Posizione PD

I giovani ricercatori e le carriere

Fallita la riforma Gelmini ecco le proposte PD per il reclutamento

di Marco Meloni,  pubblicato il 7 giugno 2012 , 1579 letture
Rita Leva Montalcini  La Montalcini giovane ricercatrice negli USA
A 15 mesi dall’entrata in vigore della legge 240 è possibile tracciare un bilancio fallimentare per il percorso di reclutamento disegnato dalla “riforma”.
L'analisi quantitativa dei bandi da Ricercatore a Tempo Determinato (RTD) emanati dalle università dimostra che queste hanno attivato in modo pressoché esclusivo i non impegnativi contratti di tipo “a”, mentre il numero di bandi per i contratti di tipo “b” resta irrilevante.
Le principali cause di questo fallimento sono due: la pretesa di riformare il sistema universitario in condizioni di progressivo de finanziamento, che ha impedito agli atenei di programmare un numero adeguato di impegnative posizioni "con tenure" destinate a trasformarsi in posti da professore associato; i potenziali conflitti fra i nuovi RTD e i Ricercatori a Tempo Indeterminato messi ad esaurimento, acuiti dai ritardi nello svolgimento del reclutamento straordinario di professori associati.
Al momento, la complessità dell’attività di programmazione sta bloccando i processi di reclutamento, e la confusione è massima, tra compresenza dei Ricercatori a Tempo Determinato di tipo a) e b), norme transitorie che consentono ai vecchi precari di accedere direttamente ai contratti di tipo b), reclutamento straordinario di professori associati, possibili chiamate dirette destinate agli attuali ricercatori a tempo indeterminato, concorsi che consentono l'accesso diretto alle posizioni di professori.
L’abolizione della figura del Ricercatore a Tempo Indeterminato richiederebbe invece l’introduzione di meccanismi di tenure track realmente funzionanti, per gestire i flussi contemporanei verso la posizione di professore associato degli attuali Ricercatori a Tempo Indeterminato e dei nuovi ingressi, allo scopo di offrire concrete prospettive di carriera ai primi senza creare tappi o periodi di chiusura del reclutamento di nuovo personale.
Proposte 1) Concentrazione di tutte le figure post-doc in due tipologie a) Un Contratto unico di ricerca, di natura subordinata e a causa mista, di durata minima annuale (e massima quinquennale) dotato di tutte le garanzie riconosciute agli altri dipendenti delle università (ferie, maternità, previdenza) e del diritto all’accesso alle stesse forme di sostegno al reddito rivolte ai lavoratori precari nel resto del mondo del lavoro. I titolari di Contratto unico di ricerca dovrebbero avere il diritto di ricevere e gestire fondi di ricerca e dignità e prestigio pari ad analoghe posizioni all'estero. Il contratto unico di ricerca dovrebbe applicarsi agli attuali assegnisti, agli attuali contratti a TD di tipo a) e ai vincitori di bandi nell'ambito di specifici programmi di ricerca di alta qualificazione finanziati dall'Unione Europea o dal MIUR, per i quali devono valere le regole di chiamata specifiche relative ai profili richiesti per ciascun progetto.
b) Professori junior in tenure track: i percorsi a Tempo Determinato, a cui si accede attraverso valutazioni comparative, devono prevedere fin dall'inizio un meccanismo di tenure track ed impegnare gli atenei a offrire al titolare dei contratti la possibilità di arrivare, previe periodiche valutazioni favorevoli, all'inserimento stabile nei ruoli universitari, attraverso un meccanismo di accantonamento progressivo e scaglionato nel tempo delle risorse necessarie all'inserimento finale nel ruolo di professore associato. 2) Sbloccare le risorse per i giovani e separare reclutamento e avanzamenti: intervenire sulle regole di distribuzione delle risorse fra posizioni a TD, associati e ordinari contenute nella legge 240/2010, per investire sui nuovi ingressi ed evitare un blocco "de facto" del reclutamento che innalzerebbe ulteriormente l'età media del corpo docente più anziano d'Europa.
3) Investire sulla mobilità. Ad oggi l'unico sostegno alla mobilità è rappresentato dalle disposizioni "anti inbreeding" contenute nella legge 240, che impongono a ciascuna università statale di vincolare le risorse corrispondenti ad almeno un quinto dei posti disponibili di professore di ruolo alla chiamata di esterni. Si tratta di una norma ancora numericamente insufficiente, che curiosamente non si applica alle posizioni iniziali delle carriere (quelle da RTD). Pur tutelando le situazioni degli studiosi che hanno compiuto notevoli investimenti professionali e si trovano in età nelle quali non sempre può essere agevole essere costretti a spostarsi, per il futuro occorre estendere progressivamente l’efficacia delle disposizioni anti inbreeding puntando verso un sistema di tipo tedesco, impedendo lo svolgimento di tutta la carriera sempre nella stessa sede. 4) Bandi nazionali per posizioni post-doc e di "tenure track" che offrano ai vincitori il budget economico e i fondi di ricerca, lasciando loro la possibilità di scegliere in autonomia l’ateneo presso il quale svolgere la propria attività (escluso l’ateneo di origine), consolidando il budget legato alla posizione nel FFO. Tale iniziativa sarebbe in grado di contemperare l'autonomia universitaria con lo svolgimento di procedure nazionali, contribuirebbe a scardinare il localismo delle carriere e costituirebbe un elemento di competizione fra atenei, che sarebbero incentivati a costituire strutture e contesti in grado di attrarre i vincitori dei bandi nazionali.
5) Restituire opportunità di carriera al personale universitario: abilitazioni e piano straordinario per gli associati. Si tratta di un tema transitorio, ma di estrema rilevanza per l’attuale personale docente e ricercatore. Da troppi anni, prima nell'attesa della riforma e poi a causa dei ritardi nella sua attuazione, le procedure concorsuali per gli avanzamenti di carriera sono di fatto bloccate. Si deve quindi porre fine ai ritardi nell'emanazione dei provvedimenti necessari per l'avvio delle abilitazioni nazionali e accelerare l'attuazione del piano straordinario per la chiamata di professori associati previsto dalla legge 240 (che è opportuno sia esteso di un anno, con un investimento di ca. 100 mln di euro in più).
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commenti

