Intervento

Il mondo dopo la destra

Relazione introduttiva di Gianni Cuperlo del seminario organizzato dal Centro Studi del PD Seminario di riflessione organizzato dal Centro Studi del PD per approfondire le radici e le strategie d’uscita dalla crisi globale e sintesi degli interventi

di Gianni Cuperlo,  pubblicato il 17 febbraio 2012 , 1449 letture
Il mondo dopo la destra

Seminario di riflessione organizzato dal Centro Studi del PD per approfondire le radici e le strategie d’uscita dalla crisi globale sintesi degli interventi
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Relazione introduttiva di Gianni Cuperlo


Prima di tutto grazie per la vostra presenza.
Quello di oggi è il seminario di avvio per un lavoro di più lunga lena. A me spetta tracciarne la cornice. Cosa non semplice che proverò a fare seguendo un filo inevitabilmente parziale.

So che il titolo esprime una forzatura.

E non tanto nell’orizzonte che si evoca, ma per il giudizio su questi anni letti come atto conclusivo del ciclo liberista e del suo pensiero.

Capisco che già su questo si potrebbe discutere.

E però gli indicatori che conducono lì sono diversi.

Ne scelgo uno.

Siamo nell’ottobre del 2008, la crisi è già esplosa, e a Washington si svolge l’audizione di Alan Greenspan, l’uomo che ha guidato la Fed per 18 anni.

Il presidente della Commissione è un democratico e il confronto si chiude in questo modo.

“Lei ritiene – chiede il presidente – che la sua ideologia possa averla indotta a decisioni che oggi rimpiange?

La risposta di Greenspan è secca:

“Guardi, per esistere, si ha bisogno di un'ideologia. Il punto è se sia valida oppure no. Nella mia ho trovato un errore del modello che vedevo come la struttura fondamentale per il funzionamento del mondo”.

“In altre parole – replica l’altro – lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era giusta, non funzionava?”

“Esatto, è questo è il motivo per cui sono rimasto scosso. Perché sono andato avanti per quarant'anni con conferme evidenti del suo funzionamento perfetto”.

E’ solo un episodio, ma illuminante per chi di questa crisi voglia approfondire la frattura culturale e politica che si è prodotta.

Ecco, ragionare su quella frattura è il nostro ordine del giorno.

Lo faremo con tappe successive, disturbando esperti e discipline diverse. Nella convinzione che la politica non basti a se stessa e che il nostro pluralismo ci deve aiutare a scavare a fondo.

Per questa prima occasione abbiamo raccolto un certo numero di titoli che si sono misurati con i tratti sistemici della crisi.

Da questi e altri materiali emerge una ricostruzione dei fatti abbastanza condivisa.

In altre parole, noi abbiamo conosciuto i retroscena della bolla. Abbiamo preso confidenza coi derivati e con un debito privato gonfiato per compensare la riduzione strutturale dei salari.

Soprattutto, abbiamo letto la crisi con gli occhi di chi l’ha pagata: il ceto medio declassato, i precari, donne, immigrati senza più rimesse da spedire a casa.

Con questo non voglio dire che noi della crisi sappiamo tutto. Ma molto.

Però, paradossalmente, questo è anche il nostro limite.

Il fatto cioè che la politica – e noi siamo oggi il primo partito del paese – oltre a capire “come siamo arrivati qui” deve spiegare su quali fondamenta dovrà poggiare un nuovo ciclo del “capitalismo globale”. Un altro modello.

So che molti diffidano del termine “ideologia”.

Però la sostanza rimane: e si riassume in una domanda di fondo.

Ma se davvero ha ragione Greenspan, cioè se il collasso di questi anni ha travolto l’impianto di un liberismo svuotato dei suoi stessi anticorpi, perché siamo ancora alle prese col tentativo di uscire da questa recessione con le ricette che ci hanno precipitato dove siamo oggi?

Cioè cosa rende così complessa la costruzione di un “pensiero” in grado di sostenere un altro patto, più virtuoso, tra Stato Mercato e Società?

E dunque tra l’Economia – di cui storicamente la finanza è figlia, non matrigna – e la Democrazia?

Ecco, abbiamo pensato a questa riflessione con la più grande umiltà perché una “ricetta” non è data, ma nell’idea che l’ostacolo non si possa aggirare.

