Fare l’Europa, fare gli Europei: i compiti dell’Italia e dei democratici
pubblicato il 3 agosto 2012 , 527 letture
Marco Meloni a Italia 110


Anche a qualche mese di distanza, mi sembra importante, riprendendo il senso delle considerazioni che introducevano i lavori e ne descrivevano gli obiettivi, rimarcare il prezioso clima di cooperazione che il Partito Democratico di Bruxelles ha creato nella costruzione di questo incontro e ringraziare tutti i partecipanti per il loro impegno e i loro contributi.
 Il 2012 è un anno decisivo per l’Italia. Non siamo ancora certi di essere davvero usciti dall’incubo, dall’oscurità degli ultimi vent’anni, ma quantomeno stiamo riprendendo ad analizzare cosa è stato il nostro Paese in questo non breve periodo; quali i suoi limiti e i problemi strutturali che si sono incancreniti terribilmente. E soprattutto, ci interroghiamo su cosa possiamo fare per riportarlo ad esercitare il ruolo che gli compete. Ritrovarsi a Bruxelles per discutere di politica italiana ed europea ha una serie di signi- ficati anche simbolici. Ne segnalo tre. Il primo: l’Italia della seconda Repubblica si è chiusa nel suo guscio, ha dimenticato, insieme al suo futuro, il suo ruolo e le sue relazioni col mondo. E ha costruito meccanismi di interazione con i suoi talenti del tutto distorti, come viene da pensare guardando all’e- sperienza di ciascuno di voi, all’evidente volontà di costruire meccanismi di cooperazione, integrazione, partecipazione al progetto di ricostruzione e riscatto del nostro Paese. Ecco dunque il primo significato: è giunto il tempo di ricostruire un clima di normalità e di co- stante collegamento, continuità e interscambio tra le persone che esprimono il loro talento operando, più o meno liberamente, una scelta tra le diverse opzioni di relazione con l’Italia: viverci, studiare e lavorarci, stare all’estero mantenendo una connessione con la sua realtà scientifica, sociale e politica. Vi è un secondo aspetto da sottolineare: l’Europa non è “estero”. L’Europa è il nostro cortile domestico, il nostro spazio politico: lo è da tempo, ma finora lo è stato quasi esclu- sivamente per le élites politico-istituzionali che hanno retto le “politiche europee”, in realtà incidendo enormemente sulle politiche nazionali, ma senza che ciò passasse per la con- sapevolezza diffusa dei soggetti politici né tantomeno dei cittadini. Il necessario cambio di marcia di cui ha bisogno l’Italia è anche portare, ciascuno nel proprio ambito politico e istituzionale, nello spazio della discussione pubblica e delle scelte democratiche le deci- sioni strategiche sulle politiche europee, la cui attuazione è poi intimamente connessa, per la loro natura, con quelle interne. Lo ha fatto, ad esempio, il Parlamento italiano quando, a gennaio, ha approvato un ordine del giorno sull’Europa, nel quale si sottolineavano gli impegni del governo per il negoziato in sede europea e la successiva ratifica del Trattato sul fiscal compact. Un fatto molto positivo, perché si tratta di un documento pieno di sostanza, legato alle modalità con cui l’Europa può superare la crisi che sta attraversando e contemperare al meglio l’esigenza della stabilità e quella della crescita economica e del rilancio dell’occupazione. Questo processo ha portato a due impegni molto significativi, approfonditi nei mesi successivi. Il primo è il vincolo del pareggio di bilancio, attraverso cui si rappresenta plasticamente l’idea che tutte le principali parti politiche assumono l’impegno a politiche di stabilità e di responsabilità verso le nuove generazioni. È un principio che abbiamo violato molto spesso, come sappiamo. Il secondo punto è che il processo europeo si può sviluppare solo se l’Europa completa il percorso verso l’unione politica: un obiettivo ineludibile che però può essere raggiunto solo con il consenso dei cittadini europei. Cosa significa sentirsi cittadini europei? Finora, abbiamo vissuto l’Europa come vincolo esterno, come un dispensatore di ricette “salvifiche”, tutto sommato da sopportare perché ci aiutano ad esentarci dai nostri peccati nazionali. Siamo stati in questa dimensione per tanti anni ed è giunto il momento di imprimere una svolta. Adesso, non tra dieci o vent’anni. Adesso, nel 2012. Ed è qui, nella costruzione della cittadinanza europea, il terzo significato di questo incontro. Tutto parte dalle scelte “di