Approfondimenti

La disabilità nei Sud del mondo, tra pregiudizi e buone prassi da esportare

Viaggio alla scoperta del mondo disabile nei paesi più poveri: sopravvive lo stigma ma fioriscono le associazioni e si radicano le buone pratiche. Il 90% dei ciechi vive nei paesi a basso reddito

pubblicato il 9 agosto 2012 , 413 letture
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ROMA - Quasi il 17% della popolazione anziana (over 60) in Africa ha una grave disabilità: un dato che è quasi il doppio rispetto a quello registrato nei paesi “ad alto reddito”, dove gli anziani con importanti disabilità rappresentano l’8,5% della popolazione. E’ quanto emerge dal primo Rapporto mondiale sulla disabilità, pubblicato alcuni mesi fa e messo a punto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Banca mondiale. E’ proprio tra gli anziani che si presenta più aperta la forbice tra disabilità nei Paesi a basso e ad alto reddito. Una forbice significativa anche per quanto riguarda le lievi disabilità, che nei Paesi più ricchi interessa il 36,8% degli over 60, mentre in Africa supera il 53%. Un altro dato che deve far riflettere riguarda l’accesso ai servizi: in Namibia, solo il  delle persone disabili ha ricevuto la riabilitazione medica necessaria, mentre appena il 17% ha ottenuto ausili come sedie a rotelle, protesi, apparecchi acustici.


La disabilità, quindi, abita nei paesi poveri più di che in quelli ricchi e lì, come è facile immaginare, incontra tutte le difficoltà che derivano da condizioni igieniche, sanitarie e strutturali spesso ancora inadeguate. Sarebbe quindi facile concludere che nei paesi poveri le condizioni delle persone disabili siano peggiori che nei paesi ricchi. Se però è vero, da un lato, che i paesi ricchi dispongono di attrezzature più adeguate, strumentazioni tecnologiche spesso all’avanguardia, oltre che si un maggior numero strutture e professionisti, è vero anche che, dal punto di vista socio-culturale, dal “Sud del mondo” arrivano esperienze e testimonianze che, proprio sulla disabilità, hanno molto da insegnare. Se soprattutto nei piccoli villaggi e nelle zone rurali è ancora possibile incontrare cultura che stigmatizzano la disabilità come una maledizione, magari frutto di stregoneria, d’altra parte esistono culture e popolazioni che per la cecità, per esempio, hanno un rispetto quasi sacro. Allo stesso modo, questa volta sopratutto nelle grandi città e nei centri più sviluppati, esistono associazioni di disabili molto attive, che hanno dato vita a modelli come quello della “riabilitazione comunitaria”, a realtà organizzate come l’associazione maliana dei ciechi, ad esperienze innovative come quella di St Martin. Sono queste realtà al centro dell’inchiesta pubblicata sul numero 6 della rivista “SuperAbile” edita da Inail: Nyahururu e l’esperienza di St. Martin; Ada Nardin e i viaggi in Mali, per offrire opportunità a chi, come lei, ha una disabilità visiva; e poi, ancora, le attività dell’Iapb e dell’Ovci. Esperienze diverse, regioni del mondo distanti, accomunate però da quello che, a tutti gli effetti, si può considerare una buona prassi da esportare: la riabilitazione su base comunitaria.  


La “cecità evitabile”: il 90% dei ciechi vive nei paesi a basso reddito.  La cecità, nell’80% dei casi, si può evitare: è un dato che può meravigliare, ma che diventa più comprensibile se si pensa che il 90% delle persone cieche vive nei paesi a basso reddito. Le cifre arrivano dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, che ci svela anche un’altra informazione sorprendente: la prima causa di cecità è la cataratta non operata. La cecità, dunque, è generalmente “evitabile”: questo concetto, entrato da anni nel linguaggio sanitario internazionale, è infatti al centro della campagna “Vision 2020-The Right To Sight”, promossa nel 1999 dall’OMS e dalla IAPB (International Agency for the prevention of blindness). La campagna si pone l’obiettivo di eliminare le principali cause di cecità evitabile nel mondo entro il 2020, attraverso la cooperazione di governi, organizzazioni non governative, settore privato e donatori.


Spiega l’avvocato Giuseppe Castronovo, presidente della sezione italiana dell’IAPB: “Le forme di cecità che colpiscono maggiormente il Sud del mondo negli anziani sono soprattutto legate alla cataratta non operata: questa è la causa di circa la metà dei casi di perdita della vista (in questo caso reversibile). Nei giovani, invece, questa è dovuta soprattutto  a gravi vizi refrattivi non corretti, in altre parole alla mancanza di occhiali. Un’altra causa diffusa è il tracoma, una grave malattia oculare infettiva. La cecità è quindi nella maggior parte di questi casi ‘evitabile’, dal momento che la perdita della vista potrebbe essere scongiurata mediante controlli oculistici, a cui dovrebbero seguire adeguate cure”. In che modo quindi la IAPB Italia si sta impegnando a raggiungere l’obiettivo della campagna? “Innanzitutto, si tratta di diffondere la prevenzione: per esempio, in Etiopia sono stati realizzati 113 pozzi di acqua potabile: una misura fondamentale per prevenire le infezioni oculari. Altri progetti sono in corso in Marocco, Congo e Burkina Faso, sempre con l’obiettivo di eliminare alla radice le cause più frequenti di cecità”. Si tratta dunque di esportare buone prassi dal Nord al Sud del mondo? “In parte sì: i Paesi più poveri dovrebbero acquisire buone pratiche igieniche e sanitarie che nei Paesi più ricchi sono ormai consolidate e generalizzate. Va detto poi che il numero degli oculisti, ad esempio in molti Paesi dell’Africa, è spesso insufficiente per affrontare le reali esigenze della popolazione”. Secondo il Consiglio internazionale degli oculisti, infatti, nei paesi ad alto reddito si contano circa 80 oculisti per milione di abitanti, in quelli a basso reddito 5 per milione: nel mondo esistono circa 205.000 di questi professionisti, ma circa un terzo di questi è concentrato in Cina, Stati Uniti e Federazione russa.


Oltre l’aspetto sanitario, però, esiste l’approccio sociale: in questo campo, forse i paesi più poveri hanno qualcosa da insegnare: “Esistono approcci positivi nel Sud del Mondo – riferisce infatti il presidente della IAPB Italia –. Quando una persona perde la vista, c’è un sostegno notevole della famiglia ed esiste una solidarietà umana superiore rispetto a quello che oggi si trova da noi. In Africa ci sono persino anziani che rifiutano di farsi operare perché vengono rispettati proprio in quanto non vedenti, saggi, persone che trasmettono i valori tradizionali”. Non è quindi vero che in molti paesi africani la disabilità è condannata come una maledizione e chi la manifesta sul proprio corpo viene tenuto nascosto o addirittura allontanato dalla famiglia e dalla comunità? “Questo accade solo nelle culture cosiddette primitive – spiega ancora Castronovo –. Ovviamente esistono zone in cui i ciechi sono emarginati e disprezzati, ma questo era vero soprattutto un tempo. Tuttavia, ci sono zone dell’Africa e dell’India in cui, ancora oggi, le persone cieche sono costrette a chiedere l’elemosina, perché viene loro impedito di svolgere altre attività”. (Redattore Sociale)


 

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