Se ho capito bene, le primarie di Bersani sono il suo buscar el Levante por el Poniente. Un giro lungo e avventuroso che ci dovrebbe portare a sbarcare (finalmente) Di Pietro e ad issare a bordo una parte significativa di quella che con una parola un po’ logora viene chiamata area moderata. L’obiettivo di una legislatura costituente consentirebbe di celebrare alleanze sulle regole pronte a diventare virtuose complicità di giochi. Il tutto dovrebbe essere accompagnato, si spera, da un largo consenso di popolo.
L’operazione, secondo me, ha un senso. Ha un merito. E ha un rischio.
Il senso consiste nell’ancorare la strategia del Pd a un progetto di governo. Ci si propone di guidare il paese in base alle sue necessità e non solo alle nostre convinzioni. Non siamo la parte che confida nel collasso dell’altra parte. Siamo un ragionevole tentativo di interpretare l’interesse generale, il paese nel suo insieme, il superamento delle sue attuali parzialità. In altre parole, noi ci poniamo come l’aspirazione a ricomporre politicamente alcune delle fratture che hanno diviso e allontanato gli italiani gli uni dagli altri. Detta così, sembra quasi una predica. E invece si tratta di un ragionevole progetto politico.
Il merito consiste nel collocare quel progetto di governo più vicino al naturale baricentro del paese. Se finora non abbiamo intercettato i voti in uscita dal calderone forzaleghista è stato anche perché quel mondo ci ha visto appunto come il suo rovesciamento, come l’altra metà del cielo. Se invece proviamo a ridisegnare i nostri confini, e piantiamo qualche paletto verso alcuni che stanno alla nostra sinistra e togliamo un po’ del filo spinato verso i cittadini che stanno dall’altra parte, possiamo confidare in un consenso più largo e di maggior respiro.
Il rischio, infine, consiste nel fatto che questo disegno è ancora troppo criptico, continua ad avere troppe zone d’ombra. Se l’intenzione è quella di arrivare a formare una (piccola) "grande coalizione", forse è bene dirlo – da una parte e dall’altra. So bene che alcuni tra i progressisti considerano l’alleanza con i moderati come un freno al dispiegamento della propria vocazione innovativa. E so che per molti moderati il rapporto con la sinistra somiglia a un’avventura. In fondo noi oggi stiamo facendo i conti con tutte quelle reciproche insofferenze che ebbero la loro parte negli anni settanta nel decretare la fine della politica di solidarietà nazionale. Ma forse proprio il tempo che da allora è passato (e che si è perso) dovrebbe indurci ora ad allungare il passo e a non dissimulare il traguardo.
Mi permetto di insistere. Questo paese non regge un governo monocolore. Ha bisogno di un compromesso, di una migliore organizzazione della convivenza tra i diversi. È un’illusione pensare che lo si possa tirare fuori dalla crisi scommettendo sull’unilateralità delle soluzioni politiche in campo. Occorre arrivare a un governo che abbia una comune idea sull’Europa e sulla sua crisi. Ed è probabile che quella idea comune la si metta meglio a fuoco buttando sottosopra le idee apparentemente diverse su cui destra, centro e sinistra hanno piantato le loro bandierine.
Bersani ha alzato la sua asticella chiamando in causa milioni di persone e accettando il loro verdetto. È stato un gesto di coraggio, ai confini con la temerarietà. Ma la democrazia non è una routine, e un certo grado di ardimento fa parte del suo codice. Ora però a tutti quegli elettori che stiamo chiamando in causa dovremo svelare i nostri piani, senza nessuno degli arcana imperii che la nostra prudenza è solita coltivare. Davanti a noi non c’è l’impero e non ci sono i suoi arcani. In compenso c’è forse - forse - una plausibile risposta alla domanda di novità. (E se Di Pietro dà tutt’altra risposta, tanto meglio).