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La buona politica...

Libero e il Fatto sono indistinguibili: la politica è il nemico, le istituzioni sono sempre corrotte. Si nasconde così la vera emergenza del Paese, quella sociale. E senza partiti non c`è democrazia, ma solo plutocrazia. Come uscirne?

di Matteo Orfini,  pubblicato il 10 febbraio 2012 , 1848 letture
partecipazione politica
Servono nuove regole.   La crisi che ha colpito l`Occidente è prima di tutto una crisi di paradigmi: uno dopo l`altro stanno crollando i pilastri teorici dell`edificio neoliberista, mentre emerge l`evidente inadeguatezza di una politica che in questo trentennio si è ridotta all`impotenza, abdicando al proprio ruolo. Di questo si discute in tutto il mondo tanto che il Financial Times ha aperto la riflessione sulla "crisi del capitalismo". 

Qui da noi invece, il dibattito pubblico è dominato dalla retorica anti casta e dal tema dei costi della politica. Sia chiaro, sono questioni serie che vanno affrontate, ma un certo sospetto è indotto quantomeno dall`ampiezza del coro: gli editoriali di Libero e de il Fatto diventano su questi temi indistinguibili, mentre i peggiori movimenti antipolitici vanno a braccetto con i grandi nomi del giornalismo mainstream, nel tentativo di indirizzare verso la politica e le istituzioni la rabbia di un Paese sempre più dolente. 
La politica - la politica tutta, senza distinzioni - è il nemico e le istituzioni sono inevitabilmente corrotte. Una strategia irresponsabile ma efficace che ha l`effetto di distogliere l`attenzione da quanto è accaduto in questo ventennio: un gigantesco spostamento di ricchezza dal basso all`alto della piramide sociale e un conseguente spaventoso aumento delle diseguaglianze. Il tutto a vantaggio di un establishment decadente interessato solo a lucrare dalla crisi un puntello alle proprie parassitarie posizioni dominanti e che ora teme di dover pagare il conto, magari iniziando a competere e a rinnovarsi. 

Perché è di questo che stiamo parlando, di distribuzione della ricchezza e del potere ed è bene averlo chiaro per non farsi ingannare dai diversivi. E la crisi è il campo di battaglia su cui si gioca questa partita.  Dopo il caso Lusi - gravissimo e da indagare fino in fondo - si è scatenata una violenta offensiva contro il finanziamento pubblico ai partiti, di cui viene chiesta l`abolizione. Sondaggi improvvisati vengono esibiti per segnalare il favore dell`opinione pubblica.  Con il conseguente coro di opportunisti interessati che si leva sempre più rumoroso.

E allora forse non è inutile riportare la discussione al punto dal quale siamo partiti, al dibattito ben più serio che su questi temi si svolge nel resto del mondo. Qualche settimana fa Martin Wolf, decano degli economisti del Financial Times, ha dedicato un lungo articolo alle strategie per uscire dalla crisi spiegando, tra le altre cose, che «in assenza di difese per la politica il risultato è la plutocrazia» e che «la difesa della politica dal mercato si ottiene regolando l`uso del denaro alle elezioni e attraverso l`offerta di risorse pubbliche a chi vi partecipa». 

Riflessioni ancor più significative proprio perché vengono da una tradizione diversa dalla nostra, da quel mondo anglosassone in cui il finanziamento pubblico non è mai stato ben visto. Ma proprio la crisi ha riportato in evidenza il nesso tra costi della democrazia e autonomia della politica: lo strapotere irresponsabile della finanza sarebbe stato impossibile senza una serie di atti normativi che la politica ha prodotto negli ultimi vent`anni, abrogando leggi e regole per consentire massima libertà d`azione ai capitali. Ma quelle decisioni sarebbero state diverse se la politica non avesse avuto la necessità del consenso attivo dei poteri economici, in grado di garantire carriere politiche e vittorie elettorali. 
Negli Stati Uniti, che molti oggi ci indicano come modello, per comprendere le ragioni che spingono a votare o non votare un provvedimento, spesso la via più semplice è consultare la lista dei finanziatori elettorali dei parlamentari: il potere delle lobby è garantito, quello dei cittadini che non hanno la forza o le conoscenze per organizzarsi no. Per non parlare dell`abitudine, sempre più diffusa, al passaggio diretto da funzioni politiche al board di grandi aziende, in una sorta di porta girevole continuamente in movimento che certifica la fine di ogni possibile distinzione reale dei ruoli.