Anche perché pensiamo sia la questione più vera che impegna i democratici e la sinistra. Prima di tutto in Europa. Cioè nella dimensione dove si misura davvero il destino dell’Italia.

E dunque nella costruzione di quella piattaforma progressista che da intuizione si fa necessità. Almeno se vogliamo non solo vincere delle elezioni, ma affermare un punto di vista e una svolta.

La convinzione, per altro, è che la risposta a questi interrogativi non si può schiacciare tutta dentro un impianto programmatico.

Per tante ragioni ma in primo luogo perché il nostro avversario, per buoni trent’anni, non si è avvalso solo di un modello economico, ma ha fatto largo uso di una “teoria politica”.

E a una solida dottrina politica bisogna contrapporre un disegno che non può risultare meno ambizioso.

Allora, su queste basi, io provo a nominare alcuni nodi coi quali misurarsi.

E qui, per forza conviene partire da alcune grandezze reali.

Dal 1970 a oggi, il mondo ha conosciuto oltre 120 crisi finanziarie. America latina, Nord Europa, Giappone e Asia. Fino al 2007, agli Stati Uniti e a noi.

C’è chi aveva previsto. E avvertito.

Questo è un titolo dell’Economist del giugno 2005: "l'aumento mondiale dei prezzi delle case è la più grande bolla di sempre. Prepariamoci a grandi sofferenze per quando scoppierà".

Comunque sia – preparati o meno – quella crisi a un certo punto è esplosa. E i governi hanno reagito.

Nei primi tre anni dopo la frana la macchina degli Stati ha speso tra i 12 e i 15 trilioni di dollari (ogni trilione equivale a mille miliardi) per salvare banche e compagnie di assicurazione “troppo grandi per fallire”.

Ma guardiamo un istante alle persone.

Anche qui un dato soltanto: nei soliti ultimi trent’anni la quota dei salari sul Pil è scesa in media di 13 punti percentuali in America latina, di 10 in Asia e nei paesi del Pacifico, di 9 nelle economie avanzate.

Nello stesso periodo centinaia di milioni di donne e uomini si sono affacciati sul mercato dei consumi di base.

Il tasso di povertà in Cina è sceso di quasi due terzi. 600 milioni di cinesi strappati alla miseria.

Un sommovimento senza eguali.

Ancora. Il mercato del lavoro – e anche questo è senso comune – si è fatto “unico”, ma senza globalizzare i diritti.

Su 3 miliardi di lavoratori, solo 1 miliardo e 200 milioni gode di una qualche forma di contratto. E la percentuale tende a calare.

Quanto alla divisione del lavoro, il groviglio è formidabile.

L’I Pod della Apple, per dirne una, è stato concepito nella Silicon Valley. Ha un software indiano e viene assemblato in Cina. Il lettore musicale è della giapponese Toshiba e monta un chip di memoria prodotto in Corea.

Insomma è un mondo complicato.

Dove ci si misura con una rivoluzione enorme come la fine della centralità dell’Occidente. E con una primazia di nazioni e continenti usciti da cinque o sei secoli di marginalità.

Se non bastasse tutto questo, dall’Egitto alla Libia crollano regimi e dittature. Mentre l’Africa sta mutando le sue prospettive. Basterebbe questo.

Ma torniamo al nostro filo. Quello delle persone.

Ho accennato alla redistribuzione di reddito dal basso verso l’alto.

Se parliamo dell’Italia, nel 2003 ai lavoratori toccava il 48% del reddito. Nel 1972 era il 59.

Quanto alla concentrazione della ricchezza al vertice e l’impoverimento della base sono cifre note.

Il punto è tenere assieme le cose. Cioè collegare questo ridursi della giustizia sociale all’esplodere della furia finanziaria.

Ora, pensare di fare a meno della finanza prima che una sciocchezza è un errore.

Anche se confesso d’aver trovato strepitoso il riferimento di Giorgio Ruffolo a un trattatello del 1688 dedicato alle pazzie della borsa di Amsterdam e il cui titolo inarrivabile era Confusion de confusiones.

E’ giusto comunque raddrizzare la follia di un’economia mondiale che è giunta a impegnare l’intero Pil di un anno, solo per proteggersi dal fallimento.

