I difetti di un mercato
che privilegia l`uomo.
Perchè conviene investire sulle donne.
Se 6 italiane su 10 lavorassero, il Pil salirebbe del 7%. E se ci fosse parità di reddito l`aumento sarebbe del 32%. Ecco perché serve una svolta. Rosa Investire nelle donne converrebbe alla società, dal punto di vista dello sviluppo economico, del bilancio fiscale, dell`utilizzo pieno di tutte le risorse umane disponibili. Ma per investire nelle donne e favorirne una partecipazione al mercato del lavoro adeguata alle loro capacità e competenze, sono molte le cose che dovrebbero cambiare nell`organizzazione del mercato del lavoro, nell`offerta di servizi e nella divisione del lavoro tra uomini e donne in famiglia. Gran parte del benessere familiare è infatti a carico del lavoro gratuito delle donne. L'assenza di servizi di cura, non solo per i bambini, ma per le persone non autosufficienti, è compensata solo dal lavoro gratuito di mogli, madri, figlie, nuore, nonne. Già ora le donne stanno salvando, se non l`Italia, gli italiani, tramite il loro lavoro gratuito quotidiano - che non viene meno neppure quando hanno un lavoro p er ilmercato e che la crisi ha in molti casi intensificato. Senza questo lavoro gratuito, le famiglie sarebbero molto più povere e molti bisogni di cura rimarrebbero insoddisfatti. Esso andrebbe meglio e più equamente ridistribuito, tra uomini e donne, tra famiglia e società. El`organizzazione del mercato del lavoro dovrebbe meglio riconoscerne la necessità, per le donne e per gli uomini. Come è stato ricordato di recente agli Stati generali sul lavoro delle donne organizzati presso il Cnel, le lavoratrici italiane che hanno una famiglia lavorano complessivamente, tra lavoro pagato e non pagato, oltre un`ora in più al giorno defloro compagni. Tuttavia guadagnano sostanziosamente meno dei loro colleghi; perciò accumulano anche una minore ricchezza pensionistica. La loro capacità di guadagno, infatti, è compressa due volte. La mancata condivisione del lavoro familiare da parte degli uomini, unita ad una bassa offerta di servizi di cura accessibili e dibuona qualità, vincola il tempo che posso- no dedicare al lavoro remunerato. A ciò si aggiungono le discriminazioni nel mercato del lavoro nelle possibilità di carriera e nelle retribuzioni orarie, a parità di qualifiche - che, come segnalano anche i dati di Almalaurea per quanto riguarda le giovani laureate, iniziano prima ancora che le donne formino una famiglia. Se poi sono lavoratrici "flessibili", si trovano spesso costrette a considerare una possibile gravidanza come un rischio professionale che non p ossono permettersi. Molte donne ancora oggi abbandonano il lavoro p er motivi familiari, perché non ce la fanno a tenere il ritmo del doppio lavoro, spesso accompagnato da pressioni e vessazioni più o meno sottili sia in casa (perché "trascurano la famiglia") sia sul lavoro (perché "hanno la testa altrove"). Soprattutto se sono a bassa qualifica e vivono al Sud, la maggior parte delle donne, anche giovani, non entra neppure nel mercato del lavoro, o viene scoraggiata presto dal presentarsi. Costituiscono la stragrande maggioranza dei "Neet": dei giovani che né studiano né lavorano per il mercato. Costituiscono anche la grande maggioranza sia dei lavoratori scoraggiati sia dei disoccup ati invisibili: di coloro che vorrebbero lavorare, ma non cercano più, e di coloro che, pur dichiarandosi non forze di lavoro, di fatto si arrabattano tra un lavoretto e l`altro. Un rapporto Svimez uscito in questi giorni stima che queste due figure coinvolgono oltre un milione di donne nel Mezzogiorno, portando il tasso di disoccupazione femminile effettivo al 30,6%, il doppio di quello ufficiale. L`Italia è uno dei paesi sviluppati con un divario di genere tra i più alti a tutti i livelli: nei tassi di partecipazione almercato del lavoro, nel divario salariale a parità di titolo di studio e dimansione, nelle possibilità di carriera, nella presenza nei luoghi di presa di decisione, quindi nel potere, nella divisione del lavo- ro familiare. Eun divario aggravato dalle disuguaglianze sia territoriali che di istruzione. Anche questo è uno spread di cui ci si dovrebbe preoccupare ai fini non solo dell`equità, ma dello sviluppo. Credo che i suoi effetti negativi siano almeno altrettanto gravi, se nonpeggiori e con effetti di più lungo periodo, di quelli dello spread con i bond tedeschi.