Una pratica molto diffusa negli Stati Uniti, ma che abbiamo iniziato a conoscere anche noi, ritrovandoci a uscire dallo scandaloso conflitto di interessi di Berlusconi per entrare in quello del super ministro Passera che può passare in 48 ore da top manager di una importantissima banca con in pancia molti rilevanti dossier, al ministero dove parte di quei dossier sono o saranno politicamente gestiti. Senza che naturalmente questo desti scandalo tra i tanti sedicenti liberali che pontificano sulle prime pagine dei quotidiani. 
Davvero vogliamo scegliere di incamminarci deflnitivamente su questa strada? Credo di no: il dovere di una forza politica popolare e democratica è quello di rigenerare i partiti per rafforzare la democrazia, coltivando con l`attenzione che si dedica al più raro tra i fiori quell`idea di eguaglianza che considera l`impegno e la partecipazione politica del più umile tra i cittadini importante quanto quella del più potente trai banchieri. 

Certo, per farlo occorre uscire dall`opacità che oggi ancora contraddistingue la gestione dei partiti, imponendo per legge quello che íl Partito democratico ha già fatto per scelta, e anche qualcosa in più: certificazione dei bilanci da parte di terzi, se non addirittura dalla Corte dei conti; democrazia interna e contendibilità delle leadership; vincoli certi che garantiscano che a percepire il finanziamento pubblico siano veri partiti e non scatole acchiappa soldi; pene severe, a cominciare dall`obbligo dì restituzione del finanziamento, per chi sgarra. 

Insomma, si tratta di applicare quell`articolo 49 della nostra straordinaria Costituzione che riconosce a tutti i cittadini il diritto di "associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Tutto il resto, per citare una bellissima canzone, è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Mentre, in questi tempi agitati, di impegno e partecipazione c`è davvero un gran bisogno.

Matteo Orfini Responsabile Cultura e informazione Pd 
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commenti

