano più: parole di una gravità inaudita e sconcertante in bocca a chi rappresenta lo Stato al massimo livello! Quella limitata visione impedisce, evidentemente, di vedere un lato essenziale della questione, quello dei diritti civili e sociali sanciti dalla costituzione, che non sono vuote forme, ma fondamenta della società e dello stato (che appunto per questo si qualifica nel binomio inscindibile Stato-di diritto), espressione stessa della sostanza della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. E allora, se la visone deve essere a tutto campo e non può ignorare il lato dei diritti, è sul piano giuridico che necessariamente e non per mero formalismo, la questione deve essere affrontata. Su tale piano, tralasciando gli errori formali e di terminologia (che, peraltro dimostrano, una volta di più, la mancanza di dimestichezza col diritto di certi prof tuttologi) come l’asserita “rescindiblità” (termine tecnico proprio all’ipotesi di cui gli artt. 1447-1448 c.c.) del contratto, ben più pesanti sottolineature –con colore più ‘grave’ del blu, se mai possibile- si devono fare sul contenuto della proposta sostenuta dai due economisti, proposta che solitamente viene attribuita ad Ichino e che lo stesso si auto-attribuisce, ma la cui paternità spetta, in realtà, a Biagi, il quale per primo la sostenne (vedasi lo scritto del giuslavorista scomparso, pubblicato postumo da La Nazione qualche anno fa). Coll’intento di spazzare via le tante sciocchezze che sedicenti prof, tecnici ed esperti vanno raccontando su questo tema a sostegno di quello che viene furbescamente presentato come alto e moderno diritto del lavoro, ma che rappresenta, in realtà, un ritorno al medioevo del diritto e uno scempio di principi di civiltà giuridica, deve essere chiarito che: 1) per legge il licenziamento deve sempre (tranne alcune limitate e speciali ipotesi) essere sorretto da giusta causa o giustificato motivo. Dunque, sia nell'ipotesi di aziende con più di 15 dipendenti -nel qual caso si applica la tutela reale di cui all’art. 18 L. 300/70- sia per quelle al di sotto di tale limite -nel qual caso si applica la tutela obbligatoria di cui all’art.8 L. 604/66- è richiesta la giustificatezza della causa: la differenza è che, se il licenziamento è dichiarato invalido, nella prima ipotesi è previsto anche il reintegro nel posto di lavoro (oltre al risarcimento), nella seconda l’obbligo di riassunzione, pur previsto, può essere in pratica sostituito dal risarcimento; 2) nel nostro diritto esiste già (ed è largamente utilizzato dalle imprese) il licenziamento per ragioni economiche (art. 3 L. 604/66, c.d. licenziamento per giustificato motivo obbiettivo); 3) l'art. 18 altro non è che l’applicazione di principi generali del nostro ordinamento giuridico: il contratto –qualsiasi contratto- è legge tra le parti (art. 1372 c.c.), per cui il recesso privo di giusta causa obbliga, oltre che al risarcimento, all'esecuzione in forma specifica, e, cioè, per quanto riguarda in particolare il contratto di lavoro, appunto il reintegro nel posto di lavoro. D’altro canto, l’inefficacia/nullità radicale del recesso comporta come conseguenza la riviviscenza del contratto che, non essendosi mai giuridicamente interrotto, è considerato essere continuato medio tempore; 4) il reintegro nel posto di lavoro a seguito di licenziamento illegittimo non è un’anomalia del diritto italiano, come qualcuno falsamente sostiene, ma è previsto anche in altri Paesi (ad es. la Germania), e, secondo i dati OCSE, in questi giorni pubblicati, non è affatto vero che il licenziamento sia più facile negli altri Paesi e che in Italia il lavoratore dipendente goda di maggiori tutele e garanzie (anzi, se si escludono gli USA –che peraltro godono di un contesto generale non comparabile- è semmai vero il contrario). Fatte queste precisazioni, una domanda allora si pone, ad Ichino e in genere ai fautori del licenziamento c.d. "facile" (rectius: ingiusto), i quali mirano a liberalizzare il licenziamento, in maniera più o meno intensa disancorandolo dalla giusta causa e dall’obbligo dell’adempimento specifico previsto dall'art. 18: cosa c’è di illegittimo, ingiusto, aberrante, anomalo o anacronistico