Come assicurare una Fiat Panda per ventimila euro.

E allora ben venga un pacchetto condiviso di misure secche: da una qualche forma di Tobin Tax a una riduzione drastica della “finanza ombra”, riportando in bilancio la maggior parte dei capitali detenuti, sino a una trasparenza dei prodotti finanziari.

Tutte riforme da fare. Per guarire da quella “follia” che, in ogni caso, a qualcuno è servita.

Per esempio a un pugno di manager baciati per anni da emolumenti pari al 50% dei loro ricavi.

Aspetto decisivo, questo, se vogliamo capire Occupy Wall Street.

Per la maggioranza degli americani i ricchi non sono mai stati gli “altri”, ma quelli che loro speravano un giorno di diventare.

E però se assediano la Borsa è anche perché in quel paese, l’indulgenza verso la ricchezza, anche esibita, si fa condanna appena tenta l’acquisto del potere politico.

Insomma quei ragazzi erano lì anche perché Wall Street ha bloccato la legge che permetteva ai proprietari di dichiarare bancarotta anziché perdere la casa.

Milioni di americani sul lastrico, mentre a inizio 2010 Goldman Sachs ha annunciato l’utile più imponente della sua storia e distribuito bonus per 16 miliardi di dollari.

A quel punto il coperchio salta. Anche laggiù.

E precipita di nuovo nella storia una spinta fondamentale – che poi è quella che smuove le nazioni e le generazioni – che è l’idea di giustizia.

Allora, tenere insieme le due facce della crisi è davvero essenziale.

Perché, oltre il destino dei titoli o la guerra tra le monete, questi anni mettono in discussione qualcosa di più profondo.

Le condizioni e il valore del lavoro; la salute e la sicurezza alimentare; l’intero ambito dei diritti umani, dell’istruzione, della cultura. Fino alla qualità della vita dei singoli – di quella cosa da evocare sempre con pudore che è il “senso” della vita nelle sue relazioni sociali – e attraverso questo il ruolo della politica e i contenuti della Democrazia.

Insomma c’è di mezzo – rubo la sintesi a Luciano Gallino – il “senso di una intera civiltà”.

Non è che al nostro campo sia mancata una lettura di tutto questo o l’impegno a sanare le storture peggiori.

Diciamo, però, che lo abbiamo fatto con una premessa che leggeva l’economia come un potere svincolato da tutto mentre la politica restava confinata al suo recinto statale.

Il che ha aperto la via a una discussione – tutt’ora non risolta – su chi dispone davvero oggi del “potere” reale.

Direi che si colloca qui, per varie ragioni, la frontiera dell’Europa, sulla quale abbiamo ragionato alla nostra ultima Assemblea.

Con l’aggiunta, a sipario aperto, della tragedia greca. Che interroga, e non da ultimo, la coscienza stessa dell’Europa.

Di quella grande civiltà che la nostra generazione – nei Balcani degli anni ’90 – ha già conosciuto nel suo volto cinico e immorale.

Oggi per fortuna non siamo davanti a una guerra. Ma fa impressione l’impudenza di una cosiddetta “austerità fiscale ed espansiva” come presupposto per ottenere aiuti d’emergenza in un quadro di recessione.

Lasciamo stare il peccato del mancato intervento quando salvare Atene avrebbe avuto un costo infinitamente minore.

E le colpevoli bugie della destra greca al governo.

Ma è semplicemente incredibile che mentre sugli schermi scorrono le immagini della disperazione sociale – ad Atene e non solo – vi sia chi si ostina a somministrare una medicina impotente contro il malanno.

Non è solo un problema di contesto: quella cosa spiegata da Judt quando ha scritto che la politica di austerità nell’Inghilterra del dopoguerra non era solo una condizione economica per la ripresa, ma qualcosa che affondava in un’etica pubblica. In un desiderio di riscossa nazionale.

Con l’aggiunta, non secondaria, che quel rigore si sposava a un regime di quasi piena occupazione. Cosa che oggi non è.

Qui il punto è che noi siamo di fronte a una linea che in nome del rigore finisce col comprimere lo spazio della crescita.

L’austerità – ha scritto Krugman – come la “libbra di carne che i prestatori istituzionali pretendono per non chiudere del tutto il rubinetto della liquidità”.

