Domenica 20 luglio
Bossi alza il dito medio contro l'inno d'Italia e annuncia di voler cacciare i professori meridionali dalle scuole.
Lunedì 21 luglio il presidente della Camera, Gianfranco Fini, come richiesto dal segretario del PD, Walter Veltroni, condanna le parole e i gesti di Bossi, seguito dopo poche ore da Schifani. Bossi viene difeso dai deputati della Lega e invoca il silenzio di Fini. Cicchitto, per il PDL, parla di "modesto incidente". Alle 20 e 45 solo la posizione di Silvio Berlusconi risulta non pervenuta.
Martedì 22 luglio, quando sono ormai le 13 la spaccatura tra Lega e AN è su tutti i giornali ma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ancora non si pronuncia.
"Stiamo ancora aspettando una parola netta di condanna e dissociazione da parte del presidente del Consiglio sulle frasi e i comportamenti del suo ministro Bossi - dichiara
Dario Franceschini, vicesegretario del Partito Democratico - la cosa è ancora più necessaria dopo il tentativo di minimizzare l’episodio da parte del capogruppo del PDL alla Camera Cicchitto. Berlusconi ha il dovere di dire se condivide le parole di ferma condanna
pronunciate ieri dal presidente della Camera Fini, o se invece ha ispirato la dichiarazione di Cicchitto".
Scena da un'alleanza di governo in piena crisi di nervi. Dopo il dito medio di Bossi contro l'inno nel pomeriggio Gianfranco Fini ammonisce: «Lo Stato si rispetta». Bossi replica al presidente della Camera: "Meglio se stava zitto".
Il PD incalza e fa esplodere le contraddizioni, così Veltroni nota che "si pone un problema politico diverso dopo la posizione che la Lega ha espresso a sostegno alle parole di Bossi, che però non sono condivise da parte della maggioranza. Questo è un tema politico nuovo con cui ci troviamo a fare i conti". Un nuovo quadro politico col governo diviso su un tema come il rispetto dell'identità nazionale, che non dovrebbe mai venir messo in discussione. Continua il segretario del PD: "Le parole di Fini sono state chiare. Manca all'appello la posizione che il Paese attende di conoscere, quella del
presidente del Consiglio, chiamato a dire se condivide la parole di un suo ministro e di un gruppo che fa parte della sua maggioranza".
LA CRONACA.
Neanche 36 ore e il dito medio alzato da Umberto Bossi contro l'inno nazionale e il duro attacco agli insegnanti del sud portano tempesta nella maggioranza, che per tutta la mattina aveva oscillato tra il silenzio e parole di indulgenza verso il ministro delle riforme istituzionali.
In mattinata il segretario del PD, Walter Veltroni bolla lo show del senatur come una condotta inaccettabile: "Mi aspetto una chiarissima, netta e non scherzosa presa di distanze da parte del presidente del Consiglio, così come dai presidenti delle camere".
Veltroni era tornato, prendendo parola all'Assemblea dei sindaci del Pd, anche sulle parole contro il CSM pronunciate da Gasparri venerdì scorso: "Se metto insieme le parole di ieri di Bossi e quelle del capogruppo Pdl al Senato, Gasparri, che ha definito il Csm una cloaca, mi chiedo come tutto questo possa essere rubricato sotto la specie dei moderati. Non è un governo moderato, siamo di fronte all'estremizzazione di un conflitto permanente contro tutti i soggetti istituzionali e politici e non si può dire, come sostanzialmente fa Berlusconi, che un leader politico è un ragazzotto esuberante. Noi siamo contro qualsiasi divisione dell'Italia e contro ogni contrapposizione tra Nord e Sud. E faremo tutto ciò che si può fare per evitarle".
D'altra parte il dialogo "si è chiuso quando il Presidente del Consiglio al suo discorso di insediamento ha fatto seguire fatti in senso opposto. Per dialogare bisogna essere in due e se una delle due parti non c'è, il dialogo non si fa.I fatti degli ultimi giorni, come l’ossessione per la magistratura nell'azione di governo, sporcano il dibattito, degradando le riforme a un baratto. Il lavoro sul federalismo va avanti, ma servirebbe un riassetto istituzionale. E invece il presidente del Consiglio sporca il federalismo facendone oggetto di un insopportabile baratto con l’immunità parlamentare.