nell’attuale normativa (peraltro già sostanzialmente svuotata dall’art. 8 del decreto Berlusconi) secondo cui il licenziamento è consentito solo in presenza di giusta causa (o giustificato motivo), con la conseguenza che, qualora risulti nullo/inefficace (perché il giudice ha accertato che giusta causa o giustificato motivo in realtà non c’è), l’inadempimento del contratto dà diritto al lavoratore di ottenere (peraltro solo nelle aziende con più di 15 dipendenti) l’adempimento in forma specifica/reintegro nel posto di lavoro? E poi, Ichino dovrebbe spiegare che cosa vuol dire che il reintegro nel posto di lavoro previsto dall’art. 18 non si dovrà più applicare, secondo la sua proposta, ai licenziamenti per ragioni economiche. La cosa non ha infatti alcun senso già sul piano logico: se, come dovrebbe essere ovvio, il reintegro è la conseguenza per il licenziamento nullo/inefficace -e non certo per il licenziamento, anche determinato da ragioni economiche, che sia legittimo per la presenza di tutti i requisiti di legge- i casi sono due: o il licenziamento è appunto legittimo, e allora nulla quaestio di reintegro si pone (il reintegro, già ora coll’attuale normativa, comunque non spetta), oppure il licenziamento è nullo -cioè difettano le pretese ragioni economiche-, e allora non di licenziamento per ragioni economiche si tratta, e dunque l’ipotizzata esclusione del reintegro sarebbe automaticamente inapplicabile! A meno che la proposta norma riformatrice dell'art. 18 non dica che, per far scattare detta esclusione, sia sufficiente la mera dichiarazione del datore di lavoro che autocertifichi che il licenziamento è dovuto a ragioni economiche! Ed a questo che probabilmente pensa Ichino quando dice che il datore di lavoro deve poter licenziare liberamente per ragioni economiche e organizzative anche solo prospettate sulla base di previsioni di future situazioni di crisi, difficoltà ecc., e non solo per quelle attuali (oggi richieste): come dire, insomma, che sarà sufficiente che il datore di lavoro dichiari di prevedere, secondo sue inevitabilmente soggettive e comunque non dimostrabili analisi (sbagliano le previsioni i prof, figuriamoci quelli che prof non sono!), che tra qualche anno avrà qualche problema economico, per mandare a casa, già da subito, un pò di dipendenti. Poi, se in seguito le sue previsioni si rivelino sbagliate, pace .... (ovviamente per i licenziati)! E magari si pensa pure –tutto è possibile sulla strada del sistematico annientamento dei principi giuridici e dell’affermazione dello Stato farwest- ad una norma che preveda -come prevedeva ad esempio quella, contenuta nella prima manovra Berlusconi (e poi fortunatamente stralciata), che intendeva scippare ai docenti precari della scuola statale il diritto di ricorrere al giudice- una sostanziale non impugnabilità del licenziamento! Già attualmente il motivo “economico” è largamente utilizzato dalle aziende quale “ordinario” escamotage -camuffante il vero dissimulato motivo illecito- per liberarsi di dipendenti (magari scomodi), figuriamoci cosa succederebbe se passassero “riforme” del tipo di quelle proposte da Ichino! E' chiaro, infatti, che lo scopo sottinteso di tutte tali proposte di riforme liberiste è quello, al di là delle garanzie di facciata che eventualmente potranno essere previste sul piano formale, di consentire all’italica furbizia di dare spazio al licenziamento selvaggio, a-causale in quanto rimesso ad nutum, al mero arbitrio, del datore di lavoro. Con la conseguenza, già da ora facilmente prevedibile, di un consistente aumento della conflittualità sociale e interclasse, rinfocolata dal ritorno ad un sistema da “padrone delle ferriere” titolare di un potere assoluto sui dipendenti (licenziabili ad nutum e perciò facilmente sfruttabili e ricattabili), e del contenzioso giudiziario, che intaserebbe, ancor di più di quanto non succeda oggi, le aule dei tribunali, chiamati a pronunciarsi sulla legittimità e sui limiti di una norma (quella ipotizzata) che violerebbe principi generali dell’ordinamento –espressamente richiamati e ribaditi anche dalle nuove disposizioni recentemente introdotte dalla L. 4.11.2010 n. 183 (art. 30) in materia di cause