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Manifesto della crescita. A costo zero

Piero Angela - Corriere della Sera

pubblicato il 22 maggio 2012 , 223 letture
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Valorizzare la meritocrazia non è solo etico, ma conviene sul piano economico. Oggi lo spread è salito»... «E la Borsa è scesa»... Al di là dei fattori contingenti, quella che ogni giorno viene misurata è in realtà solo la temperatura di superficie di una malattia molto più profonda e diffusa.



L`Italia oggi sta cercando (con quale ritardo!) di mettere ordine nei propri conti, attraverso una politica di rigore, tentando di riportare il Paese sui binari della crescitail fatto è che aumentare le tasse lo si può fare in cinque minuti. Tagliare le spese è già molto più complicato: ma «crescere» è tutta un`altra cosa. Iniezioni di denaro, investimenti, liberalizzazione sono naturalmente importanti: ma il vero problema è che la macchina funziona male. Non basta mettere benzina. Si tratta di una macchina estremamente complessa, dove ogni parte dipende da ogni altra: produttività, educazione, regole, management, valori, merito, giustizia, tecnologia, università, innovazione, eccetera. Sono questi i veri acceleratori dello sviluppo, attualmente in grave sofferenza.



Il nuovo saggio di Roger Abravanel e Luca D`Agnese porta un titolo molto esplicito: Italia, cresci o esci! Meritocrazia e regole per dare un futuro ai giovani. I due autori (il primo è un ingegnere-economista che ha lavorato per oltre trent`anni alla McKinsey, ìl secondo è un fisico-economista, anch`egli proveniente dalla McKinsey, che è stato la guida di diverse imprese internazionali) avevano già scritto nel 2010 Regole. E prima ancora Abravanel aveva pubblicato un volume (sempre attualissimo) di cui si parlò molto all`epoca dell`uscita: Meritocrazia. In questo nuovo libro, quasi un instant book, i due autori mettono a fuoco i veri problemi del nostro Paese, e indicano quale può essere la strada per rimettere in moto il sistema.



Uno dei concetti di fondo è che la mancata crescita dell`Italia dipende solo in parte dalla crisi globale. Noi soffriamo, in realtà, di una malattia congenita molto trascurata, e quasi per niente curata. È da qui che occorre partire per ridare vitalità al Paese. Il problema è che ovunque si guardi, si trovano guasti, che si riflettono poi negativamente sul reddito e sull`occupazione. Guasti mai riparati, che richiedono ora molto impegno perché il sistema riprenda a funzionare.



Sono dieci anni che l`Italia cresce meno degli altri Paesi industrializzati. Di fronte alla concorrenza internazionale la sua produttività non è aumentata, ma diminuita. E ha perso anche attrattività per gli investimenti stranieri: in una classifica stilata dalla Banca mondiale, l`Italia si trova all`ottantesimo posto come Paese in cui convenga aprire, per un`azienda, un`attività (ottenere i permessi, accedere al credito, far rispettare i contratti, rivolgersi a una giustizia efficiente, eccetera. Senza contare i rischi della crimina- lità organizzata).



La crisi, esplosa nel 2011, è anche una crisi di fiducia nella capacità dell`Italia di recuperare il terreno perduto (e in proposito non bisogna dimenticare che circa la metà del nostro debito pubblico, mille miliardi di euro, è in mano a investitori stranieri e pende come una spada di Damode sulle nostre teste: il filo rappresenta la fiducia che viene riposta nel nostro Paese).



Nel loro libro, Abravanel e D`Agnese mettono in evidenza i «tasti rotti» del nostro sistema, in ogni campo. Lltalia è il secondo Paese manifatturiero d`Europa, moltissime imprese sono competitive, ma non bastano per trascinarsi dietro tutta l`economia: in particolare le piccole e piccolissime imprese non posseggono le dimensioni sufficienti per ricerca e innovazione. In generale, la nostra economia si è rivelata incapace di applicare diffusamente anche le tecnologie inventate da altri, e di utilizzare l`enorme potenziale delle tecnologie digitali. Ma ancor più grave è l`incapacità di sviluppare in modo moderno il settore dei servizi, che rappresenta oggi i due terzi dell`economia mondiale, e che ha creato la maggior parte dell`occupazione negli ultimi venticinque anni (con il vantaggio che i servizi sono in gran parte locali, mentre le imprese spesso si delocalizzano). Questa mancata opportunità di sviluppo si calcola equivalga alla perdita di milioni di potenziali posti di lavoro. Il caso del turismo è tipico: il World economic forum ci relega al ventottesimo posto nella competitività (la Francia è al quarto posto, la Spagna al sesto). Siamo considerati i più cari nel rapporto prezzo/qualità.



