Mitt Romney e Barack Obama hanno offerto, nelle Convenzioni di Tampa e Charlotte, due visioni assolutamente alternative del futuro degli Stati Uniti e dei modi di rispondere alle sfide che riguardano il Paese. In comune, i due raduni hanno avuto solamente il maltempo che li ha tormentati e il bisogno di offrire risposte a un’opinione pubblica che, come in Europa, soffre un momento d’incertezza.
Mitt Romney, quattro anni fa, fu escluso dalla corsa perché considerato strutturalmente inadatto: mormone, proveniente dalla destra conservatrice, gaffeur conclamato. Eppure, in una corsa dedicata prevalentemente alle questioni dell’economia, è uscito vincitore quest’anno. Ha riproposto una piattaforma di tipica destra americana: stato minimo, tagli fiscali sul segmento dei più ricchi, revisione delle scelte pro-welfare dell’amministrazione. Perfino in politica estera, argomento ostico per il ticket dell’elefantino, ha rispolverato un repertorio da guerra fredda nel rapporto con la Russia, minacce generiche ai dittatori del mondo arabo e – nei discorsi off records – una nuova preoccupante idea dei rapporti multilaterali: dalla “coalition of willings” del tempo di Bush alla “coalition of relevants”, un aggiornamento della geometria variabile con la ponderazione del peso degli interlocutori. Lo stile del Consiglio d’Amministrazione della Bain applicato agli affari globali.
Barack Obama ha rivendicato di parlare da Presidente e non solo da candidato: poche concessioni alla retorica (che nelle Convenzioni è merce abbondante e poco costosa), grande solidità dell’impianto programmatico, rivendicazione dei risultati ottenuti e consapevolezza che servono ancora quattro anni per onorare gli impegni assunti con gli americani.
Prima di lui, uno straordinario Bill Clinton si era prodigato nel fissare i paletti al posto giusto per dare gli argomenti a coloro che si rimetteranno in marcia per conquistare i voti degli indecisi da qui a novembre. Sul piano internazionale, i democratici hanno rivendicato l’eliminazione di Osama Bin Laden e la fine della guerra in Irak, il regime change in Libia e gli sforzi sulla non proliferazione nucleare. Sul piano sociale, i democratici difendono la riforma faticosamente ottenuta della sanità rigettando le proposte repubblicane di una trasformazione surrettizia in un sistema di voucher; difendono i forti investimenti sulla ricerca e sull’educazione, indispensabili per rendere competitiva la nuova generazione. Sul piano economico, doppia enfasi sul taglio del debito (esploso a 16.000 miliardi di dollari, 13.000 dei quali ereditati dagli incredibili 8 anni di Bush) e sulla resurrezione dell’industria dell’auto.
Marchionne, mai evocato direttamente, è il convitato di pietra della scommessa più difficile vinta da Obama, nello stesso tempo in cui Romney scriveva un pezzo-boomerang titolato “Let Detroit go bankrupt”. Il vice Presidente Biden gli ha ricordato dal podio che non si deve “mai scommettere contro il popolo americano”. I quasi 500.000 posti di lavoro recuperati in 29 mesi fra industria dell’auto e indotto potrebbero fare la differenza in alcuni Stati, in novembre. Primo fra tutti, l’Ohio.
Obama non ha rinunciato a toccare temi scottanti sui quali rivendica risultati positivi, il cambiamento climatico e l’ambiente, le energie rinnovabili, il ritorno di brutte abitudini a Wall Street, l’eccesso di denaro senza controllo che allaga la politica di Washington.
Unioni omosessuali, fine del “don’task, don’t tell” nell’esercito, riforma della legge sull’immigrazione, enfasi sul principio della cittadinanza e del di più di responsabilità che tiene unite le comunità: nell’anima democratica, lo Stato deve garantire la libertà degli individui nelle scelte morali e personali ma dare un sostegno quando l’economia traballa e la salute è messa in discussione; nella visione repubblicana, Washington deve sbirciare in camera da letto e vigilare sulla morale personale ma lasciare affondare l’industria e il sistema educativo se così suggerisce il mercato.
Si legge che i due competitori sono testa a testa nel voto popolare. E’ plausibile. Ma sui nove Stati che pendolano (swinging), il Presidente sarebbe avanti in sette. Restano ancora in bilico il North Carolina (dove non a caso si è tenuta la Convention) e il Colorado (dove si tenne quattro anni fa). Resto dunque ottimista sul risultato finale e sulla capacità della coppia al comando, di affrontare con certezza di argomenti e di passione i dibattiti televisivi di ottobre.
Anche per noi europei, senza bisogno di doverlo spiegare, la scelta americana di chi siederà nell’Oval Office alla Casa Bianca è molto importante.