senso”, dalla necessaria riscoperta del disegno dell’Europa unita come missione della nostra generazione, analogamente a ciò che la costruzione dell’Europa dell’integrazione funzionale è stata per quelle del secondo dopoguerra, e la realizzazione dell’Unione economica e monetaria per quella successiva, al governo negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Una svolta che deve dunque partire dai temi di cui ci si deve occupare maggiormente a livello comunitario: accelerare i processi di integra- zione economica, finanziaria e del mercato interno, e intensificare una cooperazione che porti molte politiche di settore a essere governate a livello europeo. Quando parliamo di welfare, istruzione, mercato del lavoro, difesa, dobbiamo comprendere che si deve arrivare a governarli, pur nel rispetto del principio di sussidiarietà, in maniera condivisa a livello europeo. E dobbiamo comprendere che il salto di qualità passa per un ingente incremento delle risorse governate attraverso il bilancio comunitario e per l’esigenza inevitabile che le scelte siano adottate secondo meccanismi effettivamente democratici. Perché ciò sia possibile concretamente è necessario poter affermare che esiste uno spazio pubblico europeo, un’opinione pubblica formata da cittadini. Di queste questioni – prospettive economiche, Europa politica, democrazia e quindi cittadinanza – abbiamo discusso nella prima parte della conferenza. E proprio la cittadi-nanza europea è una delle chiavi di lettura anche della seconda parte: parlare di istruzione e di mobilità dei ricercatori significa infatti parlare del fatto che noi, insieme alle questioni che si muovono con i tempi della politica, abbiamo il compito essenziale e non più rin- viabile di costruire i cittadini europei. E i cittadini europei si costruiscono perché vivono normalmente, nella loro esperienza di vita, la possibilità di studiare all’estero, di interagire con ricercatori e con studenti che vengono in Italia: e noi italiani, su tutte queste cose, sia- mo drammaticamente indietro. I numeri di cui tenere conto sono tanti. Partiamo dal fatto che in Italia viene a frequen- tare l’università, ma anche corsi di alta specializzazione e dottorato, una percentuale di studenti estremamente bassa: un quinto della media europea. Le ragioni sono varie, sono legate anche alla qualità del nostro sistema, ma anzitutto dipendono dalla lingua. C’è poi il problema della mobilità in uscita: quanti tra i nostri ragazzi partecipano al programma Erasmus? Noi parliamo spesso della “generazione Erasmus”, ma nel 2009-2010 in Italia sono stati appena 21.000, uno su cento, gli studenti universitari che hanno preso parte al programma. Inoltre, la frequenza è doppia al Nord rispetto al Mezzogiorno. Un nostro obiettivo prioritario deve quindi essere moltiplicare questo numero, dare una scossa positi- va alla mobilità studentesca, e rendere il nostro sistema di formazione superiore integrato con quello europeo. Un sistema maggiormente aperto e capace di accogliere in maniera semplice i ricercatori. Ci sono norme che lo impediscono e che devono essere superate; dobbiamo adottare misure che abbiano l’obiettivo di portare tutti gli studenti italiani a fare, dal liceo fino alla fine dell’università o del dottorato, almeno un periodo di esperienza e ri- cerca allestero; ci devono essere corsi universitari, in proporzione sempre maggiore, tenuti in lingua inglese, perché è la cosa più semplice e più normale, non certo per una volontà di abbandonare la lingua italiana. Allo stesso tempo, è fondamentale modernizzare il mercato del lavoro e la pubblica amministrazione portandoli a livello “europeo” (aggettivo con cui ormai indichiamo correntemente un livello di efficienza e di semplicità superiore a quello che abbiamo la capacità di assicurare), per riaprire la porta d’ingresso anche alla professionalità dei giovani, italiani e non. Dei giovani veri, per inciso. La sindrome per cui crediamo si possa essere giovani fino ad oltre i 40 anni è frutto, più che di un concetto “troppo elastico” delle gene- razioni, della nostra organizzazione sociale, che negli ultimi decenni ci ha spinto a spostare troppo in avanti tutte le scelte professionali e di vita. Su questi temi le norme giuridiche possono agire solo in parte: il contributo essenziale deve venire soprattutto dalla cultura, dal clima generale del Paese, dalla