pubblicato il
9 febbraio 2012
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Italia110 è stata aperta da una sessione sul ruolo dei progressisti in Europa, introdotta dai saluti di Francesco Cerasani, segretario del PD a Bruxelles. Marco Zatterin, corrispondente de La Stampa, nell’introdurre la discussione sulle politiche europee, ha posto tre domande fondamentali, che hanno guidato gli interventi successivi:
1. Cosa possiamo fare per costringere il mondo del lavoro a utilizzare i giovani per quello che valgono?
2. Cosa possiamo fare per combattere il clientelismo?
3. Come possiamo far entrare i giovani nel mondo del lavoro, dato che con la riforma delle pensioni lavoreremo tutti più a lungo?
Marco Meloni, responsabile Università, Ricerca e Pubblica Amministrazione del Partito Democratico, ha invitato a cogliere i segnali di cambiamento nel rapporto tra l’Italia e l’Europa, anche attraverso l’approvazione parlamentare di un ordine del giorno sull’Europa e gli impegni del governo. Su certi temi – come l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio – si rappresenta l’impegno di tutte le parti politiche sulle norme di stabilità in termini di interesse nazionale. Restiamo periferici su molti aspetti che riguardano l’internazionalizzazione del sistema. La Generazione Erasmus è ancora una rete minoritaria. Dobbiamo adattare il nostro sistema di istruzione in modo da integrare ricercatori in maniera semplice. Se non agiamo, avremo un’intera generazione che non avrà previdenza e non avrà capacità di cittadinanza, quindi sarà un peso insostenibile e una bomba ad orologeria. Se pensiamo che il nostro interesse sia cedere sovranità per acquisire una sovranità più ampia, lo spazio della ricerca e dell’università è fondamentale per affrontare i problemi generali del paese. Un altro compito essenziale è quello di superare il gap tra tecnica e politica: la politica che non capisce nulla non serve a nulla. Questo è il rischio che corrono gli attori politici quando vengono da stagioni dove hanno compiuto scelte inadeguate. Questo è un punto centrale per comprendere la nostra crisi istituzionale e la crisi della politica. Dopo la presentazione dei Quattro Gatti sulla crisi del debito in Europa, Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies (CEPS) ha sottolineato l’importanza di uno sguardo storico ampio per comprendere la crisi italiana. Quello che si vede fino al 2007-2008, secondo Gros, è un lungo ciclo iniziato negli anni ’90, quando è nata un’asimmetria fondamentale con l’unificazione della Germania. Negli anni ’90 con il deprezzamento della lira tutti la davano spacciata e c’erano tassi d’interesse a due cifre. Nei mercati, non bisogna dare la colpa all’estero, e nemmeno l’Italia può risolvere i suoi problemi dando la colpa agli altri. È chiaro che l’Italia deve avere un surplus primario più alto perché deve sostenere il debito pregresso. L’Italia è uno dei paesi in cui si investe in educazione e in capitale fisico (di più che in Germania negli ultimi 10 anni) ma questo non dà risultati: questo è il mistero italiano http://www.ceps.eu/book/what-holding-italy-back . C’è poi una responsabilità per l’Europa di cui si deve occupare Draghi. Ma il punto di vista tedesco è corretto per il lungo periodo. Le riforme di Mario Monti sono una condizione necessaria, ma la condizione sufficiente è il rinnovamento che deve avvenire dalla società. Alessia Mosca, deputato del Partito Democratico, si è detta solo parzialmente d’accordo sul fatto che l’Italia debba “farcela da sola”, spiegando che l’Italia dovrebbe avere con l’Europa una relazione biunivoca: l’Europa ce la fa se l’Italia è dentro il processo di integrazione con forte convinzione. Il sogno europeo, d’altro canto, non può più limitarsi all’integrazione affinché non si facciano più guerre, ma deve ridare una speranza ai giovani. Gli Stati Uniti d’Europa http://www.partitodemocratico.it/doc/229279/mosca-la-meta-stati-uniti-deuropa.htm devono cominciare per passaggi concreti: in ogni politica settoriale bisogna parlare di dimensioni europee, per la circolazione dei talenti e la capacità di investire nel capitale umano. La costituzione degli “action team” è positiva, per aiutare gli stati che soffrono di