Rassegna stampa

Le nostre tre “i” per crescere

Marco Laudonio - Europa

di Marco Laudonio,  pubblicato il 24 febbraio 2012 , 388 letture
Start Up Italia
Difficile non ricordare le famigerate tre “i” di Berlusconi, anno 2001. Slogan efficace formato 6x3, poi naufragato nel nulla, tanto che del trinomio “internet-inglese-impresa” si perse traccia molto precocemente. Oggi che quella stagione pare essere, per fortuna, in via di archiviazione proviamo qui, per provocazione dialettica, a proporre altre tre “i”, spostando l’attenzione sulle persone: innovatori, imprenditori, italiani.
Partiamo da un dato potenzialmente dirompente: Internet negli ultimi quindici anni ha creato in Italia 700mila posti di lavoro a fronte dei 380mila persi. Circa il doppio. E ciò a dispetto delle analisi approssimative o degli allarmismi sollevati nel dibattito pubblico. Da poco i media hanno iniziato a trattare la questione da un’angolatura meno critica, portando sotto i riflettori storie di successo di ragazzi che, a partire da un’idea e dalle proprie competenze, sono stati in grado di trovare investitori pronti a finanziarli. In questi giorni, ad esempio, si è discusso molto dell’esperienza di “Start-up Chile”, messa a punto dal governo del paese sudamericano. Per noi del Pd non è stata una sorpresa: l’estate scorsa l’avevamo studiata con www.italia110.it, l’iniziativa organizzata dal dipartimento Università e ricerca della segreteria nazionale volta ad affrontare, con il contributo diretto di tanti giovani ricercatori, le criticità che bloccano l’Italia, a partire proprio dal gap su innovazione e nuove tecnologie.
Guardiamo nel dettaglio il caso Cile, dunque. Si tratta del paese più europeo del Sud America: relativamente stabile sul piano politico e con livelli di crescita, alfabetizzazione e standard di vita equiparabili a quelli medi del Vecchio Continente. Ebbene, negli ultimi anni, il Cile è diventato l’hubpanamericano di chi ha idee nuove da mettere concretamente in pratica, da far maturare. Leggere oggi che proprio in quel paese – come pure, attenzione, negli Stati Uniti e in Francia – a essere premiati sono sempre più spesso nuovi imprenditori italiani, tendenzialmente giovani, genera orgoglio e al contempo amarezza. Perché dimostra da un lato le infinite potenzialità dei nostri geek, dall’altro le altrettanto infinite deficienze di una politica che non ha saputo farsi selettiva e abile nel cogliere sfide inedite come quelle legate all’innovazione.
Non v’è dubbio che l’Italia sconti un ritardo strutturale rispetto alla diffusione della banda larga. Ancor più innegabile è che tutta la comunità nazionale abbia pagato lo scotto di un ritardo culturale che, concentrando l’attenzione specificamente sulla Rete, ha trattato Internet o i new media come potenziali nemici da contrastare in quanto distruttori di posti di lavoro. Sta a noi ribadire quanto quell’approccio fosse avventato (e smentito dalla realtà che abbiamo sotto gli occhi) e rispondere alla domanda di fiducia che i potenziali imprenditori pretendono. Per farlo non basta il rafforzamento, pure importante, del canale creditizio per chi vuole crescere. Occorre di più, a cominciare da quanto messo in cantiere negli ultimissimi mesi, anche grazia all’azione del governo Monti.
Penso in particolare al decreto cresci-Italia che permette di aprire una srl con 1 euro, alla costituzione della cabina di regia dell’agenda digitale, al pacchetto di provvedimenti per lo sviluppo dei servizi digitali presentato alla camera da Gentiloni del Pd e da Rao dal Terzo polo.
È una buona base per un’inversione di rotta. La banda larga, infatti, può farsi infrastruttura di conoscenza, semplicità e ricchezza. Di qui l’e-commerce, l’open data e l’e-government, la crescita delle smart communities, l’alfabetizzazione informatica di massa.
È attraverso questi progressi che si possono convincere i cittadini della convenienza del cambiamento. Cambiare è infatti un dovere necessitato dalla situazione attuale, ma anche un imperativo dettato dall’utilità e dalla necessità di tornare a crescere. Il rapporto McKinsey dello scorso anno ci collocava agli ultimi posti per innovazione rispetto ai paesi del G8 e dietro a Cina, Brasile, Corea del Sud, India e Svezia. Dinanzi a questi dati serve un nuovo progetto Start-Up Italia perché l’innovazione digitale può potenzialmente diventare il veicolo per una nuova rivoluzione industriale. A patto, naturalmente, di saperne cogliere e raccontare la portata e gli effetti sul lavoro e la crescita complessiva dell’economia. 
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