Matteo Orfini, da dirigente bersaniano, quale crede che sia la morale di questa storia? «E` molto semplice: quando fai le primarie, alla fine vince sempre il candidato più forte».
Ha perso il Pd?
«A volte si vince, e da Lecce a Piacenza ultimamente abbiamo vinto, e a volte si perde. E comunque, a vincere, sono sempre gli elettori».
Nessuna riflessione da fare?
«Ma certo che c`è da riflettere».
Limitare l`uso delle primarie?
«Non credo. Finora hanno portato effetti positivi. E le elezioni secondarie hanno poi confermato le scelte delle primarie, come è accaduto per esempio a Milano con Giuliano Pisapia. Bisognerebbe che noi riflettessimo su come evitare di presentare candidature plurime».
Come si fa?
«Regolamentando meglio il meccanismo con cui selezioniamo nostro candidato. Che dovrebbe essere uno, in caso di primarie di coalizione. E poi c`è un problema più. politico».
Ovvero? «Tornare a un partito in cui l`interesse generale viene prima delle ambizioni personali. Se c`è qualcosa d`insopportabile, nella vicenda genovese e anche in quella di Napoli a suo tempo, è il prevalere dei personalismi che sono la negazione dello spirito di un partito».
Andrebbero ricentralizzate le scelte?
«Non dico questo. Non possiamo certo pensare che si torni a un partito in cui il comitato centrale comunica alle periferie il nome del candidato sindaco. Dobbiamo, viceversa, costruire un partito in cui si usi un po` più il noi e molto meno l`io. E sia in controtendenza rispetto al vizio del personalismo, tratto dominante della pólitica d`oggi».
Nella sconfitta genovese avete pagato l`appoggio al governo Monti?
«Non penso. Perché i nostri elettori hanno compreso l`esigenza di una fase emergenziale com`è questa del governo Monti, e anche quelli di Sel non mi sembra che siano su posizioni di chiusura alla Di Pietro. Secondo me, a Genova, ha vinto la migliore qualità della proposta. Cioè quella di Doria».