capacità diffusa di prendere sul serio i nostri problemi e di aggredirli sul piano sociale. La privazione di diritti vissuta da intere generazioni riguarda da molto vicino i giovani ricercatori: basti pensare che persino l’affermazione di un concetto che dovrebbe essere del tutto ovvio, ovvero che il lavoro nella ricerca deve essere adeguatamente remunerato, in Italia non è per nulla scon- tato, ma richiede un impegno, una vigilanza, una mobilitazione costanti. Una svolta in questo senso è un bisogno del Paese e degli stessi attori politici, perché se vogliamo costruire la democrazia europea e pensiamo che il nostro interesse sia cedere sovranità per acquisire una sovranità più ampia, fondata su una visione comune e sulla Meloni corresponsabilità, abbiamo bisogno dell’appoggio dei cittadini e dell’opinione pubblica, in un processo partecipativo e dialogico. Se vogliamo pensare all’Europa come attore politico globale, dobbiamo essere consapevoli che il problema non si esaurisce affatto nel parlare una sola lingua (al contrario, conciliare una “lingua franca” con il multilinguismo è una delle peculiarità europee): è necessario che ci siano degli attori politici al livello delle sfide odierne. Si tratta, per noi, di una questione fondamentale, anche perché il Partito Democratico ha una identità distintiva non integralmente risolta in quella del Partito Socialista Europeo: perché questo non sia un freno, un limite, ma una ricchezza capace di portare modernità e innovazione negli ideali, nelle proposte politiche e nelle forme organizzative delle forze del riformismo democratico europeo, dobbiamo cimentarci sul terreno della politica. Il compito cruciale è dunque adeguare l’organizzazione della nostra comunità po- litica per riformare profondamente, rilanciandolo, un modello sociale nel quale vale ancora la pena di scommettere. Ecco la nostra sfida: costruire, in un mondo completamente cambiato, l’Europa che abbiamo sognato vent’anni fa: il posto più bello dove vivere, uno spazio di crescita, compe- titività e coesione, la casa comune del welfare, dell’istruzione e dello sviluppo. Ci siamo resi conto che la dimensione dei nostri apparati pubblici, dei nostri Stati, se non viene adeguata e aggiornata, rischia di rendere un’illusione nominalistica la presenza di un welfare efficien- te e funzionante. Abbiamo davanti a noi, quindi, non l’inevitabilità di uno smantellamento, ma la vera alternativa: crescere con un livello che ci consenta di mantenere questi sistemi. Questo è “il” grande tema per il centrosinistra, per i democratici e per i socialisti, sul quale dobbiamo disegnare il nostro percorso e elaborare le nostre proposte. La sterile contem- plazione di un passato nel quale il nostro benessere si reggeva su equilibri globali del tutto mutati non è una prospettiva per il futuro. A un certo punto, qualcuno si deve chiedere chi paga: non è solo una questione di risorse, è anche una questione di equità, di opportunità, di merito. La nostra società bloccata è esattamente ciò che impedisce, appunto, ai giovani di pensare di poter valere per le loro capacità e impedisce di costruire un sistema di garanzie di base che faccia sì che il lavoro sia allo stesso tempo occasione di sviluppo per la persona e sia legato alle condizioni economiche attuali. In questi due anni con il progetto Italia110, nel quale si inserisce la conferenza di Bru- xelles, abbiamo realizzato numerosi appuntamenti: un tour delle università italiane, una giornata a Roma che ha coinvolto centinaia di ragazzi per discutere dell’Italia da (ri)costruire, seminari su mobilità e innovazione. L’idea di fondo da cui siamo partiti è che i luoghi di elaborazione del sapere e di diffusione della cultura, di attivazione della ricerca sono anche i luoghi decisivi in cui si pensa e si “fa” un’Italia lungimirante e coraggiosa. Un modo per affermare la necessità per la politica di riconciliarsi con la società, con la cultura, con quella competenza fondamentale per tessere un filo comune tra tecnica e politica. Solo la politica, infatti, può trovare una strada per il futuro, disegnare uno scenario in cui le istituzioni siano pienamente legittimate e capaci di affrontare i difficili tempi che ci attendono. Ma solo una politica competente, fatta da persone con un livello di preparazione all’altezza delle sfide, può assolvere a queste funzioni. Veniamo da