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Ordinaria emergenza

Fabrizio Rondolino - La Stampa

pubblicato il 20 aprile 2008 , 277 letture
L'altra notte, a Roma, una studentessa africana è stata accoltellata e violentata in una stazione ferroviaria da un romeno senza precedenti penali. Nelle stesse ore a Torino una ragazza ha subito sevizie di ogni genere. La notte prima, a Milano, una studentessa americana era stata violentata da un egiziano già formalmente espulso dal nostro Paese. E ieri, sempre a Roma, è stato ritrovato il corpo senza vita di un'anziana signora che viveva da sola. Le brutte notizie a volte s'infittiscono e si accavallano come grani di un rosario diabolico, come se il destino volesse tirarci per la giacca e farci riflettere.

La Lega e in generale il centrodestra hanno tratto un considerevole beneficio elettorale dal sentimento di insicurezza e di paura che attraversa strati larghissimi della popolazione, promettendo, come ancora ieri ha fatto Alemanno, «tolleranza zero»; il centrosinistra invece è apparso più in difficoltà, incapace di trovare ascolto quando articola una risposta complessa, oppure costretto a rincorrere le posizioni altrui.

La verità è che nessuno, né a destra né a sinistra, sembra andare al di là dell'emergenza e dell'emozione, quando invece è proprio sulle nostre emozioni che bisognerebbe riflettere, e cioè sulla percezione che i cittadini hanno dell'ambiente in cui vivono, e sulle risposte che elaborano. La politica ha bisogno della psicologia, non soltanto dei manganelli e delle ruspe.

Il ministro Amato ha ricordato, correttamente, che «i delitti nelle città sono drasticamente diminuiti», e un comunicato del Viminale sottolinea come nel secondo semestre del 2007 le violenze sessuali siano scese del 12,6% rispetto al semestre precedente. Tuttavia, come per il famoso pollo di Trilussa, le statistiche non saziano affatto la fame di sicurezza. La percezione di un fatto dipende molto meno dalla sua «oggettività» che dal contesto in cui avviene, dalle dinamiche che scatena, dalla sequenza in cui si inserisce.

L'Italia del ventunesimo secolo non sarà un paese di «infelici», come ha scritto il New York Times, ma certo è un paese sempre più povero (l'11% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà) e sempre più ignorante (il 35% della popolazione adulta è al limite dell'analfabetismo). La percezione di essere vittima di «un'orda di barbari che da troppo tempo scorrazza impunemente per il Paese», per usare l'espressione dell'ex ministro Castelli, affonda nella marginalità oggettiva che l'Italia si è conquistata fra le nazioni sviluppate.

Con ciò non s'intende certo dire che la sicurezza non sia un problema. Al contrario, lo è: e nessuna persona ragionevole potrebbe negarlo. È desolante apprendere che lo stupratore di Milano non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, perché il questore ne aveva firmata l'espulsione. La lista delle vittime e delle inefficienze è senza fine: ma limitarsi a compilarla, giorno dopo giorno, soffiando sul fuoco dell'indignazione popolare, non basta.

Abbiamo concentrato l'attenzione sulla nazionalità dei violentatori, e ci siamo soffermati meno a riflettere sul fatto che due donne sono state stuprate. In altre parole, cerchiamo ossessivamente il colpevole, e una parte di noi è sollevata quando scopriamo che non ci somiglia, ma non sappiamo tematizzare la «colpa». Non distinguiamo più fra uno scippo e una violenza carnale, fra un balordo e un assassino. Nella notte della nostra solitudine, tutti i gatti sembrano neri.

Il prossimo governo saprà affrontare con determinazione il problema della sicurezza, e l'auspicio di tutti è che sul campo si misurino presto buoni risultati. La violenza quotidiana delle nostre città e la percezione che ne abbiamo, tuttavia, richiedono anche un lavoro più profondo, più lento, e più tenace. Non è facile sradicare la paura, né si può chiedere ad un governo di renderci d'incanto sereni e fiduciosi. E tuttavia, senza fiducia e serenità nessun decreto riuscirà a soddisfarci.
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