«Così come è giusto che la minoranza cerchi di affermare le proprie posizioni e quindi faccia la minoranza è anche giusto riconoscere le posizioni della maggioranza». Marina Sereni, vicepresidente dell'Assemblea nazionale Pd il giorno dopo, davanti alla lettura dei quotidiani, non nasconde l'amarezza per come sono andate le cose sabato scorso. «Tutti dobbiamo farci carico di costruire una visione collettiva, questo si aspettano da noi gli elettori e questo è il nostro compito».
Sereni, eppure la visione collettiva è stata soppiantata dalla bagarre sui diritti civili.
«Mi dispiace quello che è successo perché l'Assemblea fino a quel momento è stata caratterizzata da un confronto sui contenuti: alleanze, Europa, Italia. La nostra ambizione era quella di partire dai problemi del Paese e di rendere evidente il passaggio tra questa esperienza di Monti e quello che dovrà accadere dopo le elezioni del 2013. È evidente che tutto questo rimane perché l'amplissimo consenso alla relazione del segretario e i tantissimi contributi sono il vero risultato politico anche se si è parlato soprattutto delle polemiche».
Perché siete arrivati a questo punto, non era possibile un'altra soluzione, per esempio il voto sugli o.d.g?
«Attenzione, anche sul tema dei diritti c'è stata una posizione unitaria. Il documento sui diritti presentato dal Comitato, che ha lavorato per oltre un anno, è stato approvato con centinaia di voti favorevoli e soli 38 voti contrari. Vorrei che a tutti, a partire dagli elettori e i lettori de l'Unità, fosse chiaro da dove eravamo partiti. Fu proprio l'Assemblea, lo scorso anno, a dare mandato alla Comitato di approfondire questi temi, con una indicazione chiara: il documento finale non sarebbe dovuto essere un testo legislativo ma di cultura politica. I membri del Comitato, giuristi, filosofi, medici, politici, si sono confrontati a lungo su temi delicati, come il fine vita, la fecondazione, i diritti delle coppie di fatto e soprattutto su quest'ultimo tema abbiamo fatto una discussione molto approfondita. Il documento finale al quale siamo arrivati è molto ricco, ci si sono si sono riconosciute persone di culture profondamente diverse. Dico questo perché non accetto le accuse di una discussione sbrigativa».
Ma già nel Comitato c'era chi non condivida il documento finale. Non era chiaro fin da allora che il problema sarebbe eploso?
«È vero, alcuni non si sono pienamente riconosciuti in quel testo e infatti il giorno prima dell'Assemblea han- no presentato un loro contributo - parlo di Cuperlo, Concia, Pollastrini - che non era affatto alternativo. Mi rammarico perché con un maggiore lavoro sul documento del Comitato avremmo potuto accogliere prima l'arricchimento ulteriore arrivato soltanto alla vigilia dell'Assemblea. Sabato di fronte al loro documento abbiamo proposto all'Assemblea di sottoporre al voto il testo del Comitato assumendo anche il contributo Cuperlo-Pollastrini e rinviare tutto ad una ulteriore sede, la direzione nazionale del partito a settembre, con una sezione dedicata solo ai diritti civili. Questa è stata la nostra proposta e questa è stata votata».
Marino, e non solo lui, non la pensano così. Vogliono posizioni chiare.
«Noi abbiamo ben presente che su questi temi non bisogna mai smettere di confrontarci con il massimo rispetto per le posizioni tutti. Io ritengo quello del Comitato un buon documento, sono disposta ad ulteriori arricchimenti, ma non posso accettare l'accusa di una gestione autoritaria dell'Assemblea. Mettere ai voti un ordine del giorno del senso contrario a quello appena approvato è una contraddizione. Questa è una negazione delle regole della democrazia. Nel documento il Pd si è impegnato a trovare una soluzione legislativa che riconosca le unioni civili, anche omosessuali e in questo non mi sembra ci siano ambiguità».