Alleanze sui programmi. Anche con liste civiche.
"E' una fesseria che il Pd metta in soffitta la vocazione maggioritaria nel momento in cui ipotizza alleanze con altri partiti. Lo leggo sui giornali ogni giorno , mentre questa vocazione è l'identità stessa del Pd. La vocazione maggioritaria serve a costruire il baricentro di una coesa alleanza riformista. In questo momento, è abbastanza inutile rincorrere questo o quello. Quando si dice di aprire l’UDC subito ti chiedono di tagliare con IDV e sinistra, stesso comportamento arriva dalla sinistra e cioè partiti come l'Udc o il Prc. Non so quando ci sarà il primo voto nazionale - ha proseguito - e in questo tempo dobbiamo lavorare alla coesione delle opposizioni". Per il voto locale invece vanno bene anche le alleanze con le liste civiche "in grado di rispondere ai bisogni del territorio. Al nord ad aprile si è vinto così, a Vicenza come a Sondrio. Anche se il Pd perderà qualche voto non importa, l’importante è che vincano amministrazioni di centrosinistra”.
Da Tremonti, una manovra sbagliata. Sta sbagliando linea Giulio Tremonti. “parla di una recessione come quella del 1929, previsione secondo me sbagliata, ma di fronte ad uno scenario economico recessivo non introduce alcun elemento anti-ciclico". Taglia gli investimenti pubblici, che da sempre sono anche uno strumento utile a combattere la crisi, un elemento anti-ciclico. Il continuo calo dei consumi purtroppo, prima o poi, avrà effetti sull'occupazione. Nessun provvedimento per salari e stipendi perchè "da due mesi si parla di altro, di Berlusconi e dei magistrati. D'altra parte - ha concluso - nel 2001 il governo Berlusconi è stato l'unico a non aver fatto un controllo sui prezzi nel passaggio all'euro".
Maggioranza schizofrenica alla Camera. Nel pomeriggio Fini risponde all'appello di Veltroni e aprendo i lavori ricorda al senatur leghista gli obblighi istituzionali di un ministro della Repubblica: "l'unità nazionale, i suoi simboli ed il rispetto che ad essi è dovuto sono condizioni indispensabili per qualsiasi politica di autentica riforma. E un ministro deve rispettare tutti gli italiani, quale che sia il loro luogo di provenienza, il Nord o il Sud...". E quando Bossi arriva in aula dice: "Se Fini non parlava era meglio...".
"La parole di Fini sono state chiare. Ma manca all'appello la posizione che il Paese attende di conoscere, quella del presidente del Consiglio, chiamato a dire se condivide la parole di un suo ministro e di un gruppo che fa parte della sua maggioranza". Walter Veltroni, intervenendo in aula alla Camera, ha sollecitato un intervento di Silvio Berlusconi su Umberto Bossi e ha 'elevato' la polemica a vero e proprio "problema politico" per la maggioranza dopo che il capogruppo del Carrocio a Montecitorio, Roberto Cota, ha 'sposato' la linea di Bossi.
Veltroni, dopo che il presidente della Camera e il vice capogruppo del Pdl Italo Bocchino erano intervenuti in aula in difesa dell'inno di Mameli e dello spirito di unità nazionale, ha riconosciuto a Fini di aver "saputo interpretare il sentimento dell'aula", il segretario del Pd ha spiegato di non aver "mai interpretato Bossi come un esuberante. E' un leader politico, e quando parla lo fa con cognizione di causa". Inoltre, "il tentativo di interpretare la sue parole come un eccesso di intemperanza è venuto meno quando ha preso la parola Cota".
Poi al Senato Renato schifani risponde alla richieste delle opposizioni e condanna Bossi: "I simboli della patria e dell'unità dello stato sono sacri". E annuncia che la presidenza del Senato, quindi la seconda carica dello Stato, si farà carico di inoltrare al governo la richiesta formale di chiarimenti sulle parole del ministro. Richiesta avanzata dalla capogruppo del Pd Anna Finocchiaro e sottoscritta dalle altre forze di opposizione.
M.L. e S.C.