di lavoro- quali, oltre a quelli più sopra richiamati, quello della stabilità del rapporto (Cost., artt. 4 e 36), quello di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.), quello della giustificatezza della causa e della causa quale elemento essenziale del negozio giuridico (art. 1418 c.c.,), quello del favor prestatoris quale parte debole del rapporto, e che risulterebbe in contrasto con la generale tendenza del nostro ordinamento a rafforzare la giuridica tutela di prioritari interessi coinvolti nel contratto mediante la progressiva riduzione delle ipotesi di recedibilità a-causale e il correlativo aumento delle ipotesi di recedibilità causale. Contenzioso che non sfuggirebbe neanche al vaglio della stessa Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito l’irrevocabilità dello statuto dei diritti sociali, per loro stessa natura progressivi, ed il sostanziale divieto di regressione delle tutele costituzionali acquisite, nel caso di specie giustificate dall’esigenza sociale di porre rimedio allo squilibrio tra le parti del rapporto in cui quella più debole (il lavoratore), in assenza di dette tutele, sarebbe facilmente soggetta ad abusi e prevaricazione. Ma Ichino, che nelle aule dell’Università insegna diritto del lavoro e in quelle dei tribunali difende i grandi gruppi finanziari e industriali (non i lavoratori), queste cose sicuramente le sa. O almeno dovrebbe saperle: come ha detto recentemente un noto industriale (e presidente di una grande banca nazionale, ex presidente di Confindustria, non della Fiom) molti, professori compresi, che parlano di licenziamento e di art. 18 non sanno neanche di cosa parlano, perché non sanno cosa sia veramente il lavoro! Per finire, una proposta (ovviamente provocatoria): lasciamo pure che i prof dicano la loro –è un diritto, in democrazia-, ma aspettiamoli poi alla resa dei conti dei fatti, i quali soli possono bocciare o promuovere, anche se in questo Paese l’amnesia (nel senso di dimenticare quello che si è detto il giorno prima) e l’irresponsabilità (nel senso di non rispondere delle proprie parole ed azioni) sono vizi talmente comuni da essere considerati oramai virtù da premiare (magari con nuovi e prestigiosi incarichi governativi, accademici, bancari, ecc.). A quel punto, che prima o poi inevitabilmente arriva, se i fatti dimostrassero che, ancora una volta, i prof ci hanno raccontato inesorabili panzane; che le manovre studiate (poco) non sono quelle che possono salvare (veramente) l’Italia; che a tale scopo non può servire né la riforma delle pensioni (che già in altri Paesi che l’anno adottata, Germania per es., si è dimostrata più dannosa che utile, con la conseguenza che già si pensa ad una giudiziosa marcia indietro) ed in particolare l’innalzamento dell’età pensionabile (che, inevitabilmente, porta con se l’effetto nefasto di un ulteriore innalzamento dell’età di ingresso nel lavoro dei giovani), nè l’abolizione dell’art. 18 (che non fa crescere né l’occupazione né la produttività), né l’invenzione di nuove e fantasiose forme di contratto di lavoro (magari in aggiunta alle oltre quaranta già ideate dalla fervida fantasia di Biagi, ora oggetto di revisione critica anche da parte dei suoi stessi idolatri) che stravolgono l’unica forma correttamente ammissibile che il diritto del lavoro (quello vero – e veramente moderno- dei grandi giuslavoristi come Santoro-Passarelli, Giugni, ecc., frutto dell’applicazione di principi di civiltà irrinunciabili che nessuna crisi finanziaria, mercato, lezione economica, pseudo-modernismo o pseudo-richiesta della BCE, può distruggere) ha elaborato in decenni di progresso, almeno facciano, i prof, pubblica ammenda e, dopo aver rinunciato al pomposo titolo, ritornino sui banchi di scuola! Almeno, dopo essere stati tediati dalle quotidiane lezioni dei garruli ed onnipresenti prof-economisti, potremo anche noi –se avremo ancora la forza di scherzare- riderci su, pensando a quello che a proposito degli àuspici diceva -e potremmo dire oggi dei prof-economisti- il contemporaneo storico: e cioè che questi antichi sacerdoti romani, quando si incrociavano per strada, non potevano fare a meno di sghignazzarsi addosso l’un l’altro!!!