E’ evidente che non sono in discussione la tenuta dei conti o scelte di rigore nella riduzione di un debito pubblico che ipoteca il futuro di figli e nipoti, ma il punto è come si raggiungono quegli obiettivi.

Se salendo sullo stesso treno o cambiando convoglio.

E dunque con un altro modello che sia in grado almeno di giustificare e ripartire la lista dei sacrifici.

Di riformulare un patto fiscale in una combinazione di equità e legalità. Soprattutto in un paese come il nostro dove i controlli della Finanza – chissà perché – si chiamano blitz. E meritano le prime pagine dei quotidiani.

Tutto questo ci riconduce al tema del “potere”, di dove si colloca, di chi lo esercita.

Che poi è il problema della Democrazia. Di come si formano e si regolano la rappresentanza e i conflitti.

Ed è una cosa che ci interroga in due direzioni.

La prima è capire se davvero il divorzio tra economia e politica si è consumato – almeno in Europa e negli Stati Uniti – nel modo in cui noi lo abbiamo descritto in questi anni.

Ora, sul piano storico non ci sono dubbi.

Nel senso che la cultura liberale ha teso, per oltre un secolo, a proteggere il mercato dall’invadenza della politica.

E sull’altro fronte, la tradizione solidaristica ha difeso lo spazio della politica dall’ingerenza eccessiva degli interessi privati.

Ne è scaturita una dialettica. E in fondo l’utopia dell’Europa unita, o il formidabile miracolo italiano, sono tra i prodotti più alti di quella tela.

Il punto è che questo equilibrio è stato deformato da una strategia che ha combinato in forme diverse il potere economico e quello politico.

Insomma, penso sia saggio riconoscere che la politica – se vuole riacquistare la sua autonomia – deve misurarsi con un processo che l’ha trasformata.

In un sistema di porte girevoli dove, per la prima volta in queste dimensioni, economia politica e finanza si sono spesso – troppo spesso – scambiate di carica e di casacca, anche se in una continuità di cultura e linguaggio.

E allora più che una politica al palo e un’economia in libera uscita, forse dovremmo parlare – e capisco sia un’idea meno confortante verso alcuni nostri limiti – di una lunga stagione che ha combinato economia e politica oltre i modelli tradizionali del liberalismo e delle repliche progressiste che erano maturate nella intera seconda parte del ‘900.

In questo senso la crisi del modello keynesiano negli anni ’70 fu certo il frutto del suo insuccesso contro l’inflazione, ma segnò anche una modifica nei rapporti di forza tra gli interessi dei lavoratori della società industriale e le nuove esigenze della grande impresa. Quella globale.

Ed è stato anche questo mutamento a rendere possibile la riscossa dei conservatori e di un nucleo di idee elaborate tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’50 del vecchio secolo.

Idee, in alcuni casi, talmente insolenti da esser rimaste confinate per decenni nei sottoscala dei laboratori accademici.

Insomma si era imposta davvero un’altra visione del mondo.

Che è la ragione per cui tocca a noi, oggi, ripartire da lì: da una diversa visione della società, della persona e della democrazia.

La seconda direzione su cui ragionare anche per capire meglio il nostro futuro è il tema, sollevato da più parti, di una subalternità dei progressisti ai processi di medio-lungo termine che quella offensiva ha messo in moto.

E qui una nota è giusto fare. Ed è questa.

Certo che la destra ha retto il timone.

Ha teorizzato la diseguaglianza come motore della crescita.

Ha calunniato la spesa pubblica, senza distinguere più tra sprechi e risorse.

L’America, per dire, sull’altare di questa dottrina si è giocata la manutenzione di interi Stati e la sorte di un gioiello come New Orleans.

Il punto è cosa noi abbiamo contrapposto.

E non nel governo, a livello nazionale, delle singole emergenze (nel nostro caso dal risanamento dei conti all’Euro: scelte letteralmente decisive per la salvezza del paese).

Ma cosa abbiamo contrapposto nei termini di un pensiero che fosse – come il loro e più del loro – in grado di progettare convivenza, responsabilità e benessere.

Ora, richiamato anche questo punto, dove ci può condurre una riflessione del genere?

Io penso essenzialmente a due obiettivi. Che sono anche le ultime osservazioni che voglio fare.

