Rassegna stampa
Non si può tornare indietro
pubblicato il
6 maggio 2008
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Tutti diciamo che è tempo di aprire una grande discussione. Ma ciò che la rende difficile e, al tempo stesso, assolutamente necessaria è che non siamo di fronte solo (né tanto) a una avanzata della destra. È emerso dal voto popolare un fenomeno molto più profondo, che viene da più lontano e che pone interrogativi quali la sinistra italiana e le forze democratiche da molto tempo non affrontavano. È evidente che non si può tornare indietro. Cerchiamo di uscire da questa inutile disputa. Le domande che la nostra gente si sta ponendo richiedono risposte serie, pena gravi disorientamenti.
E tuttavia qualunque discussione non può non partire dal fatto che se noi restiamo in campo (12 milioni di voti) è perché in questa Italia, quale è emersa dal voto, c’è una forza nuova che è uscita dai vecchi confini della sinistra e si dichiara di centro-sinistra perché pensa che per guidare un Paese come questo occorre porre il suo sviluppo non solo economico ma culturale su una base nuova.
È la difficile europeizzazione dell’Italia che richiede un partito nazionale il quale sia in grado di misurarsi con un universo sociale assillato da problemi che sono diversi ma non meno cruciali dei vecchi conflitti di classe (perciò - almeno così io ho capito - ci siamo definiti a vocazione maggioritaria: non perchè gli alleati non servono ma perchè non si scelgono a prescindere).
La nostra discussione dovrebbe, dunque, partire da qui: dai fatti. I quali fatti confermano che era giusta la scelta che, sia pure in ritardo, abbiamo fatto. È semplicemente impossibile tornare indietro. Stiamo attenti. Questo è un momento molto delicato per la vita del Pd e anche delle istituzioni repubblicane. Non c’entra la paura per un fascismo che non tornerà ma la consapevolezza che difficilmente le cose resteranno come prima. Proprio questo ci dovrebbe dare la ferma consapevolezza che la novità e la grandezza dei problemi, ma anche delle opportunità (sì, ci sono anche queste) dicono che si tratta di pane per i nostri denti.
D’altra parte gli stessi fatti ci dicono che la questione dell’unità del partito e della formazione del suo gruppo dirigente non può essere separata dalla necessità di far fare un salto di qualità al nostro pensiero politico collettivo.
La ragione l’ho già accennata. Siamo di fronte a una sconfitta elettorale come tante altre, oppure all’esaurirsi di un lungo ciclo politico e culturale? Parlo di quel lungo tratto della storia dell’Italia repubblicana in cui il quadro valoriale e culturale del Paese fu largamente dominato dalle idee della sinistra. E ciò grazie a quello straordinario moto di popolo per cui non le classi dominanti (complici del fascismo e della tragedia della guerra) ma le forze fino allora escluse o messe ai margini della vita statale elaborarono la base costituzionale della Repubblica. Se questa è la novità, essa è davvero grande.
Per dirla con Aldo Schiavone è avvenuto un «riposizionamento del baricentro mentale della nazione rispetto alla tradizione sociale e politica che aveva costruito la Repubblica».
Si è aperto così un enorme spazio vuoto per riempire il quale certamente occorre una strategie politica ma, insieme a questa, una nuova “autoidentificazione” culturale, un nuovo collante per gli italiani. Chi lo farà? L’alleanza di puro potere tra Bossi, Berlusconi e Fini? Il ruolo dominante di un cattolicesimo come “religione civile” su cui lavora da tempo la Chiesa di Ruini e che nelle condizioni di una democrazia senza popolo e con partiti impalpabili potrebbe anche fare da supporto anche a una scissione silenziosa e a qualche forma italiana di peronismo? Oppure è a noi che spetta questo ruolo di unificazione dei nuovi italiani, a questa forza nazionale e democratica che è il Pd se non si divide in una federazione di potentati?
Le sconfitte delle sinistre in Europa ci confermano che i problemi sono grossi e vengono da lontano. È chiaro ormai quanto ha inciso quel grandioso fenomeno mondiale che è stato la svolta americana degli anni 70-80 la quale in nome di un “mercatismo” eretto a ideologia fondamentalista ha in realtà posto il governo del mondo nelle mani di un super capitalismo finanziario globalizzato, cioè di un potere immenso che ha tolto alle forze del lavoro, alla sinistra e ai sindacati la capacità di incidere sui processi sociale e di interpretare lo spirito del mondo.
Ma noi non siamo innocenti. Cosa è stato il nostro riformismo? Certo, era (ed è) necessario far leva sulle regole di mercato per combattere il grumo tipicamente italiano delle mafie e delle inefficienze ed era giusto valorizzare l’iniziativa individuale e i meriti oltre che i bisogni. Ma non credo sia un delitto pensare che il mercato non bastava. E ciò per la semplice ragione che il fatto grandissimo che sovrastava e condizionava il nostro “buon governo” non era il riformismo europeo (quale?) ma una sorta di maremoto che toglieva il terreno sotto i piedi delle sinistre tradizionali.
Noi cercavamo di far tornare i conti dello Stato ma intanto era in atto la più grande redistribuzione non solo della ricchezza ma del potere: i ricchi diventavano sempre più ricchi mentre i salari restavano fermi e il lavoro dei Paesi occidentali diventava sempre più incerto e precario esposto alla concorrenza non solo dei “cinesi” ma, perfino in casa nostra, di forme nuove di lavoro servile. Al tempo stesso i sindacati contavano sempre meno.
A me sembra che proprio nel Veneto è emersa tutta la novità e complessità dei fenomeni. Estese fasce operaie molto qualificate, quasi “imprenditori di se stessi”, che, forti di un nuovo rapporto “cooperativo” con l’imprenditore pensano di fare a meno del sindacato. Ma accanto, il lavoro precario e accanto a questo gli emigrati spesso trattati come cani ma di cui il Veneto non può più fare a meno. Qui sta la cinica ipocrisia dei dirigenti della Lega. Essi prendono i voti della paura ma sanno benissimo, come ci spiegano gli esperti, che l’economia veneta per reggere ha ormai bisogno di qualcosa come un 10 per cento di emigrati rispetto alla popolazione.
Naturalmente io so benissimo che era molto difficile difendersi.
Mi chiedo però fino a che punto ci siamo resi conto che (in mancanza di una guida capace di esprimere un nuovo disegno per il futuro del Paese) l’Italia era destinata ad accentuare le sue storiche divisioni. Noi abbiamo parlato poco al paese, mentre era sempre più necessario ridefinire la sua agenda vera. Governare significava anche capire meglio quali sconvolgimenti e rotture di vecchi legami stavano avvenendo nella società italiana. La “questione sociale” (uno straordinario impasto non solo di nuove povertà, ma di senso delle ingiustizie, paure, rivolte fiscali, diffusione della droga, crisi della scuola, malaffare) stava diventando esplosiva. E in effetti c’è anche questo nel voto.
Altro quindi che “tornare indietro”. Il Pd ha più che mai bisogno di grandi innovazioni. Bisogna fare i conti, io credo, con la necessità di andare oltre un riformismo troppo debole e troppo datato. Alla fin fine questo è il problema principale: ridefinire il profilo popolare moderno del nuovo partito.
Per spiegare cosa intendo mi servo di uno scritto del giovane Colaninno il quale chiede al Pd nientemeno che di «riconciliare Economia e Uomo, dopo più di due secoli di pericolosa contrapposizione, esaltando i valori del lavoro e dell’impresa come elementi fondanti di un nuovo patto tra tutti i protagonisti delle sviluppo». Si può discutere di cose come queste?