#3 fedele giulio, 3/2/2012

Dopo pietose smentite e false dichiarazioni tranquillizzanti, in perfetta tecnica e stile berlusconiano, Monti (e Fornero, che non piange più) si toglie la maschera e, con piglio autoritario e minaccioso, dichiara che il governo deciderà, sulla questione lavoro e art. 18, da par suo, siano o meno d’accordo le parti sociali. L’art. 18 non è un tabù (leggasi: sarà abrogato), ripete. E che monotonia avere un posto fisso (non poter provare il brivido di essere licenziati in qualsiasi momento, di vivere alla giornata spericolatamente come al Rxy Bar, di subire il ricatto e le vessazioni del padrone assoluto, di non poter programmare il proprio futuro)!!! Parole indecenti, da parte di chi da una vita ricopre un posto fisso: che monotonia deve essere per lui! E per noi italiani, costretti ad ascoltare le lezioni provenienti da un simile pulpito! Parole che si aggiungono a quelle, altrettanto indecenti, già pronunciate qualche settimana fa, quando il prof, nella sua ennesima lezione televisiva(a Che tempo che fa), ha affermato, senza alcun ritegno e pudore, che la questione dell’art. 18 e del lavoro in genere deve essere affrontata, non più sul piano dei diritti, ma su quell’economico. Insomma: fine dello Stato di diritto, soppiantato dal più "moderno" (sic!) Stato-farwest, in cui Costituzione, principi dell’ordinamento giuridico, leggi e regole non contano più: parole di una gravità inaudita e sconcertante, in bocca a chi rappresenta lo Stato al massimo livello! Parole, peraltro, passate sotto silenzio anche dal PD, che ora timidamente reagisce a quelle ultime sul posto fisso, per bocca di Bersani. Il quale però scusa bonariamente l'autore delle dichiarazioni, dicendo di conoscere il suo più articolato pensiero. Ma quale pensiero? Monti è stato chiarissimo -per chi voglia intendere- fin dall'inizio, avendo anche, espressamente e orgogliosamente, ribadito più volte la continuità col governo Berlusconi (e la sua riconoscenza allo stesso), che prima di lui ha iniziato la meritoria opera di smantellamento dello stato di diritto: ma Bersani non si rende conto della gravità di tale ripetuto corollario della "continuità" col governo Berlusconi che accompagna ogni dichiarazione di Monti? E' difficile capire che, avallando (in silenzio) tale dichiarata continuità, il PD, oltre a sconfessare davanti al mondo tutto quello che ha fatto (poco, per la verità) e detto dai banchi dell'opposizione, legittima l'operato del governo Berlusconi e tira a quest'ultimo -e probabilmente, anche a Monti- la volata vittoriosa per le prossime elezioni?