stagioni nelle quali le scelte compiute dagli attori politici non sono state adeguate e la qualità delle proposte e del personale politico che esprimono non sempre è all’altezza dei problemi. Bisogna tenere presente questo punto, anche in senso autocritico, perché si tratta di uno dei punti centrali della crisi della nostra democrazia e della capacità delle istituzioni di essere lette dai cittadini come spazio della rappresentanza, cioè come luogo in cui essi esercitano i diritti democratici, affidando la responsabilità a soggetti che prendono le decisioni migliori per la collettività. A Bruxelles abbiamo cercato di mettere insieme studenti, ricercatori, centri di studio e think-tank formati da persone che fanno politica in diverse città europee, che fanno poli- tica nel Partito Democratico e nella “capitale” d’Europa. La dimensione politica europea richiede un cambio di marcia nella vita dei partiti, così come nell’azione parlamentare. Iniziative come questa, nelle quali si discute di temi e si elaborano proposte che poi ispira- no interventi di natura legislativa e politica articolati nei diversi livelli di governo, devono moltiplicarsi. Di più: devono diventare il modo ordinario di organizzare la nostra attività, la “nuova normalità” della politica. È in quest’ottica che, dopo averle discusse nel corso della conferenza di Bruxelles, abbiamo presentato le proposte del PD sulla circolazione degli studenti e dei ricercatori (che riportiamo in questo volume, in appendice). Dinanzi a questa crisi epocale, il compito della politica è costruire nelle idee e nei fatti una nuova dimensione europea della democrazia. Confrontarci e discutere, proporre e decidere, in una rete che comprende Roma, Bruxelles e le altre città europee, mobilitando tutte le intelligenze che vogliono dare il loro contributo per lasciarci alle spalle gli ultimi difficili anni della storia d’Italia e ripartire insieme, è il modo migliore per assolvere a questo compito.
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#1  giulio fedele, 4/8/2012

Un'anomalia tutta italiana. L'aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso, deciso dal governo nell’ambito dell’ultima manovra-spending review, offre lo spunto per qualche riflessione sul ‘dossier istruzione’ nel nostro paese, universitaria in particolare e su quella che viene considerata un'anomalia tutta italiana nel panorama europeo. L’aggravio esponenziale del ‘prezzo’ da pagare per l’esercizio del dritto costituzionale allo studio ci viene gabellato ipocritamente come giusta misura penalizzante per chi non studia (gli 'sfigati" di martoniana memoria) e stimolo per gli studenti a finire prima gli studi (come ha spiegato il solito, ineffabile, Martone), ma un’analisi obbiettiva e libera da surrettizie interpretazioni di parte rivela che tali asserite giustificazioni sono assolutamente non veritiere e che la realtà è tutt’altra. A tal proposito non si può ignorare e non tenere in debito conto alcune considerazioni di fatto, e cioè che ci sono facoltà -come ingegneria, ad esempio- che solo qualche rara mosca bianca riesce a portare termine nei cinque anni canonici (previsti in maniera del tutto irragionevole contro tutte le statistiche, le quali dicono -e ciò vorrà pur dire qualcosa- che la durata media dell’intero corso di laurea è di circa otto anni); che nelle nostre università il carico di studio è irragionevolmente e inutilmente maggiore di quello di altri paesi (la riforma universitaria, doveva, in ottemperanza anche alle direttive comunitarie, tendere a rendere più snelli i corsi di studio e quindi a favorire il più rapido completamento degli stessi: ma si è ridotto sulla carta il numero degli esami, mentre il carico di studio e di materie è rimasto nella realtà identico, colla sola differenza che più materie, prima oggetto di singoli esami, sono state accorpate in uno stesso esame!); che molti studenti lavorano (precariamente e in nero) per potersi pagare i già costosi studi e per questo sono costretti a sottrarre molto del loro tempo e delle loro energie allo studio; che spesso le università si ingegnano sadicamente in mille modi (burocrazia ottusa e persecutoria, regolamenti medievali ed insensati, rapporto docenti-studenti altissimo, disorganizzazione e carenza di strutture, assenteismo di docenti e ... presenzialismo di vecchi baroni dediti solo a perpetrare il