#1 Antonio Carlucci, 10/2/2012

Da un po' di tempo si sente parlare di crisi della Democrazia. Se ne sente parlare in vario modo, sia come crisi della politica e sfiducia negli uomini politici, sia come eccesso di populismo, sia come disagio della gente comune che cerca forme diverse di partecipazione. Questo disagio si concretizza in reazioni diverse come: i movimenti, più o meno articolati ed organizzati, le manifestazioni spontanee, le velleità anarchiche ecc. ma sopratutto nell'assenteismo al voto ed ancor di più nella fuga dall'approfondimento e dalla passione politica. Non è un fenomeno italiano, anzi si può dire che l'Italia sia arrivata tardi alla crisi così come era arrivata tardi alla Democrazia. Bisogna, a mio avviso , precisare che non è esatto parlare, come fanno molti, di crisi della Democrazia in sé, ma di crisi del sistema di Democrazia Rappresentativa. I principi della Democrazia così come definiti dall'Illuminismo , cosi ben raccolti nella prima parte della nostra Costituzione, non sono in crisi ma sono un patrimonio dell'Europa da dove, attraverso le colonizzazioni e le guerre, si sono diffusi con alterne fortune ( vedi Sud America) in altre aree del globo. Quello che, nei paesi dove i principi democratici sono più profondamente radicati, ha mandato in crisi il sistema è la modalità organizzativa del sistema cioè la rappresentanza. La gente, per dirla in breve, non si sente più rappresentata in modo adeguato dai politici eletti. Perché il sistema non piace più o meglio non funziona più come ci si aspetta e, bisogna dirlo, come ha egregiamente fatto per quasi 400 anni ? Il Parlamento, a parte la divisione in due Camere che non ha nessun senso in una Repubblica, è composto di persone elette dai cittadini ( a suffragio universale) e che dovrebbero rappresentare chi li ha eletti. Nel 1600/1700 la gente era in gran parte analfabeta e viveva in comunità, città e villaggi, con scarsissime possibilità di comunicazione tra loro. Viaggiare era difficile e pochissimi lo facevano, leggere era patrimonio di pochissimi e poi le notizie, quando arrivavano, erano già vecchie. E' naturale che il sistema di rappresentanza si realizzasse con l'elezione di una persona, conosciuta nella comunità, che partiva per la lontanissima Capitale a portare le istanze dei cittadini che lo avevano eletto. Cosa è cambiato ? • A parte i tre Paesi dove il sistema è nato (U.K., Stati Uniti, Francia) quale altro paese ha mantenuto il sistema del collegio unico uninominale ( l'unico che garantisce il rapporto diretto tra la comunità, o oggi collegio, e l'eletto)? • Oggi il problema delle distanze e della difficoltà di comunicazione non esiste più, anzi stanno cadendo tutte le barriere alla comunicazione totale • I problemi cui deve far fronte l'eletto non sono più solo quelli di rappresentare l'interesse della comunità verso un potere di governo a livello nazionale ma, sempre più, quelli di doversi confrontare con istanze complesse a livello mondiale globale Qui si deve considerare che il maggior problema che la politica deve oggi affrontare è al di fuori degli ambiti nazionali. Lo sviluppo dell'economia di mercato ha, negli ultimi anni, generato dei mostri, incontrollabili dai governi nazionali. (Senza più la spaccatura del mondo in due sfere contrapposte il fenomeno, sempre comunque esistito, della nascita di Oligopoli ( e anche di Monopoli) ha ormai coperto l'intero mondo produttivo ed economico. Questo ha fatto si che pochi operatori, produttori o distributori, controllino ormai il mercato delle risorse energetiche, delle materie prime e delle derrate alimentari. Sono poche decine di entità che hanno in comune la possibilità di controllare il prezzo di vendita. Infatti la domanda di questi beni è anelastica, cioè non cambia significativamente al variare del prezzo, ed è trascinata dai sistemi produttivi, dalle infrastrutture per il trasporto di persone e di merci, dai sistemi di abitazione e di riscaldamento e dalle abitudini di acquisto. A questi operatori basta mettersi d'accordo sul volume dell'offerta, in modo da pareggiare la domanda, ed agire in regime di cartello sul prezzo. In questo modo riescono ad avere dei profitti enormi. "Un pugno di società controlla il mondo Ecco la rete globale del potere finanziario Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose".di LIVIA ERMINI (http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/01/02/news/rete_globale_controllo_societario-27490188/?ref=HREC1-3) Basti pensare al petrolio, che 15 anni fa costava 18/20 $ al barile, oggi ne costa 100$. In 15 anni il costo di estrazione e di trasporto non può essere lievitato più del 20/30% quindi dovrebbe, a parità di