#4 Giuseppe Annulli, 4/2/2012

Qualche settimana fa Gad Lerner, in apertura di una delle puntate de L'Infedele, parlando del governo Monti, si dichiarava sorpreso di come lo stesso governo fosse riuscito a “far digerire” agli italiani una riforma “pesante” come quella sulle pensioni. Gad Lerner si sbagliava. Gli italiani non hanno affatto digerito la riforma delle pensioni: ce l'hanno ancora sullo stomaco e la vomiteranno addosso a tutte le forze politiche che l'hanno sostenuta ed approvata in Parlamento alla prossima consultazione elettorale. La riforma delle pensioni, iniqua e ingiusta, giustificata in ragione di un presunto quanto inesistente “patto generazionale” e di un presunto quanto inesistente “allungamento delle speranze di vita”, ha rappresentato un vero e proprio furto economico ed esistenziale perpetrato innanzi tutto nei confronti di chi, ormai sessantenne, si era visto, dal governo Amato in poi, allungare sempre di un anno il termine di uscita dal lavoro. Ma ha fatto di più perché adesso gli anni sono diventati cinque se è vero che solo con 40 di contributi al 31 dicembre 2011 è possibile andare in pensione “indipendentemente dall'età anagrafica” (una bella affermazione priva di senso perché per avere 40 anni lavorativi bisogna averne minimo 57 o 58 di età visto che nessuno può ragionevolmente pensare che una persona abbia iniziato a lavorare a 13 o 14 anni); oppure avendo (udite udite!) 65 anni di età (61 le donne!!!) e con almeno 20 anni di contributi: come dire i nati nel 1946. Una riforma iniqua perché portando a 65 anni l'età pensionabile consente a chi ce l'ha, avendo solo 20 anni di contributi, di andare in pensione, costringendo chi non ce li ha, ma magari ha 37-38 anni di contributi, di lavorare ancora cinque anni. Una riforma ingiusta perché prevede l'uscita delle donne a 61 anni (ma le donne non hanno una aspettativa di vita superiore agli uomini?) e degli uomini a 65 sperequando, a parità di lavoro, in base al sesso: in base a quale logica? In virtù di quale ragionamento? Una riforma iniqua e ingiusta perché allungando i tempi lavorativi di chi già lavora impedisce ai giovani di trovare un' occupazione, un lavoro. Già, il tema del lavoro. I giovani devo abituarsi alla prospettiva di “cambiare spesso lavoro nel corso della vita” (lo sentiamo ripetere da anni!). Ma di cosa stiamo parlando? Ma quelli che fanno queste affermazioni dove vivono e da dove vengono? E hanno presente, al di là dei numeri e delle teorie liberiste e neo liberiste, quale sia la situazione reale dell'occupazione giovanile? I giovani devono abituarsi all'idea di non avere un lavoro fisso per tutta la vita lavorativa. La vita lavorativa? Ma se più del 30% dei giovani (molti dei quali trentenni) è senza lavoro, di quale vita lavorativa parlano i tecnici bocconiani? Ma di cosa stanno parlando? Quali giovani conoscono? A parte le teorie economiche ed i massimi sistemi di cosa si sono occupati sin qui nella loro vita (a parte far soldi ai danni dei cittadini)? Ma la cosa più sorprendente è che, con rare eccezioni, tutti i politici nostrani sembra siano diventati liberali. Dove sono le idee, i progetti, i programmi alternativi a questo governo “tecnico”? Cosa propongono i partiti del centro sinistra di diverso da quello che sta facendo il governo tecnico- di destra di Mario Monti? Occhio perché il vento gelido che in questi giorni sta spazzando l'Italia lo risentirete nella primavera del 2013 quando la generazione di chi oggi ha 60 anni e i loro figli vi cacceranno tutti a calci nel sedere per non aver fatto nulla se non conservare i vostri privilegi e le vostre rendite di posizione: insomma il vostro potere. Arrivederci alla primavera del 2013. Non ci dimenticheremo!! l'uscita delle donne a 61 anni (ma le donne non hanno una aspettativa di vita superiore agli uomini?) e degli uomini a 65 sperequando, a parità di lavoro, in base al sesso: in base a quale logica? In virtù di quale ragionamento? Una riforma iniqua e ingiusta perché allungando i tempi lavorativi di chi già lavora impedisce ai giovani di trovare un' occupazione, un lavoro. Già, il tema del lavoro. I giovani devo abituarsi alla prospettiva di “cambiare spesso lavoro nel corso della vita” (lo sentiamo ripetere da anni!). Ma di cosa stiamo parlando? Ma quelli che fanno queste affermazioni dove vivono e da dove vengono? E hanno presente, al di là dei numeri e delle teorie liberiste e neo liberiste, quale sia la situazione reale dell'occupazione giovanile? I giovani devono abituarsi all'idea di non avere un lavoro fisso per tutta la vita lavorativa. La vita lavorativa? Ma se più del 30% dei giovani (molti dei quali trentenni) è senza lavoro, di quale vita lavorativa parlano i tecnici bocconiani? Ma di cosa stanno parlando? Quali giovani conoscono? A parte le teorie economiche ed i massimi sistemi di cosa si sono occupati sin qui nella loro vita (a parte far soldi ai danni dei cittadini)? Ma la cosa più sorprendente è che, con rare eccezioni, tutti i politici nostrani sembra siano diventati liberali. Dove sono le idee, i progetti, i programmi alternativi a questo governo “tecnico”? Cosa propongono i partiti del centro sinistra di diverso da quello che sta facendo il governo tecnico- di destra di Mario Monti? Occhio perché il vento gelido che in questi giorni sta spazzando l'Italia lo risentirete nella primavera del 2013 quando la generazione di chi oggi ha 60 anni e i loro figli vi cacceranno tutti a calci nel sedere per non aver fatto nulla se non conservare i vostri privilegi e le vostre rendite di posizione: insomma il vostro potere. Arrivederci alla primavera del 2013. Non ci dimenticheremo!!

