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Il nostro federalismo

La riflessione di Vasco Errani sul nuovo numero di tamtàm democratico "Il Nord dopo la Lega"

di Vasco Errani,  ,  pubblicato il 2 agosto 2012 , 321 letture
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È presto per fare un’analisi, a maggior ragione storica, del fenomeno Lega. Tanto più ora, con la crisi del nuovo partito di Maroni e la nuova discesa in campo dell’ex alleato. Un dato però è sotto gli occhi di tutti: l’ambizione – giusta o sbagliata che fosse – di rappresentare e far governare il Nord del Paese è fallita. Quell’idea ideologica e separatista del Nord come eccellenza produttiva contrapposta all’arretratezza parassitaria della capitale e soprattutto del Sud non ha innovato le istituzioni, non ha portato efficienza, non ha dato impulso all’economia e al lavoro. E il blocco Lega-Forza Italia e destra che su quell’idea ha fondato la sua identità non ha fatto gli interessi né del Nord né del nostro Paese...

Perché l’Italia, in questa complessa realtà non può (e non potrà) essere guidata facendo leva su un gruppo di regioni sopra il Po animate da uno spirito di rivincita e di rivalsa nei confronti di un apparato statale pesante e burocratico identificato con “Roma ladrona”. È giunto il momento allora di affermare con nettezza che con l’armamentario ideologico molto mediatico messo in campo dalla Lega ad uso di Berlusconi, il centrodestra non ha saputo governare e riformare il Paese. Anzi, lo ha messo in crisi ulteriore, e fatto arretrare. E in vent’anni non ha nemmeno saputo fare il federalismo, che è il core business della Lega, la sua ragione d’essere.

Quel po’ di federalismo che c’è è merito prima di tutto del governo di centrosinistra che, pur con maggioranze non ampie, ha comunque riformato il Titolo V della Costituzione imboccando la strada giusta e, ricordiamolo, con un disegno bipartisan uscito da una commissione bicamerale e condiviso con le Autonomie locali. E poi dell’ostinata battaglia che hanno condotto in questi dieci anni le Regioni, i Comuni e le Province.

Il federalismo, come la questione del Nord produttivo, è stato dall’inizio sventolato dalla Lega in chiave separatista e demagogica. In questa stessa chiave, poi, è stato bocciato dagli italiani al referendum sulla devolution ed è naufragato: hanno capito che era uno strappo irresponsabile. Bisogna ricordarsi quegli anni. Di fronte (e in opposizione propagandistica) alla riforma del 2001, che fu invece confermata da un referendum popolare, abbiamo speso anni a rincorrere proclami, annunci e testi cosiddetti di riforma nati di volta in volta sui campi di Pontida, declamati in Tv, scritti da quattro amici in una baita di Lorenzago. Il federalismo è stato per anni sequestrato dalla trattativa interna alla Casa delle libertà.

E in questo scambio di merce, ne abbiamo sentite di tutti i colori: dalla scuola in dialetto, alle ronde, al nuovo corpo di polizia (il sesto) regionale che avrebbe garantito la sicurezza dei cittadini più degli altri cinque. Salvo poi vincere le elezioni con la promessa di abolire l’unica tassa federalista che era l’ICI, tagliare i soldi trasferiti e accentrare a Roma funzioni e poteri (hanno ricreato perfino un ministero, quello del Turismo, con competenze esclusivamente regionali). Rivendico il lavoro svolto dalle istituzioni locali perché nel solco della riforma del 2001, le Regioni e le Autonomie locali hanno continuato ad impegnarsi con una visione che coniugava responsabilità e solidarietà, poteri delegati e forte coesione nazionale. Non è stato facile tenere insieme il Nord e il Sud, le Regioni governate dai partiti di Governo e quelle guidate dai partiti di opposizione, le Regioni e i Comuni.