Uno riguarda le fondamenta di cui ho parlato all’inizio. E dunque le priorità di un altro modello.

Costruito – e questa è la vera prova – su un patto diverso tra la crescita, la persona e uno spirito di comunità, che poi è un altro modo di declinare il legame tra Economia e Democrazia. Tra Interessi e Potere.

Anche in questo caso accenno solo ai titoli.

Se il problema lo impostiamo così, la risposta di fondo non verrà dalla ricetta di Latouche. Ma certo il nostro campo deve immaginare un transito impegnativo da un’economia della crescita a una dell’equilibrio.

Fosse solo perché un aumento della produzione, senz’altro criterio che non sia il profitto, si scontra con risorse esauribili e spazi finiti.

C’è chi ha spiegato che la nuova regola dovrebbe stare nel contenere il flusso delle risorse (e dunque la produzione) dentro i limiti delle fonti rinnovabili e il deflusso (cioè i consumi) dentro i termini massimi del ciclo dei rifiuti.

E’ una sintesi, ma basta questa chiave per restituire alla politica una responsabilità vastissima sul piano tecnologico e della logica stessa dell’economia.

Il secondo ambito è nel ripensare il legame tra Pubblico e Mercato.

E qui la via non è il ritorno a un vecchio statalismo.

Ma nel superare una logica della rendita finanziaria che tende a fagocitare pezzi interi di società.

Da questo punto di vista il segnale più forte che abbiamo ricevuto in questi mesi (penso ai referendum dell’anno scorso) è in un trasferimento di energie e risorse, dal consumo di beni materiali a un nuovo investimento sui grandi beni comuni.

Il che è anche, e prima di tutto, la chiave di un altro modello economico, in tutto coerente con gli indicatori dello sviluppo umano per come li concepiscono le teorie più avanzate sulla giustizia e il livello del benessere.

Il terzo titolo è in un’azione mirata contro le diseguaglianze.

Come accennato è un punto di fondo.

Molto semplicemente la domanda che nessuna società avanzata può rimuovere è: “quanta diseguaglianza possiamo tollerare?”

Ed è una domanda decisiva come dimostra – ma è solo un esempio tra i tanti – l’impatto della precarietà sulla devozione verso obiettivi di vita a breve termine.

O la sostituzione del mito del denaro a quello del lavoro: con una perdita di identità che il mercato flessibile da solo non è in grado di compensare.

Sono i tratti oscuri di una modernità piegata a un consumatore senza altre qualifiche, e venata da fenomeni di infantilismo.

Una crisi di maturità che non va riferita certo ai giovani precari, ma che riguarda essenzialmente il mondo adulto, la sfera della responsabilità, e la pigrizia di classi dirigenti sazie dei loro privilegi.

Elite verbose su tutto, ma letteralmente mute davanti a migliaia di talenti del nostro Mezzogiorno che da anni discutono la tesi con la valigia in mano. Perché sanno che il loro destino, qualunque sia, sarà altrove.

E allora il punto è come un sistema politico ed economico si rilegittima. Come rifonda la sua credibilità e moralità.

La frontiera della diseguaglianza su questo piano può dire molto, perché dove le diseguaglianze diminuiscono, cresce in proporzione la fiducia.

Cioè eguaglianza e senso della comunità si rafforzano a vicenda. Come è accaduto per gran parte del XX secolo. E come è destino accada di nuovo se agganciamo l’idea di giustizia a una frontiera che contrasti ogni distanza immorale: non solo di reddito, ma di genere, di identità, di una piena realizzazione di sé.

Questo assunto da solo, oltre a scolpire un riformismo tutt’altro che moderato, segna una divaricazione tra culture alternative.

Sono solo dei cenni. Degli spunti.

E ovviamente sul merito si può e si deve discutere.

Sapendo, però, che una politica senza chiari riferimenti culturali e sociali può reggere se lo scopo è puntellare una classe dirigente, anche in vista del traguardo del governo.

Ma non convince se la meta è una forza capace di rispondere a una domanda di senso, e dunque di trasformazione.

Il punto è che per confezionare quella risposta non bastano gli economisti.

Serve anche una lettura del tempo che scuota saperi diversi (la filosofia, la storia, lo stesso valore del sacro, sino a quel grande bacino di valori che è il pensiero delle donne e dei movimenti).