#5  rino foschi, 4/2/2012

QUAndo si fanno commenti più lunghi della relazione si rischia di essere dispersivi se poi il finale è quello di non votare più p.d. basta dire che bersani deve smetterla di appoggiare monti a qualsiasi costo pena sparire dalla circolazione.aggiungo che la riforma del mercato del lavoro sarà il banco di prova per il p.d. purtroppo c'è troppa gente nel p.d. che non sta aspettando altro per dare il colpo finale alla classe operaia e alla f.i.o.m.ma i lavoratori con le palle esistono ancora ,magari non sanno più chi votare ma hanno le idee ben chiare come difendere i propri diritti anche in momenti difficili come questo.

#6 Giovanni Scano, 4/2/2012

Condivido nell'insieme le posizioni di Stefano Fassina. Sulle pensioni, penso che un lavoratore con 40 anni di contributi debba poter andare in pensione indipendentemente dall' eta anagrafica. Riguardo alla situazione politica più in generale, mi stò convincendo che il governo Monti abbia già esaurito la sua spinta propulsiva. Ha posto provvisoriamente rimedio alla grave situazione finanziaria dello Stato, ma oltre non si riesce ad andare: niente liberalizzazioni, niente vendita all'asta delle frequenze, niente riforma elettorale, niente dimezzamento del numero dei parlamentari, niente monocameralismo, e via dicendo. Per continuare così, è molto meglio andare a votare in primavera. Il Partito Democratico ha le sue proposte programmatiche praticamente ormai su ogni singolo aspetto della vita nazionale. Queste possono benissimo costituire una base di discussione con gli eventuali alleati, senza escludere nessuno a priori. Penso che il Partito Democratico sia, pur con tutti i suoi limiti, come dice Reichlin, l'unico ad avere le carte in regola per governare l'Italia, anche da solo in caso di necessità.

#7 Federico M., 5/2/2012

Il PD deve scegliere e dire forte e chiaro che l'articolo 18 è un articolo di civiltà, la componente antidiscriminatoria è intoccabile! La componente antidiscrezionalità sulle scelte aziendali, idem, l'azienda può essere in crisi, ma non basta dirlo qualcuno deve pur verificarlo. L'azienda può cambaire strategie, magari delocalizzare, ma deve sapere che questo HA UN COSTO (esempio: delocalizzi, ti paghi tutti i costi sociali della delocalizzazione restituendo tutti i finanziamenti che hai avuto in precedenza), non può essere la società a farsi carico delle sue scelte. Ci sono alcune storture, ma non dipendono dall'art.18: rapidità delle cause e qui dipende dalla giustizia civile. Comunque ci deve essere un indennizzo al lavoratore a prescindere dall'esito della causa di lavoro. I diritti vanno estesi a tutte le aziende anche a chi ha meno di 15 dipendenti.