Voglio aprire qui una parentesi. In Emilia-Romagna, approvata la riforma costituzionale e fino al 2005, abbiamo attuato un processo di riorganizzazione federalista coerente con il nuovo Titolo V, adeguando il “sistema Regione” alle nuove competenze e stringendo con le istituzioni locali un “patto” per il federalismo che ha rafforzato un modo di governare vicino alle realtà dei territori, capace di sollecitare la collaborazione e la partecipazione di tutti i soggetti pubblici e privati. Così è stato per la riforma dell’assistenza, per le leggi sulla polizia locale, sulla scuola, sull'immigrazione, sull’organizzazione della sanità, sulla difesa del suolo. La legge sul patto di stabilità regionale approvata alla fine dello scorso anno è l’ultima dimostrazione di come sia possibile governare con la collaborazione di tutte le istituzioni e con atti di solidarietà, di sistema, frutto di una condivisione di obiettivi.

Per costruire uno Stato più semplice (non più ristretto) e vicino ai cittadini, che chiede risorse in cambio di servizi e di opportunità, che garantisce uguali diritti a chi ha e a chi ha meno, a chi abita nelle aree più avanzate e a chi no. E non è che il centralismo regionale sia migliore di quello statale! Ma noi lo abbiamo evitato. Perché resto convinto che il centralismo sia un modo vecchio e inadeguato per rispondere ai problemi sociali, alle necessità dei territori e della competitività del sistema produttivo, ai bisogni dei cittadini. Oggi, non sessant’anni fa. A Roma come a Bologna. E che – come dimostra anche il lavoro fatto in Emilia-Romagna – sia possibile costruire un federalismo solidale e cooperativo.

Accantonati i propositi di devolution che ci hanno fatto perdere un bel po’ di anni, possiamo dire che con la legge delega sul federalismo fiscale del maggio 2009, la 42, siamo arrivati a scrivere un punto fermo e condiviso, grazie al contributo sia della commissione parlamentare che delle Regioni. Quella legge presenta molti tratti positivi, che ricordano – come ho avuto modo di sottolineare anche nelle sedi ufficiali – il progetto del Governo Prodi. Penso ad alcuni principi, di progressività fiscale, di equità di trattamento tra Nord e Sud, tra piccole e grandi Regioni.

Su quella legge sarebbe stato possibile costruire un nuovo patto unitario per il Paese, superando il centralismo sprecone e inefficiente. Ma di cosa parliamo se sono anni che, a fronte della legge e degli otto decreti che nel frattempo sono stati approvati, si tagliano risorse? Risorse legate, beninteso, alle stesse competenze che sono state trasferite alle Regioni! Anche con i decreti attuativi si è proceduto a strappi, senza una visione d’insieme organica e con decisioni incoerenti perché di volta in volta centraliste. Il federalismo fiscale è fermo. L’IMU è in gran parte sequestrata dal bilancio dello Stato; della sanità si occupano le Regioni ma a tagliare i posti letto ci pensa il Governo e in tre anni – mentre noi si discuteva di attuare il federalismo fiscale – sono venuti meno 20 miliardi. Di cosa parliamo se dal 2012 al 2014 saranno tagliati quattro miliardi e mezzo in sanità e un miliardo e settecento milioni ai trasporti? Due mesi fa ponemmo noi il problema della revisione della spesa, disponibili – Regioni e Autonomie locali – a fare uno sforzo per scegliere insieme dove contenere i costi senza però colpire ancora una volta i servizi, la sanità, l’istruzione.

E poi è arrivata la spending review. Va bene la riorganizzazione della spesa, ma con questi tagli il servizio sanitario pubblico non regge. E lo dico anche per le regioni dove quel servizio è efficiente e i conti sono in ordine. Ma, allora, di che cosa parliamo? Federalismo demaniale (il primo decreto, mai attuato), fabbisogni e costi standard, autonomia tributaria, sanzioni e premi per Regioni ed Enti locali, perequazione e rimozione degli squilibri: basta leggere i titoli dei decreti per capire che oggi non c’è spazio per riprendere il cammino del federalismo fiscale con gli altri decreti ministeriali e regolamenti necessari.

La verità è che la costruzione di uno Stato federalista, fondato sul principio di responsabilità della spesa e sulla solidarietà nazionale, è un processo complesso e delicato che non era nella volontà e nelle capacità dei Governi di centrodestra, privi di una visione generale del bene dello Stato e dell’interesse generale. Ma è un processo strettamente legato alla riforma dello Stato (a cominciare dalla fine del bicameralismo perfetto) e ad un’idea di lungo respiro delle istituzioni e della società che non può essere attuato da un Governo tecnico.

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