Servono nuove regole. La crisi che ha colpito l`Occidente è prima di tutto una crisi di paradigmi: uno dopo l`altro stanno crollando i pilastri teorici dell`edificio neoliberista, mentre emerge l`evidente inadeguatezza di una politica che in questo trentennio si è ridotta all`impotenza, abdicando al proprio ruolo. Di questo si discute in tutto il mondo tanto che il Financial Times ha aperto la riflessione sulla "crisi del capitalismo".
Qui da noi invece, il dibattito pubblico è dominato dalla retorica anti casta e dal tema dei costi della politica. Sia chiaro, sono questioni serie che vanno affrontate, ma un certo sospetto è indotto quantomeno dall`ampiezza del coro: gli editoriali di Libero e de il Fatto diventano su questi temi indistinguibili, mentre i peggiori movimenti antipolitici vanno a braccetto con i grandi nomi del giornalismo mainstream, nel tentativo di indirizzare verso la politica e le istituzioni la rabbia di un Paese sempre più dolente.
La politica - la politica tutta, senza distinzioni - è il nemico e le istituzioni sono inevitabilmente corrotte. Una strategia irresponsabile ma efficace che ha l`effetto di distogliere l`attenzione da quanto è accaduto in questo ventennio: un gigantesco spostamento di ricchezza dal basso all`alto della piramide sociale e un conseguente spaventoso aumento delle diseguaglianze. Il tutto a vantaggio di un establishment decadente interessato solo a lucrare dalla crisi un puntello alle proprie parassitarie posizioni dominanti e che ora teme di dover pagare il conto, magari iniziando a competere e a rinnovarsi.
Perché è di questo che stiamo parlando, di distribuzione della ricchezza e del potere ed è bene averlo chiaro per non farsi ingannare dai diversivi. E la crisi è il campo di battaglia su cui si gioca questa partita. Dopo il caso Lusi - gravissimo e da indagare fino in fondo - si è scatenata una violenta offensiva contro il finanziamento pubblico ai partiti, di cui viene chiesta l`abolizione. Sondaggi improvvisati vengono esibiti per segnalare il favore dell`opinione pubblica. Con il conseguente coro di opportunisti interessati che si leva sempre più rumoroso.
E allora forse non è inutile riportare la discussione al punto dal quale siamo partiti, al dibattito ben più serio che su questi temi si svolge nel resto del mondo. Qualche settimana fa Martin Wolf, decano degli economisti del Financial Times, ha dedicato un lungo articolo alle strategie per uscire dalla crisi spiegando, tra le altre cose, che «in assenza di difese per la politica il risultato è la plutocrazia» e che «la difesa della politica dal mercato si ottiene regolando l`uso del denaro alle elezioni e attraverso l`offerta di risorse pubbliche a chi vi partecipa».
Riflessioni ancor più significative proprio perché vengono da una tradizione diversa dalla nostra, da quel mondo anglosassone in cui il finanziamento pubblico non è mai stato ben visto. Ma proprio la crisi ha riportato in evidenza il nesso tra costi della democrazia e autonomia della politica: lo strapotere irresponsabile della finanza sarebbe stato impossibile senza una serie di atti normativi che la politica ha prodotto negli ultimi vent`anni, abrogando leggi e regole per consentire massima libertà d`azione ai capitali. Ma quelle decisioni sarebbero state diverse se la politica non avesse avuto la necessità del consenso attivo dei poteri economici, in grado di garantire carriere politiche e vittorie elettorali.
Negli Stati Uniti, che molti oggi ci indicano come modello, per comprendere le ragioni che spingono a votare o non votare un provvedimento, spesso la via più semplice è consultare la lista dei finanziatori elettorali dei parlamentari: il potere delle lobby è garantito, quello dei cittadini che non hanno la forza o le conoscenze per organizzarsi no. Per non parlare dell`abitudine, sempre più diffusa, al passaggio diretto da funzioni politiche al board di grandi aziende, in una sorta di porta girevole continuamente in movimento che certifica la fine di ogni possibile distinzione reale dei ruoli.
Una pratica molto diffusa negli Stati Uniti, ma che abbiamo iniziato a conoscere anche noi, ritrovandoci a uscire dallo scandaloso conflitto di interessi di Berlusconi per entrare in quello del super ministro Passera che può passare in 48 ore da top manager di una importantissima banca con in pancia molti rilevanti dossier, al ministero dove parte di quei dossier sono o saranno politicamente gestiti. Senza che naturalmente questo desti scandalo tra i tanti sedicenti liberali che pontificano sulle prime pagine dei quotidiani.
Davvero vogliamo scegliere di incamminarci deflnitivamente su questa strada? Credo di no: il dovere di una forza politica popolare e democratica è quello di rigenerare i partiti per rafforzare la democrazia, coltivando con l`attenzione che si dedica al più raro tra i fiori quell`idea di eguaglianza che considera l`impegno e la partecipazione politica del più umile tra i cittadini importante quanto quella del più potente trai banchieri.
Certo, per farlo occorre uscire dall`opacità che oggi ancora contraddistingue la gestione dei partiti, imponendo per legge quello che íl Partito democratico ha già fatto per scelta, e anche qualcosa in più: certificazione dei bilanci da parte di terzi, se non addirittura dalla Corte dei conti; democrazia interna e contendibilità delle leadership; vincoli certi che garantiscano che a percepire il finanziamento pubblico siano veri partiti e non scatole acchiappa soldi; pene severe, a cominciare dall`obbligo dì restituzione del finanziamento, per chi sgarra.
Insomma, si tratta di applicare quell`articolo 49 della nostra straordinaria Costituzione che riconosce a tutti i cittadini il diritto di "associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Tutto il resto, per citare una bellissima canzone, è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Mentre, in questi tempi agitati, di impegno e partecipazione c`è davvero un gran bisogno.
Matteo Orfini Responsabile Cultura e informazione Pd