#8 Federico M., 5/2/2012

La coperta del monte lavor è stretta, se favorisci i giovani, peggiori la situazione di chi è anziano, è come quegli interventi ecologici che peggiorano un ambiente ecologico, gli interventi devono essere di protezione per tutti quanti se non tiri da una parte o da quell'altra la coperta del monte lavoro. SOPRATTUTTO ci voglio sostegni degni di un paese civile, come esistono in tutta la UE, per chi perde il lavor, questo prima di ogni intervento: salario di cittadinanza, chiamatelo come volete, I SOLDI VANNO TROVATI!

#9 gerardo ceccarelli, 5/2/2012

caro Giuseppe Annulli 4/02/2012, non so chi tu sia ma ti vorrei conoscere e abbracciare per dirti grazie: GRAZIE per la chiarezza inconfutabile con cui affronti il problema della riforma delle pensioni; GRAZIE per il modo, giusto nella forma e nei contenuti, con cui ti rivolgi ai dirigenti di quello che dovrebbe essere il nostro partito di riferimento; GRAZIE perchè il 5 Febbraio del 2012 sei riuscito, nonostante il fragoroso silenzio che circonda l'argomento pensioni,a non farmi sentire solo; GRAZIE perché ho capito che il malessere che provo adesso farà in modo che nel 2013 non avrò dimenticato e che saremo in tanti a non aver dimenticato. Ciao.

#10 Antonio Petillo, 5/2/2012

Caro PD, l'art. 18 è una conquista dei Lavoratori e della Civiltà, tutta. Eliminarlo o trasformarlo in senso negativo significherebbe tornare indietro nel feudalesimo... Il PD non ha fatto nulla sulla modifica delle pensioni facendo cadere sui lavoratori una riforma che per tempi e modi è degna delle migliori dittature di Destra...!!! ed ora alle offese nonché provocazioni delle dichiarazioni effettuate dal Presidente del Consiglio sul lavoro, il caro dott. Bersani risponde con una tiepida frase per (quasi) giustificare quanto detto dal Prof. Monti!!!!!! Sinceramente, non ci capisco più niente...ho solo la sensazione il PD sia diventato un alleato dei Padroni e della Destra. Cari Dirigenti del PD, vi prego, tornate ad essere quelli per cui i Vs. elettori vi hanno votato... Cordiali saluti, Antonio

#11 ANTONELLA L., 6/2/2012

Saro' breve: i bocconi fin qui ingoiati per il 'bene del paese' sono molti. Ne abbiamo mandati giu' molti di quanto abbiamo fatto quelli di destra. Parlare di articolo 18 in un paese dove non ci sono regole e tutele è veramente vergognoso. Se dovesse passare la sua abrogazione, scordatevi il mio voto per i prossimi 10 anni.Quando è troppo è troppo e le colorite dichiarazione dei professori di destra, mi hanno fatto venire in questi giorni il mal di stomaco..Il vostro sostegno al governo è ad oltranza? Nel frattempo che lo sostenete su tutto, i vostri elettori scapperanno via a gambe levate.Mi rifaccio all'ultimo commento: "tornate ad essere quelli per cui vi abbiamo votato". Cordiali saluti Antonella

#12 antonio s., 6/2/2012

Cari Fassina e Bersani.. ancora nn avete capito che la destra vi sta prendendo in giro? certo che avete una visione proprio miope... vi accorgerete di tutto solo quando sara' troppo tardi e ancora continuerete ad appoggiare questo governo..che fara' solo riforme di destra (come l'annullamento dell'articolo 18) e nn vi accorgete che la maggioranza di destra vi sta gia rimpiazzando... loro hanno fatto solo finta..e rimpiazzato berlusconi con monti come premier.. poveri voi.. vi state condannando a perdere clamorosamente ancora una volta... avete solo una speranza.. buttate giu questo governo se ci riuscite ancora (ma dubito.perke la maggioranza di destra si e' gia ricostituita)...buona fortuna...