Ma l`elenco continua, e riguarda anche i comportamenti individuali e collettivi, che avvelenano il sistema: dalla corruzione alle piccole e grandi frodi in ogni campo (per esempio i finti «colpi dì frusta» e i certificati compiacenti fanno sì che le polizze auto costino circa il doppio che in Francia e Spagna) alle pastoie burocratiche, al campo dell`evasione fiscale, dove, tra contenzioni e transazioni, il sistema fa sì che evadere convenga, anche se si è scoperti. E poi la giustizia civile: per la sua lentezza esasperante è considerata tra le prime cause di disaffezione degli investimenti stranieri. Eccetera...



I rimedi? Gran parte di. quelli che propongono Abranavel e D`Agnese non sono particolarmente costosi, anzi. Ma richiedono una vera rivoluzione nei comportamenti. Si possono riassumere, come dice il titolo del libro, in due parole chiave: regole e meritocrazia. E anche educazione. Occorrono cioè regole certe, ma soprattutto occorre che queste regole vengano rispettate e fatte rispettare. E bisogna che il merito sia valorizzato in ogni segmento della società. Se non si mettono gli uomini giusti al posto giusto (questo vale soprattutto per tutto ciò che è pubblico) ogni riforma è destinata al fallimento. La meritocrazia non è solo un valore etico: conviene. Perché i progetti e i programmi si possono realizzare solo se si mettono in campo le persone capaci.



Per questo l`Italia ha bisogno, oltre che di valori condivisi, anche dì eccellenze che possano «fare sistema». In questo quadro la qualità dell`educazione è uno dei pilastri dello sviluppo, sia a livello individuale (una ricerca indica che il reddito di un trentasettenne è correlato ai risultati dei suoi test a quindici anni), che, ancor più, a livello collettivo.



Abravanel e D`Agnese ricordano, in proposito, che Tony Blair indicò tre priorità per lo sviluppo del suo Paese: «educazione, educazione, educazione...». Cìò significa una forte valcnizzazione del merito nella scuola, che riguardi anche gli insegnanti. Non solo, ma gli autori suggeriscono di creare un sistema che selezioni e prepari i migliori laureati (con corsi anche all`estero) per «iniettarli» poi ai vertici della Pubblica amministrazione. E qualcosa che Blair aveva già fatto, sia pure in modo diverso, ed è quello che, in pratica, avviene anche in Francia con le cosiddette «Grandes écoles», come l`«Ecole national d`administration», dalla quale escono i grand commis, destinati all`amministrazione dello Stato e delle aziende pubbliche. E persino alla politica: Francois Hollande, come Ségolène Royal, si è formato proprio all`Ena. Come del resto Chírac, Giscard d`Estaing e tantissimi altri.



Nella Pubblica amministrazione, oltre che nelle aziende private (e persino nell`amministrazione della giustizia) è oggi estremamente importante inserire efficienza, senza la quale non sono soltanto i cittadini a soffrire le conseguenze, ma anche i conti dello Stato (oggi persino tanti soldi «regalali» dai fondi europei vanno perduti per inefficienze e ritardi).



Da tutto questo emerge che il vero problema non è soltanto la crisi, ma il modo di affrontarla. Cambiare si può (se si vuole). Basta appliéare cose che esistono da tempo in altri Paesi (e alle quali sì adeguano rapidamente anche gli italiani che colà vivono: non esiste una «genetica» italiana). Ma è come per il fumo: è difficile smettere di fumare. C`è persino gente che continua a fumare anche dopo che il medico ha mostrato loro le lastre radiografiche. Se non si vuole smettere, però, se ne pagano le conseguenze.



E le pagano anche coloro che sono esposti al «fumo passivo», cioè i giovani che vedono compromesso il loro futuro. Per questo Abravanel e D`Agnese si rivolgono nell`ultima parte del libro proprio ai giovani, che sono la parte lesa di questo crescente avvelenamento. Essi devono rendersi conto che la posta in gioco è molto alta, e che l`Italia non può risolvere i suoi problemi solo cambiando la legge elettorale o fondando un nuovo partito. È bene pensare a tutto questo, quando ogni giorno ascoltiamo l`andamento dello spread e della Borsa.



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