profitti, costare 25/30$ al barile, la differenza è tutto aumento dell'utile, che era già alto prima. Lo stesso è avvenuto per le principali materie prime e per le principali derrate alimentari. La domanda è: che cosa ne fanno questi operatori di tutta questa liquidità che hanno accaparrato distogliendola dalle tasche dei consumatori mondiali? Se la investissero nello sviluppo di aree depresse (ad esempio in Africa, in Asia o in America Latina), oppure se acquistassero industrie produttrici di beni, sarebbe forse positivo, ma non funziona così, questi operatori , a parte le spese pazze in Yachts di 50/80 metri o per costruire grattaceli di 500 metri nel deserto, cercano investimenti di breve periodo, facilmente smobilizzabili, ad alto rendimento. L'investimento che più risponde a queste caratteristiche è quello nel credito alle famiglie, dove per di più il rischio è molto diffuso. Naturalmente le Banche di affari, a fronte di clienti che si presentano con miliardi di $ in mano si fanno in quattro per non perdere i clienti. Il risultato è stato un'esplosione di credito facile alle famiglie, naturalmente con i governi locali che ne erano felicissimi, che ha fatto esplodere il mercato. In altre parole i soldi, che gli operatori dei beni essenziali (energia,materie prime, derrate alimentari) hanno distratto dalle tasche dei consumatori, gonfiando i prezzi, sono stati offerti agli stessi consumatori sotto forma di credito, naturalmente con congrui tassi di interesse. Non ha funzionato, e non poteva funzionare, così è scoppiata la crisi del 2008, il credito alle famiglie è apparso non più affidabile, quello alle imprese ancora meno ( se non c'è crescita della domanda le imprese non sono affidabili) cosi restava il credito agli Stati che si stavano indebitando sempre più , per salvare le Banche che si erano fatte intrappolare nella crisi del 2008, e per finanziare la crescita. Ma il debito degli Stati ha due caratteristiche: rende poco ed ha un rischio estremamente concentrato, in più se, nel 2008, gli Stati hanno coperto, attraverso gli interventi sulle Banche, le perdite del credito alle famiglie, chi potrebbe coprire un default di uno Stato ? Ecco la necessità di far si che i tassi sui debiti sovrani crescano e/o che gli Stati si garantiscano uno con l'altro. (Ho accennato al problema finanziario ma questo non è l'unico ,ne abbiamo altri: quelli dell'ecologia, quello della salute). Tutto questo lungo discorso cosa centra con la crisi del sistema di rappresentanza democratica ? C'entra perché la realtà impone che gli eletti siano in grado di confrontarsi con problemi ben al di fuori delle possibilità di intervento di un governo nazionale e ben distanti dalle problematiche, comunque importantissime , delle comunità locali. Questo problema è internazionale, neanche il governo degli Stati Uniti è in grado di intervenire sia perché questi operatori hanno tanti di quei soldi, e di conseguenza connessioni, che possono influenzare la politica, ma anche perché i vertici di queste multinazionali agiscono in ambito internazionale, al di fuori delle legislazioni nazionali. Ugualmente avviene ad esempio per gli interventi sui problemi ecologici quando quello che si fa in un paese ha effetto anche in altri ecc. Se i parlamentari sono eletti nei collegi non sempre, anzi, diciamoci la verità, quasi mai hanno la preparazione tecnica e le esperienze per poter affrontare questi problemi sovranazionali e che comunque sembrano lontani dalle istanze dei propri elettori. Le soluzioni che si stanno cercando sono diverse : ad esempio in Francia i membri del governo non possono essere parlamentari, non sono quindi necessariamente eletti, se lo sono devono dimettersi, il che facilita il ricorso a tecnici di larga esperienza. In effetti, come vediamo da noi, nei momenti di grande crisi i tecnici vengono chiamati a cercare di risolvere problemi che i politici non sono capaci di affrontare. Il parlamento si può occupare dei problemi locali di cui i rappresentanti eletti sono naturalmente portatori. Ma chi si può occupare dei problemi sovranazionali che, come abbiamo visto hanno una ricaduta a livello locale che può essere mortale nel campo economico o ecologico o sanitario ? (Ad esempio quando avevo 18 anni al mondo c'erano 3 miliardi di esseri umani oggi siamo a 7 miliardi. La Cina ha da tempo introdotto il controllo delle nascite, ma chi può imporre un controllo simile ad altri paesi? Se non lo si fa, e sappiamo che non lo si fa, quanti esseri umani ci saranno tra 30 anni :15 miliardi ? E come li sfamiamo ? Come li vestiamo, come li curiamo?) Lo so che ci vorrebbe un governo mondiale dotato di poteri forti e mezzi per poter imporre