Tutte risorse vive, diffuse nelle nostre città, e che noi incrociamo nell’azione quotidiana di amministratori e governi locali.

Direi che ci serve tutto questo se vogliamo dare uno sbocco a quella “crisi di civiltà” accennata sopra.

Lo dico perché se con questa espressione si allude al fatto che l'Occidente avrebbe partorito questa crisi in ragione dei suoi limiti intrinseci, noi saremmo di fronte a una lettura molto riduttiva.

Sarebbe la tendenza a tradurre la crisi di “senso” del mondo contemporaneo in una conseguenza della modernità, del metodo scientifico o persino del razionalismo e universalismo illuminista.
 
A me, anche per le cose che ho provato a dire, sembra più convincente una lettura opposta: e cioè la crisi ha questa dimensione perché l’Occidente, in fondo, è sceso troppe volte a compromesso coi suoi stessi valori.

Cedendo all’irrazionalismo finanziario, a un personalismo ridotto a consumo, a un turbo-capitalismo fondato sulla iniquità, sino a smarrire un valore primario come è il dialogo tra culture, religioni, civiltà.

Per tutto questo dalla sbornia della destra si esce se non si riduce l’Europa soltanto a un fatto economico.

Ma recuperando l’essenza di un movimento democratico che trova nelle libertà umane, nel significato sociale del lavoro, nella pari dignità delle persone, nel civismo e nella laicità i suoi valori di punta.

Non che io abbia i titoli, ma da questo punto di vista vorrei dire a Eugenio Scalfari che la prova per noi è davvero gettare le fondamenta di un pensiero critico.

Naturalmente, per quanto ci riguarda, in un rapporto con tutte le forze che si collocano oggi – ciascuna a partire dalla sua tradizione – nello stesso campo e lungo una stessa linea di ricerca.

Infine, tutto questo va collocato – ed è davvero l’ultima osservazione ma forse la più urgente – in una transizione dalla quale dipende il futuro dell’Italia e, dunque, il futuro nostro.

Il fatto stesso che teniamo questo seminario con una angoscia minore rispetto a tre o quattro mesi fa dice molto della velocità dei cambiamenti che abbiamo alle spalle.

Ci siamo liberati – il paese si è liberato – del peggior governo degli ultimi decenni. E la linea di Bersani – quell’Italia prima di tutto – parla per noi.

Al timone adesso c’è una personalità che si è mostrata capace di raddrizzare la rotta e l’imbarcazione.

Allo stesso tempo i problemi non sono risolti, a partire dai costi sociali della crisi. Ma sono anche queste cose ovvie.

Sullo sfondo restano i prossimi passaggi elettorali.

La riconferma di Obama, la sfida dell’Eliseo. E poi il voto tedesco e, naturalmente, l’appuntamento che ci riguarda tra poco più di un anno.

Sarebbe curioso che non tenessimo conto di tutto questo. Se non altro per il vincolo tra i temi che affrontiamo qui e l’uscita da questa stagione delicatissima.

La domanda, come è giusto che sia, investe il “dopo”.

Cosa viene “dopo” Monti e “dopo” questo governo?

Al tema la destra darà la sua risposta.

Ma la domanda sul “dopo” riguarda noi e la natura della nostra democrazia.

Anche in questo caso, il tema non investe solo l’Italia.

Mai nel mondo vi è stato un numero maggiore di paesi retti formalmente da sistemi democratici.

Eppure, al di là del numero, noi assistiamo a processi di svuotamento della democrazia (con uno spostamento del potere decisionale su altri piani).

Massimo Salvadori ha parlato a questo proposito di “Democrazie senza Democrazia”.

Credo sia il nodo che più ci deve interrogare, perché tutti gli altri in qualche misura contiene.

Cioè come può un partito come il nostro recuperare la sua funzione se non mettendo l’accento, oltre che sulle regole (dai costi della politica alla questione morale, all’efficienza delle istituzioni) sulla qualità della democrazia?

E la risposta non può contentarsi di una centralità quasi esclusiva della sfera del governo e della legittimazione, più o meno diretta, del potere esecutivo.

