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Grandi organizzazioni e micro interessi

Le grandi rappresentanze sociali, sono chiamate alla prova del raccordo fra sindacati e datori di lavoro. Mimmo Carrieri e Cesare Damiano - il Riformista

di Cesare Damiano,  pubblicato il 2 febbraio 2012 , 107 letture
Cesare Damiano
Tassisti in subbuglio, camionisti in rivolta, professionisti sul
sentiero della protesta. La nostra democrazia sembra assediata
dai gruppi di interesse, impegnati a difendere i segmenti
sociali
di riferimento. Questo sembra legittimare le critiche
contro il "particolarismo" o il "corporativismo" di cui sarebbero
portatori gli interessi organizzati. 
Esiste però un`altra chiave di lettura che guarda anche ad altre
organizzazioni
e a potenzialità di segno diverso. Quelle che sono
anche definite come "grandi rappresentanze sociali" e che oggi sono
chiamate di nuovo alla prova del
raccordo con il bene comune: i sindacati dei lavoratori le associazioni datoriali. 

Molti studiosi erano
convinti negli anni 60 e 80 che queste
organizzazioni aiutavano la realizzazione di effetti virtuosi: minore
disoccupazione e inflazione,  maggiore propensione verso una
crescita equilibrata. Ma non sono
mancate le teorie, come quella di Olson, che le hanno indicate come
un ostacolo all`innovazione e come causa del minore sviluppo
delle nazioni. Dunque, l`interrogativo che si aggira nelle società più
avanzate è se queste grandi associazioni costituiscono un ostacolo
o invece una opportunità per le politiche di riforma. La stessa domanda
si pone nel nostro paese con un governo che non è insensibile
alla seduzione dell`argomento della concorrenza perfetta, che
porta a mettere tutti gli attori sociali - piccoli e grandi - sullo stesso
piano e dentro un limbo dove non contano molto. 

E quello stesso
argomento che enfatizza il mercato come grande regolatore e
che, negli Stati Uniti, ha tolto l`erba sotto i piedi dei sindacati: con
l`effetto però di aumentare a dismisura l`influenza dei grandi gruppi
economici e finanziari.
Farebbe bene il governo a selezionare l`apporto che possono
fornire i diversi soggetti. Una cosa sono le rappresentanze di microinteressi,
che coltivano solo la logica della difesa di ragioni parziali.
Un`altra sono le rappresentanze con una vocazione all`interesse
generale, il cui orizzonte d`azione (crescita, occupazione, produttività,
equità) tocca diritti a larga scala che incrociano in molti
casi gli stessi diritti di cittadinanza sociale. Spetta al governo il compito
di tenere a bada i comportamenti patologici e di incentivare la
faccia generale e propositiva delle grandi organizzazioni, che possono
concorrere a costruire maggiore coesione sociale. 

Spetterebbe poi ai partiti, come ci ricorda Emanuele Macaluso, tradurre
i piccoli malumori, i tanti rivoli di rivendicazione e le proteste
serpeggianti, in ossature più ampie e condivise: che era
l`abilità specifica dei partiti di massa del passato. E' di questo
deficit della intermediazione intelligente tra tanti interessi, oltre
che di sintesi socialmente accettate, che soffre la nostra democrazia
e in ragione del quale deperiscono i partiti. 
Ma qual è il quadro che offrono a loro volta le grandi organizzazioni?
Sono disponibili a questo gioco riformatore o,
a loro modo, contribuiscono a spezzettarlo e ostacolarlo?
Sul versante dei datori di lavoro sono cresciuti nell`ultimo
periodo i segnali interessanti. Confindustria, dopo un lungo
periodo di adattamento, ha manifestato con forza il suo impegno
intorno ai nodi generali dello sviluppo. La stessa uscita
della Fiat, che alcuni leggono come un suo ridimensionamento,
può invece venire interpretata come una spinta ulteriore
a far prevalere visioni di sistema rispetto agli interessi
parziali (sia pure rispettabili e di aziende importanti). 

D`altro
canto, le aggregazioni in corso tra le imprese dei commercianti
e degli artigiani, che hanno dato vita a Rete Impresa Italia, segnalano
anche in questo caso la voglia di uscire dalla logica
della protezione difensiva per misurarsi con le istituzioni intorno
a temi che investono l`intera struttura produttiva.
Quanto ai sindacati, il loro recente documento indica la
voglia di contare in positivo nella ricerca di soluzioni che contrastino
il declino del paese. Intanto appare importante che
questo testo sia di nuovo unitario dopo una fase di dissapori. 
Un`unità ritrovata che demarca un confine che accomuna le
tre Confederazioni: di candidarsi ad essere "soggetto politico",
cioè di rappresentanza dell`intero mondo del lavoro e di
non accettare di essere considerati come un attore parziale.
Certo questo sforzo conferma le luci e le ombre che investono
i sindacati nei paesi occidentali: con idee chiare nella difesa
dei posti di lavoro minacciati e dei lavoratori standard, ma
con una credibilità ancora da conquistare quando si tratta di allargare
le tutele ai segmenti più deboli del mercato del lavoro,
inclusi i lavoratori precari. 

Anche se con qualche pigrizia e
conservatorismo i grandi soggetti di rappresentanza si muovono
dunque nella giusta direzione di marcia. Questo fa dire
che esistono quindi le basi per un accordo il quale, nell`affrontare
le principali emergenze che colpiscono lavoro e imprese,
aiuti il paese a mettere mano ai suoi ritardi con qualche
innovazione.

Mimmo Carrieri e Cesare Damiano - il Riformista
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