i controlli contro gli eccessi e le deformazioni del sistema economico/finanziario e per i problemi della salute, delle nascite ecc. , ma bisogna restare con i piedi per terra il governo mondiale non c'è e non ci sarà per ancora moltissimo tempo. Oggi siamo di fronte ad un si salvi chi può: la Gran Bretagna cerca di mantenere il controllo del mercato dei capitali ( se non posso combatterli almeno ci guadagno sopra), gli Stati Uniti più o meno lo stesso, salvo i timidi tentativi, bloccati dal Parlamento a maggioranza repubblicana, di Obama di mettere dei limiti al sistema, il Giappone e la Germania si defilano cercando di sfruttare al meglio la loro posizione commerciale di forza sul mercato cinese finché questo crescerà ai ritmi attuali. Gli altri boccheggiano, ma sia i paesi suddetti sia gli altri non hanno altro futuro, a lungo termine ( mica tanto lungo poi) che trovare un accordo per regolare a livello internazionale i Mercati Finanziari e la lotta contro i Monopoli e i Cartelli . Comunque esiste il problema : chi e come dovrà gestire il controllo delle variabili economiche, ecologiche ecc. per evitare ricadute disastrose su un particolare paese? Una volta si usava la politica delle cannoniere, oggi non si saprebbe su chi sparare e comunque il bersaglio si può spostare da un rifugio ad un altro a grande velocità. Io non ho la soluzione, posso soltanto intravedere una direzione verso la quale ci si dovrebbe muovere. Se i cittadini possono essere, si spera, in grado di giudicare un Sindaco che si occupa di far pulire le strade, portare via la spazzatura, far funzionare i trasporti ecc., vi pare possibile che siano in grado di giudicare il candidato a legiferare su materie come i controlli sulle speculazioni finanziarie internazionali, materie dove si devono stabilire convergenze con il Tesoro Americano , il FMI ed altri organismi di quel livello. Il suffragio è universale, non la possibilità di candidarsi !! Se per dirigere una fabbrica si richiedono esperienza e titoli di studio perché per dirigere un paese ci dobbiamo mettere nelle mani di persone senza arte ne parte? Lo screening va fatto prima proponendo candidati certificati sia eticamente che sulla loro preparazione professionale. Le grandi rivoluzioni, i grandi cambiamenti li fanno le elite che sono le sole capaci ( e non sempre con successo) di individuare le soluzioni pratiche necessarie a rendere operativamente funzionanti i grandi principi filosofici, dovremmo esser capaci di conciliare il riconoscimento della superiorità delle elite con i principi della democrazia rappresentativa a suffragio universale. Io vedrei : • Visto che comunque abbiamo due Camere specializziamole • Un Parlamento (Camera bassa) eletto nei collegi unici uninominali con il compito di legiferare sui problemi di politica interna con candidati con titoli adeguati • Un Senato eletto in un collegio unico nazionale, dove i candidati devono possedere titoli accademici di alto livello, con il compito di legiferare sulle materie di politica internazionale e di monitorare i programmi di collaborazione globale • Un Governo scelto dal Presidente della Repubblica, naturalmente sentiti i partiti, tra personalità di spiccata esperienza specifica della società civile I membri del Governo non dovrebbero essere degli eletti . Dovrebbero essere scelti tra le personalità più preparate e conosciute a livello mondiale per poter sia trovare, a livello nazionale, le soluzioni di sintesi, per rispondere alle richieste del Parlamento, sia essere capaci di rappresentare, a livello internazionale, le istanze per trovare le soluzioni globali ai problemi planetari. Quindi il Parlamento e il Presidente della Repubblica dovrebbero nominare un governo di professionisti. • Cosi come esistono le Authority per governare i problemi energetici, della comunicazione ecc. si dovrebbero nominare delle Authority per i problemi sovranazionali finanziari, ecologici, della sanità che interagissero con organizzazioni simili di altri Stati, con l'ONU ecc. • Agire nella direzione dell'integrazione tra nazioni, portando a compimento gli Stati Federali d'Europa; se l'Europa riuscisse nell'integrazione darebbe un esempio al Mondo sulla strada da seguire e si riprenderebbe quella supremazia culturale che ha portato l'umanità a scoprire i diritti fondamentali e le libertà individuali . Naturalmente sono idee in libertà, ma i problemi sono reali e richiedono soluzioni innovative sopratutto, a mio avviso, per permettere ai cittadini di scegliere tra candidati ( eticamente puliti) che abbiano le qualità professionali e le connessioni necessarie per fare il loro lavoro.

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