#13 GIULIO CAPPELLINI, 9/2/2012

dopo tutti i danni che ha fatto fino adesso bersani sulle pensioni , speriamo che non parli dell'articolo 18 se no siamo fritti. oggi era in egitto, spero che rimanga giù il più a lungo possibile , cosi non farà danni

#14 pietro zucconi, 10/2/2012

Anche al senato non si parla più dei lavoratori precoci "normali", quelli cioé che raggiungono, ad esempio, i 60 anni di età a gennaio 2012 e con 39 anni di contribuzione e dovranno rimandare l'accesso alla pensione di 2 anni e 6 mesi. Nessuna ipotesi di gradualità. Assurda iniquità.

#15 paolo marcello paganini, 18/3/2012

E' ormai un lungo tempo che stò ponendo un problema sul concetto di democrazia e volutamente non entro in merito alle singole questioni. Non è democrazia la libertà di parola ma che "la parola" possa cambiare la realtà. Questo significa ad esempio che agli incontri con gli esperti del partito non si facciano le domande prima che il relatore abbia fatto la sua esposizione, che prima degli incontri ad alti livelli si ascolti la base e non viceversa. Non siamo quì semplicemente a prendere atto delle vostre opinioni, delle vostre idee. Vi abbiamo votato per rappresentarci non per rappresentare voi stessi ma sembra che ancora una volta non riusciate a rendervene conto. Non mi interessa nulla che il Segretario venga a mangiare a casa mia ma continuerò a farlo perchè lui non ha ancora capito che lui deve rappresentare me, Pietro, Antonio, Giulio, Antonella... Se non viene a casa mia vada almeno a casa di uno di loro. Non ci interessa che sia il primo ad essere andato a visitare la sede di google; Signor Segretario la smetta di prendermi in giro:verrà a casa mia? Visto che ha visitato la sede di google vuol dire che ha capito l'importanza della rete: non la temi? Traghettiamo il partito da "burocratico" a "democratico"

#16 paolo marcello paganini, 20/3/2012

"Perché nessuno può salvarsi da solo, nessuno può star bene davvero se anche gli altri non stanno bene. Né gli individui, né i territori, né le nazioni. Questo è il nostro ideale. Questa è la nostra convinzione. Quell’aggettivo – Democratico – lo abbiamo scelto perché sulla democrazia – sulla qualità della democrazia – si decide oggi il nostro destino comune. Come non condividere queste due affermazioni fatte dal segretario a Parigi. proprio in virtù di queste pongo una semplice domanda:"Perchè si è voluto mantenere un sistema che ha colpito solo ed ancora una volta noi. Vediamo sempre gli stessi volti, siamo "condotti" sempre dagli stessi managers che questa crisi hanno provocato. Se erano così bravi per guadagnare centinaia di migliaia di euro perchè c'è crisi? Ma soprattutto perchè continuano a guadagnare le stesse cifre maggiorate dell'inflazione (e qualcosina in più) e a mantenere le stesse sedie? Perchè Sig. Segretario siamo stati barattati ancora una volta. Quando loro stavano bene noi stavamo già male e ora che noi stiamo male loro continuano a stare bene. Che cos'è la democrazia? poter dire e scrivere queste cose? O piuttosto il riconoscerle porta a cambiarle? Smettiamola di proteggere i vari manager che hanno sponde ed appoggi politici (tutti). Smettiamola di far credere di avere un governo di tecnici: fatemi un nome di un tecnico in qualsiasi settore del vivere che,in Italia, sia arrivato "in alto" senza schierarsi da una parte politica. Perchè pervicacemente continuate a definirlo un governo di tecnici. Sig. Segretario sia realmente democratico e risponda anche a noi a cui ha dato il maggior peso da portare in questa crisi. Ci dica perchè dobbiamo salvare una miriade di manager milionari, ci dica perchè dobbiamo salvare Marchionne, ci dica perchè dobbiamo salvare Monti ma non mi risponda per salvare l'Italia: chi ha perso il posto, i giovani che non l'hanno mai avuto,chi non riesce a pagare il mutuo, chi non ha mai evaso, chi non ha mai ricevuto sostegno dalla politica, chi si è illuso presentando un CV non ci crederebbe ed io non posso che schierarmi con loro. Concludo ancora una volta invitandola a cena. Non sia presuntuoso non creda di conoscere realmente tutta la gente comune: se fosse vero certe cose ce le avrebbe risparmiate. L'attendo

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