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Rassegna stampa

Il grande terremoto della deflazione

pubblicato il 11 settembre 2008 , 847 letture
Dei fili invisibili ma robusti legano il disastro delle banche americane, la caduta del prezzo del petrolio, e le difficoltà del consumatore italiano. Lo scenario dell´economia mondiale è cambiato drasticamente. Ancora pochi mesi fa l´iperinflazione delle materie prime dominava le nostre preoccupazioni.

Ora il quadro si è rovesciato, è la deflazione il tema dominante all´orizzonte. Purtroppo anche le buone notizie - il calo della bolletta energetica - in questa fase prendono una brutta piega.

Per capire perché bisogna partire dal cataclisma bancario americano. Erano passate poche ore dall´annuncio della più grande nazionalizzazione nella storia degli Stati Uniti - il salvataggio dei colossi dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac - quando già l´attenzione dei mercati si spostava sul «prossimo cadavere»: le voci di fallimento dell´illustre banca d´affari Lehman Brothers, protagonista a Wall Street da ben 158 anni. Subito dopo Lehman nel mirino degli avvoltoi c´è Washington Mutual, una grossa cassa di risparmio. Per non sbagliare Warren Buffett, il più ricco miliardario americano, ha dato ordine alla sua compagnia assicurativa di interrompere l´attività di copertura del rischio-fallimento sui depositi bancari: un segno dell´aria che tira.

E´ come vedere un disastro ferroviario al rallentatore, secondo l´immagine usata a Wall Street per descrivere questa débacle. I vagoni del convoglio si fracassano uno dentro l´altro. Tra gli choc possono passare mesi com´è accaduto dopo la bancarotta di Bear Stearns (marzo 2008). Oppure settimane, giorni, come tra Fannie-Freddie e Lehman (sembra che il film stia girando più velocemente). Negli intervalli tra due catastrofi si crea un illusorio senso di calma, che precede lo choc successivo.

Lehman è andata a picco in Borsa (il suo titolo ha perso il 90% in poco più di un anno) proprio per le conseguenze perverse della deflazione. Con questo termine s´intende genericamente il contrario dell´inflazione. Dunque uno sgonfiamento dei prezzi: in questo caso i valori degli attivi finanziari e immobiliari. Il portafoglio di case controllato da Lehman ha un valore teorico di 32 miliardi di dollari. In realtà dopo il crollo del mercato immobiliare americano quel patrimonio non lo vuole nessuno, risulta invendibile. Lehman ha cancellato dai propri bilanci 5,6 miliardi di dollari ma nessuno sa quale sia la perdita vera. La banca d´affari ha tentato un trucco che fino all´inizio dell´anno riuscì a diverse istituzioni di Wall Street: chiamare in soccorso un ricco investitore asiatico.

Stavolta non ci è cascato nessuno.
Cinesi e sudcoreani hanno rifiutato l´offerta di entrare come azionisti portando capitali per salvare Lehman. Ieri la banca ha dovuto ripiegare su un fragilissimo espediente, scorporando la sua divisione immobiliare in perdita. A Wall Street gli scommettitori sono divisi. Da una parte c´è chi pensa che anche stavolta entrerà in azione la banca centrale, già protagonista del salvataggio di Bear Stearns. Ma in quel caso la Federal Reserve - pur mettendoci 30 miliardi di dollari di garanzie a spese del contribuente - trovò un escamotage per «regalare» il cadavere della Bear Stearns a un´altra banca, la J. P. Morgan. Oggi le condizioni del mercato sono ancora peggiorate rispetto a marzo, forse non si troverà un acquirente per Lehman. Il partito più pessimista a Wall Street punta sul fallimento della banca d´affari.

La novità negativa da marzo a oggi è proprio lo scenario della deflazione. La spettacolare inversione di tendenza nelle quotazioni delle materie prime - stanno scendendo tutte, anche se quella che fa notizia è il petrolio - ha le caratteristiche di un terremoto. Improvvisamente cambiano anche altri trend: il dollaro risale, i paesi emergenti produttori di energia o minerali o derrate agricole subiscono una fuga di capitali. Tutto è collegato. Dietro c´è l´idea che la crescita mondiale subisce un rallentamento brutale, ben oltre gli Stati Uniti. Non è una previsione veramente nuova ma non importa. La speculazione talvolta «scopre» l´acqua calda, decide di farne un trend, e quella diventa un´ossessione.

Il comportamento da orda selvaggia degli investitori funziona così. Le immense posizioni speculative accumulate nei mesi scorsi da chi puntava sul rialzo ininterrotto di petrolio, oro, platino, rame, soya e riso, oggi vengono liquidate e trasformate in scommesse di senso contrario. Nella transizione c´è chi ha commesso errori, accumulato nuove perdite.

Presto sapremo i nomi: nel prossimo bollettino delle vittime. La deflazione ha un effetto rovinoso che gli economisti conoscono da decenni. Le banche appesantite dalle perdite devono vendere in fretta per ridurre i propri debiti (negli anni precedenti avevano acquistato soprattutto a debito). Ma il fuggi fuggi e il clima da liquidazione nel panico fa crollare i valori di ciò che vendono, e di ciò che possiedono: il risultato è che col passare dei mesi il peso del loro indebitamento rispetto al capitale cresce anziché diminuire.

La deflazione ha una faccia buona, almeno in teoria. E´ quella che riguarda i prezzi al consumo. In Cina - un paese cruciale da quando è la fabbrica del pianeta - la fiammata inflazionistica dei mesi scorsi sta rallentando vistosamente (dal 6,3% di luglio al 4,9% in agosto). Anche in Europa si prevede un´attenuazione del carovita: dopo l´impennata dei prezzi al consumo a luglio (4%) è iniziata una lenta discesa. Purtroppo però la deflazione si accompagna sempre a una debolezza della domanda.
E´ entrata in recessione perfino la Germania, la più grossa economia europea e il numero uno mondiale delle esportazioni. Inoltre i prezzi al consumo continueranno a subire per un certo periodo l´effetto «a scoppio ritardato» dello choc inflazionistico delle materie prime che è durato per tutto il 2007 e fino al primo semestre 2008. Il petrolio a 100 dollari, se ha perso un terzo del valore dai suoi massimi di due mesi fa (147 dollari) costa pur sempre il quadruplo rispetto al 2003.

La stagflazione - un´economia che ristagna ma può soffrire di inflazione in alcuni settori - è forse il termine più esatto a descrivere la situazione europea e italiana: il peggio dei due mondi.
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