#3  Alberto Rotondi, 3/1/2013

La riforma Gelmini e i tagli di bilancio inseguono riforme epocali e intanto stanno distruggendo l'Universià, per i motivi descritti bene nell'articolo Qualunque riforma, e condvido i punti elencati, deve tenere conto che intanto l'Università deve funzionare. La cosa più urgente è sbloccare l'ingresso di nuovi ricercatori bravi, per dare ossigeno al sistema, che ha un turn-over praticamente fermo da 8 anni, alleviato solo dai pochi bandi dei fondi Mussi, istituiti dal governo Prodi proprio per questa ragione. Stiamo preservando i vecchi e rottamando i giovani. La prima cosa da fare è cercare di salvare questa generazione di 35-40 enni che è in attesa di concorsi per entrare nel sistema. Accanto a questi provvedimenti di urgenza si deve prcedere alla correzione della legge esistente, tenendo presente che la stratificazione di leggi e regolamenti ha di fatto paralizzato e sta distruggendo l'Università. Semplificare, semplificare, semplificare. Basta concorsoni, mettiamo le Università ed i DIpartimenti in concorrenza tra loro e liberalizziamo gli accessi, premiando il merito. DImostriamo che anche il sistema pubblico sa essere efficiente.

#2  Giuseppe Grazzini, 15/6/2012

Potrei condividere le proposte se il tema fosse solo quello di assumere persone. C'è un aspetto dimenticato che è legato all'obbiettivo dell'assunzione: fare ricerca. I finanziamenti non sono per far campare qualcuno ma per acquisire strumenti di lavoro, spesso per mettere su un laboratorio. La prospettiva di spostarsi da un Ateneo ad un altro avrebbe senso se tutti avessero le stesse attrezzature, cosa impensabile, o quantomeno laboratori funzionanti a prescindere dal ricercatore nomade, cosa ancora fuori della realtà italiana. La cooptazione in un gruppo di lavoro è un modo serio di far lavorare le persone ad un progetto di ricerca se si valuta seriamente gli investimenti fatti e la loro utilizzazione. La ricerca non è frutto del "genio" isolato, ma di lavoro di squadra. Come si pensa di agevolare la formazione di gruppi di ricerca?

#1  Alberto, 13/6/2012

Nonostante le proposte qui presentate abbiano diversi meriti, rimane secondo me una grande ingenuità che potrebbe portare, come aimè sta già avvenendo, gravi paradossi: si ragione come se si partisse da un tempo 0! Purtroppo non è così, i ricercatori di tipo a sono circa il 90% e questi non sono proprio di primo pelo ma hanno nella stragande maggioranza dei casi anni di precariato alle spalle con assegni e contratti vari. Il paradosso dell'attuale sciagurata riforma vuole che se questi vincono l'abilitazione non possono accedere ad una stabilizzazione, ma devono aspettare un contratto di tipo b e se va bene vedranno finalmente la luce nonostante fossero sopra la "mediana" già da tempo. Se però i tempi per questi passaggi non sono velocissimi (scenario più probabile) l'abilitazione dei poveri anziani precari scadrà (dura solo 4 anni) e dovranno iniziare tutto d'accapo.. se sono ancora vivi ed hanno ancora qualche scampolo di forza. La prima cosa da fare è permettere ed incentivare l'assunzione dei tipo a o di chiunque abbia alle spalle + di 3 anni di precariato e si sia abilitato. Senza questo, verrebbe riperpetrata l'ennesima cieca ingiustizia

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