Intervista

Carmassi: Riconoscere le coppie gay non intacca le famiglie

Cecilia Carmassi nel Pd è la responsabile terzo settore, politiche sociali e per la famiglia. E nel suo curriculum c’è molto associazionismo: presidente Fuci fino al 1995, oggi è nel Meic. Avvenire.it

di Cecilia Carmassi,  pubblicato il 4 febbraio 2013 , 880 letture
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Chiariamo subito di cosa parliamo: qual è per lei la definizione di famiglia? 
Non c’è mai stato alcun dubbio, la famiglia è quella definita dalla Costituzione. Quando parliamo di dare veste giuridica alle unioni civili, pensiamo a un altro istituto che le valorizzi e le garantisca nelle fasi difficili della vita. Non possiamo non voler vedere che oggi ci sono famiglie monoparentali o ricostituite, determinate da scelte, fragilità personali, difficoltà. Oggi il 25% dei bambini nasce in coppie stabilmente conviventi. La legge sulla parificazioni dei figli ha stabilito che i bambini non devono scontare le scelte dei genitori, ma restano ancora fattori di criticità. E allora riconoscere le coppie omosessuali definisce qualcosa che c’è già nella società, non va a svantaggio della famiglia.
Ma così non si svalorizza il nucleo base incentivando altre forme più facili e meno impegnative? Tanto si potrà avere lo stesso la casa popolare...
Va respinta la logica della guerra tra poveri. Sicuramente la priorità va data alle famiglie con minori, ma visto che oggi le famiglie numerose spesso sono quelle straniere, attenzione, perché in questa logica qualcun altro dirà “prima gli italiani”. La casa è un diritto primario, come l’alimentazione, la salute e l’educazione. Allora la torta va allargata, non suddivisa. Perché oggi per famiglia e welfare l’Italia spende meno della metà della media Ue.
Per la famiglia il Pd che politiche propone?
Serve un sostegno alla natalità, con sconti sulle tasse per chi ha figli, ma anche “dote fiscale”: il limite del quoziente familiare è che esclude chi ha un reddito basso che non produce tasse. E poi politiche per i servizi: risorse costanti per gli asili nido, con monitoraggi e meccanismi premiali per i comuni. E congedi parentali, per conciliare famiglia e lavoro. E sgravi fiscali per il reinserimento lavorativo: le donne che lasciano il posto per assistere figli, anziani o disabili, impoveriscono le famiglie.
Il quoziente nella versione “fattore famiglia” elaborata dal Forum supera il problema da lei indicato. E comunque se la famiglia fondata sul matrimonio è un bene, per stabilità e coesione sociale, la scelta di questo “patto” non va forse incentivata?
La fase di costituzione va sostenuta, aiutando i giovani anche con politiche abitative. Ma ricordiamoci che in Italia c’è troppa fragilità, con divorzi e separazioni in aumento: servono supporto e mediazioni familiari per prevenire la solitudine di tanti nell’affrontare momenti di crisi. Per lo Stato è un buon investimento aiutare le coppie a superare fasi conflittuali, prima che degenerino, impoverendo tutta la società.

Luca Liverani 
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