disoccupazione utilizzando i fondi non utilizzati dell’Unione Europea. Dobbiamo superare il distacco dai cittadini e il senso di “attacco alla democrazia” attraverso queste politiche, per far capire che l’UE non è un freddo burocrate che impone solo austerità. Marco Simoni, docente di economie politica europea alla London School of Economics, è partito da una trasmissione televisiva che ospitava un dibattito tra indignati bolognesi e alcuni esperti e politici. I ragazzi dicevano cose molto sensate, e poi davano l’errata soluzione di fare default sul debito. Ma c’era una distanza di dialogo tra la parte di giovani istruita che sanno di cosa parlano e l’espressione politica del progressismo. È sempre esistita una distanza tra radicali e riformisti. In questo momento sull’analisi dei fatti la distanza si è accorciata. Non è una grande differenza tra le proposte generali della società (nessuno propone la fine del capitalismo e una società di tipo utopistico). Perché c’è quest’incapacità di dialogo? Si danno risposte di tipo organizzativo, ma è un problema più profondo e di natura politica, che ha a che fare con una sfida di senso. Adriano Sofri e David Miliband hanno analizzato recentemente questa situazione ponendosi una domanda centrale: come mai la disuguaglianza, se è aumentata, è sparita dal dibattito politico? Il punto è che la disuguaglianza non è più un tema di ricchi e poveri, ma ha bisogno di formule di politiche economiche diverse. Nelle disuguaglianze di oggi conta essere nati al Nord o al Sud, alcuni lavoratori sono protetti e altri esposti alla concorrenza e negli studi professionali così come nei giornali alcuni professionisti sono pagati in maniera diversa. La sinistra “rassicurante” pensa che si debbano aumentare le risorse pubbliche o i trasferimenti alle regioni più povere, ma questo funziona? Oppure serve un asciugamento e dimagrimento del settore pubblico? Mattieu Meaulle, responsabile economia della Foundation for European Progressive Studies (FEPS), ha discusso il ruolo del suo think tank nel dibattito politico-economico europeo, ricordando come abbia cominciato a lavorare proprio quando la crisi è diventata pressante. Dopo trent’anni di teoria liberale, abbiamo scoperto che non c’è una tendenza all’equilibrio e dobbiamo capire che i mercati seguono alcune regole. Secondo Meaulle, la crisi va affrontata considerando la realtà degli squilibri, dallo squilibrio salariale (in 24 paesi su 27 i salari sono scesi) agli squilibri globali legati alla competitività. Meaulle ha inoltre invitato la BCE a esercitare un vero ruolo di prestatore di ultima istanza della BCE, sfruttando il margine di manovra delle sue risorse per comprare titoli di stato e ad andare oltre la fissazione sul debito, imparando a parlare soprattutto di “disoccupazione”, un termine che non viene nemmeno menzionato nella Strategia 2020. Per Paolo Guerrieri, docente all’Università La Sapienza di Roma e presidente del Forum Economia del Partito Democratico, l’Europa non può affrontare la crisi senza fare passi avanti. Certamente serve il rigore, dato che siamo arrivati a questo punto fingendo che il debito non esistesse, ma è impossibile uscire da questa situazione senza la crescita. Perciò, se il centro della politica europea non può fare nulla per i singoli, ciò nega l’utilità dell’interazione tra i pezzi (che può essere più o meno della somma dei singoli), e cioè la stessa forza propulsiva del progetto europeo. Le resistenze vengono da diverse parti. La Germania, per esempio, si rifiuta tuttora di ratificare le convenzioni per l’integrazione dei servizi. Non possiamo rifiutarci di utilizzare l’Europa per quelle che sono le sue reali potenzialità, in nome delle resistenze degli altri. Certo, serve un’autocritica italiana sulle politiche di questo decennio, dato che noi di fronte alle sfide recenti abbiamo subito i costi e non abbiamo colto le opportunità. Italia e Germania dieci anni fa un avevano un grado di apertura internazionale del mercato identico, del 25% del PIL, ora è 25,5% in Italia e in Germania al 42%.
C'è stato spazio anche per presentare il progetto di Controesodo, la legge bipartisan approvata nel dicembre 2010 per il rientro dei cervelli in Italia.
Alessandro Aresu