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Parisi: "Il Porcellum va cambiato ma il proporzionale mai"

Intervista ad Arturo Parisi di Maria Zegarelli - L'Unità

di Arturo Parisi,  pubblicato il 13 febbraio 2012 , 121 letture
Onorevole Parisi, perché è contrario alla bozza che oggi è al centro del confronto sulla riforma? 

«Innanzitutto perché non accetto che il partito al quale appartengo si muova in una direzione opposta a tutti i deliberati adottati che io riesca a ricordare, dal programma dell'Ulivo del 1995, fino all'ultimo testo acclamato prima dalla direzione e poi dai gruppi parlamentari nella estate scorsa. E lo dìco, per tutti e 7 i documenti che abbiamo dedicato a questo tema, dalla scheda n.1 dell'Ulivo all'ultimo testo approvato dalla direzione e dai gruppi parlamentari, al quale negai il mio voto».

Lei contesta il metodo. In particolare contesta al Pd di aver abbandonato nella trattativa la sua proposta di doppio turno. Non crede che, per arrivare ad un accordo tra tutti, sia necessario un compromesso che tenga presente altre istanze? 

«Che le regole siano "un patto da scrivere assieme", come scrivemmo del 1995, è fuori di dubbio. Ma, a stare ai giornali, non siamo dí fronte al cedimento alle richieste altrui. Siamo noi a guidare la danza. Dovrei quindi dire solo che non è questo il modo col quale procede un partito degno di rispetto. Soprattutto su un tema che descrive la sua idea di democrazia e decide della sua funzione».

Non pensa che il maggioritario di coalizione, che non ha simili in nessun Paese democratico, sia la vera ragione della catastrofe della Seconda Repubblica? Se lo scopo è dare al capo dell'esecutivo un mandato popolare diretto perché non imboccare la strada maestra del presidenzialismo? 

«Le tecnicalità sono importanti. Ma prima vengono gli obiettivi. Prima dobbiamo decidere se è bene che il governo abbia una base di legittimazione popolare diretta, dichiarando agli elettori prima del voto quale governo, con quale programma e quale alleanza guiderà il Paese nella legislatura. Oppure se è meglio che i partiti si limitino a chiedere una delega per decidere poi in libertà sui governi da fare e disfare, come accadeva prima di quella che lei definisce la "catastrofe della Seconda Repubblica". Parlare prima dell'assetto costituzionale, sarebbe perciò più che giusto. Basta che ora che bisognerebbe finalmente parlarne non si dica che è tardi. E bisogna quindi parlare della legge elettorale, altro che presidenzialìsmo. Dopo tutto il gran parlare di riforme, a partire dalla necessità di ridurre il numero dei parlamentari, vedrà che anche quelle possibili saranno rinviate al futuro. Così si dirà che le pensioni le abbiamo tagliate in tre giorni, ma per tagliare Camere e parlamentari non ci basteranno trent'anni».

Lei preferirebbe la conferma del Porcellum a una modifica in senso proporzionalistico? 

«Ci vorrebbe pure che dopo la battaglia per riportare sull'agenda istituzionale la necessità di cambiare la legge elettorale, finissi per passare per difensore del Porcellum. Io sono per il sistema americano. Ma ho condiviso nel tempo la scelta di pro- porre il modello semipresidenziale francese col Parlamento fondato sul doppio turno di collegio. Non è possibile? Si torni allora al Mattarellum, che fu considerato da tutti il meno peggio. Ma il proporzionale proprio no!».

Non ritiene che il modello tedesco, sia in fondo il più coerente con lo spirito della Costituzione e che le storture della Prima Repubblica dipendano da ciò che a quello schema è mancato in Italia: un meccanismo di stabilizzazione dei governi, ad esempio la sfiducia costruttiva? 

«Ma lei pensa che a guidare il negoziato sia la preoccupazione per la governabilità e la stabilità dei governi? E allora perché non siamo partiti da qua? L'impressione è invece che al centro della trattativa stia il modo di manipolare la rappresentanza, i calcoli perché i voti dei presenti valgano più di quelli degli assenti, per includere alcuni ed escludere altri. Come se escludere dal Parlamento equivalesse alla esclusione dalla società».

Il dato saliente della Seconda Republica è stata la personalizzazione della politica e il relativo declino dei partiti. Non pensa che la riforma dovrebbe dare più forza e autonomia ai partiti? 

«La verità è che la crisi dei partiti non è l'effetto della Seconda Repubblica, ma la causa. Solo questo riconoscimento può evitarci l'illusione che questa o quella riforma possa farci tornare al passato. La verità è che se la partitocrazia dei partiti fu un male, la partitocrazia senza partiti è molto peggio. Ma per rifondare i partiti ci vuole ben altro che una legge elettorale. È per questo che dobbiamo ripartire dalle persone, non dalla personalizzazione del potere, ma dalla responsabilizzazione personale».
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