loro potere con dispotiche angherie sugli studenti) per bloccare il rapido e sereno percorso di studio degli studenti; che tale rapidità e serenità è preclusa a molti studenti costretti a rinunciare alla frequenza attiva e costante, non potendo essi permettersi di risiedere nella città sede di università a causa dei pesanti costi aggiuntivi (si calcola che tali costi, escluse tasse e libri, ammonti almeno, nell’ipotesi minore, a 7.000 euro l’anno) e che per questa stessa ragione molti studenti sono costretti a scegliere la facoltà non perché quella più rispondente ai loro interessi e capacità, ma solo perché è quella sotto casa o comunque più vicina alla propria residenza. Alla luce di tali considerazioni, e senza ignorare che, come pure l’analisi della Commissione UE segnala, una delle ragioni per cui nel nostro paese un maggior numero di giovani è indotto a protrarre il periodo di istruzione è da ricercare nell'elevato tasso di disoccupazione giovanile, appare allora evidente che l’anomalia italiana (le statistiche dicono che uno studente su tre è fuori corso; solo il 45% degli studenti porta a termine gli studi universitari, contro una media OCSE del 69%; la percentuale dei laureati è pari al 20,3% contro la media europea del 34,6%; sempre meno giovani si iscrivono all’università, nell’anno accademico 2009/2010 sono circa 1.200 in meno rispetto all’anno precedente, i n un trend costantemente negativo dal 2004/2005), non si può spiegare con presunte colpe proprie degli ‘sfigati’ studenti -che studierebbero poco e poco si impegnerebbero, e per questo sarebbero da penalizzare- e che non si possa onestamente pensare di rimediarvi con provvedimenti estemporanei quale quello dell’aumento delle tasse per i fuoricorso ora varato dal governo. Appare evidente che in realtà si tratta di un provvedimento –l’ennesimo del governo Monti- pesantemente iniquo, perché finisce col penalizzare cittadini che già versano, per le ragioni sopra esposte, in una situazione svantaggiata e sperequata rispetto ad altri privilegiati, il cui vero obbiettivo è il disegno di un'università lusso per poche elites , in aperta violazione del principio costituzionale secondo cui ‘la scuola è aperta a tutti’ (art. 34 Cost.). Appare evidente che ben altri sarebbero i provvedimenti da prendere per accelerare gli studi -obbiettivo certamente meritevole e anzi doveroso, imposto anche dalle direttive comunitarie- e per rimediare alla suddetta anomalia tutta italiana, le cui vere ragioni sono connesse all’irrazionalità, arretratezza , inefficienza e carenze dell’intero nostro sistema di studi: come si può più facilmente cogliere facendo un raffronto coll’esperienza degli altri paesi, dove i giovani terminano gli studi (spesso più brevi) prima (e prima entrano nel mercato globale del lavoro), ma non certo perché essi sono più studiosi o più intelligenti, né perché le tasse universitarie sono maggiori! E’ evidente, infine, che il nostro paese non favorisce il diritto allo studio e non investe nei giovani-futuro del paese (non riconosce ad essi mezzi , sussidi e adeguate agevolazioni per poter affrontare serenamente l’impegnativo percorso universitario, a differenza di quanto avviene negli altri paesi: non a caso l’Italia è agli ultimi posti tra le economie occidentali per l’impegno finanziario nell’istruzione universitaria (in media i paesi Ocse spendono 11.512 dollari per ogni studente, mentre l’Italia ne investe solo 8.026). E sono proprio queste le ragioni a base delle preoccupazioni espresse dalla Commissione U.E. nel in merito alle carenze dell’istruzione italiana, considerate come un aspetto delle debolezze strutturali del nostro paese: "La qualità complessiva del sistema di educazione e formazione è insoddisfacente con alti livelli di abbandono scolastico prematuro e una bassa partecipazione alla formazione successiva", scrive la Commissione e per questo raccomanda all'Italia di "adottare misure per ridurre i tassi di uscita dall'educazione superiore e combattere l'abbandono scolastico" e, come tutti i 27 paesi UE, di intensificare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020 in materia di istruzione, sia per quanto riguarda la riduzione degli abbandoni scolastici, che devono scendere sotto il 10% a livello Ue, sia per l'aumento dei laureati, che devono arrivare al 40%”.

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