Perché è sufficiente la nostra Costituzione a dar conto di un meccanismo molto più articolato della decisione pubblica, che muove dai cittadini (titolari – come spiega Massimo Luciani – di diritti che sono frammenti di vera sovranità), passa attraverso i partiti, si delinea nelle assemblee rappresentative fino a definirsi compiutamente nelle sedi del governo.

Ecco, questo istinto a dare per scomparse o quasi le prime due o tre variabili – sino a pensare che tutto possa discendere dalla tecnica di una legge elettorale – può alterare l’essenza della nostra convivenza?

Penso di sì. Penso che mai come oggi questo rischio sia presente.

Anche perché in un senso o nell’altro (e cioè in un risveglio della partecipazione o nella logica di un nuovo potere elitario) questa materia è destinata a impattare il futuro della cittadinanza.

Lo dico perché senza questo legame tra l’ingresso sulla scena di una forte soggettività (cioè di un pezzo di mondo che si organizza) e la sua capacità di aggregare un consenso da spendere nel conflitto sociale e politico, senza tutto questo la democrazia corre seri rischi.

Gli stessi limiti del Pd – di un partito che ancora non è quello che avevamo immaginato – a mio parere, vanno collocati in questa cornice.

Nel bisogno non soddisfatto di legittimare di nuovo la politica, chi la pratica, chi la immagina.

Ed è la prova più difficile perché si misura con una società dove la commistione tra un potere mediatico e un potere tecnico-economico e finanziario, genera spesso illusioni che si travestono da realtà.

La conseguenza è in una fatica enorme a restituire, non solo un ordine, o un’etica condivisa, ma persino una gerarchia del mondo reale e della nostra vita.

Come fossimo prigionieri in una bolla sospesa sui conflitti e sulle esistenze.

Il che è un assurdo, ma è anche l’eredità di questa lunga stagione che ha teso a separare le persone.

A rendere via via impalpabile il traguardo di una creazione collettiva.

A spezzare vincoli e legami profondi delle comunità.

Avere ridotto questioni simili alla trama “tecnica” delle decisioni è stata l’arma puntata alla tempia della politica.

Col risultato di un passaggio storico che Mauro Magatti ha riassunto nell’abbandono, forse definitivo, di una tradizione dove “i mezzi erano scarsi e i fini definitivi” a vantaggio di una modernità dove “i mezzi sono abbondanti e i fini indeterminati”.

Il fastidio verso le regole e le procedure della democrazia, almeno in parte, viene da qui.

E allora a un partito come il nostro tocca scegliere.

Se pensarsi anch’esso nella bolla, ciascuno litigandosi dall’interno il suo spicchio di immagine, oppure proporsi come la forza in grado di riunire e motivare un soggetto collettivo, consapevole, in una rifondazione del sistema politico.

Questa è la sfida del dopo “Monti”.

Non tornare a prima.

Ma neppure dare per morta – insieme ai vecchi partiti – la politica nella sua tensione irriducibile verso un’aspirazione di autonomia e di libertà.

E’ chiaro che l’impresa è tutta in salita.

E lo zaino pesa anche perché c’è chi immagina che la perdita di fiducia del paese nelle sue istituzioni e nei suoi rappresentanti possa condurre a una soluzione – a una Terza Repubblica – costruita “senza” o “contro” i partiti.

Il che vuol dire, in primo luogo, “senza” o “contro” di noi. Ma questa lettura della transizione italiana è impregnata di uno spirito conservatore.

E soprattutto non ha nulla a che fare con la ricostruzione di un tessuto democratico e civile che gli anni della destra hanno drammaticamente slabbrato.

Ecco perché la discussione che facciamo oggi è legata strettamente all’attualità.

Perché dalle risposte che daremo a questa ricerca, dipenderà l’uscita del paese dalla sua transizione, e la speranza di contrapporre alla deriva degli ultimi anni una Alternativa compiuta e innervata di una nuova missione, o passione, il che alla fine è lo stesso.

Il punto è che quell’Alternativa – comunque la si intenda – non potrà ridursi mai a una somma di sigle. A un cartello elettorale. A una fotografia.

Per forza di cose dovrà essere una lettura e una visione lunga dell’Italia e del suo avvenire. Diciamo pure, dell’Europa e del “mondo dopo la destra”.

Tutto qui. Ma forse non è poco.

Grazie ancora e buon lavoro.
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