FORMAZIONE POLITICA
[/aree]
Dalla scuola estiva

Multipolarismo e globalizzazione

pubblicato il 12 settembre 2008 , 646 letture
Il fenomeno della globalizzazione appare come un processo complesso che ha conosciuto diverse fasi. E’ possibile identificare una prima base, cosiddetta della “belle epoque” che va dal 1879 al 1914, figlia della seconda Rivoluzione industriale da una seconda fase, che prende avvio a partire dal secondo dopoguerra (1945) e si considera conclusa intorno all’anno 1980. Una terza fase della globalizzazione si considera invece conclusa nel 2001.

La suddivisione in fasi di un fenomeno lungo e complesso come il processo di globalizzazione risulta finalizzata all’individuazione di quelli che sono i principali elementi differenzianti e caratterizzanti le diverse fasi. Innanzitutto una diversità in termini di commercio relativa ai tre periodi. Il primo periodo appare caratterizzato dall’esportazione di manufatti e prodotti finiti da Nord a Sud del mondo, mentre il Sud esporta in direzione opposta esclusivamente materie prime. Durante la belle epoque sia ha infatti un commercio verticale a specializzazione fattoriale. Nella seconda fase della globalizzazione si ha un commercio orizzontale basato sulle economie di scala, ovvero esportazione orizzontale di manufatti tra paesi del Nord del mondo (paesi sviluppati) nonché un incremento dell’esportazione di servizi verso il Sud del mondo. Rimane in questo periodo immutata la relazione Nord – Sud in termini di prodotti finiti e materie prime. Il terzo periodo, sui cui maggiormente si concentra l’intervento del professor Targetti, appare invece caratterizzato dal fenomeno del “offshoring” (la delocalizzazione internazionale della produzione), in base al quale non si esportano solo prodotti finiti ma anche e soprattutto prodotti intermedi, settori di imprese, capitali, si creano “joint venture”e si integrano i movimenti e i commerci di merci e capitali.

In relazione soprattutto al terzo periodo della globalizzazione aumentano sostanzialmente gli indici di sperequazione a causa del progresso tecnico, laddove prima effetti redistributivi negativi vengono invece considerati slegati dalle dinamiche del commercio internazionale. L’internazionalizzazione della produzione produce infatti frammentazione a livello mondiale delle filiere di produzione e una riduzione delle tutele del lavoro dipendente.

Altro fattore caratterizzante la terza fase della globalizzazione è l’incremento esponenziale dei movimenti di capitali. Basti pensare che attualmente i movimenti di capitale giornalieri equivalgono a 60 volte i movimenti annui di merci e servizi. Questo cambiamento risulta determinato dalla volontà politica dei paesi egemoni di ridurre le barriere ali movimenti di capitali anche rispetto al Sud del mondo. Investimenti diretti esteri (Ide) indirizzati nei paesi sviluppati sono aumentati fino al 2000 di 14 volte rispetto ai livelli del 1950 fino al 2000 (aumento di 14 volte). Prima erano assai pochi ed indirizzati nel settore manifatturiero. Altro fenomeno nuovo è l’Ide Sud – Sud (Cina – Africa ad esempio da 2 questo a 60 miliardi in 20 anni fino ad oggi). Altra caratteristica della globalizzazione, peculiare, è l’aumento degli investimenti in portafoglio, che non si verificava nella prima e seconda globalizzazione. Aspetti postivi legati all’aumento dei movimenti finanziari e al fenomeno del offshoring sono l’aumento del ventaglio di opzioni per risparmiatori mondiali, la riduzione del gap tra investimento e risparmio nazionale per paesi dinamici a risparmio insufficiente mentre di contro aumenta la frequenza e la propagazione delle crisi finanziarie.

In quest’ottica il WTO, l’organizzazione del commercio internazionale, che conta oggi 153 paesi, tra cui la Cina, costituisce un’assise per nuovi accordi, per dirimere controversie e stabilire regole comuni. Ispirato infatti al principio del multilateralità, applica, tra le altre la regola della nazione più favorita (ovvero eguale trattamento per beni nazionali ed importati) il principio di non discriminazione (ovvero gli stessi benefici su base bilaterale, tali benefici valgono per tutti) e definisce i tetti massimi alle restrizioni commerciali, (dazi consolidati)
Il risultato principali ottenuto dal WTO sono la riduzione dei dazi medi (per i paesi già sviluppati al 4% con picchi del 10% verso i Pvs, paesi in via di sviluppo). Anche se i Pvs hanno cominciato tardi a liberalizzare (‘80) e nonostante ci siano meno beni con dazi consolidati, nonché un’ampia dispersione di dazi, i dazi effettivi sono spesso inferiori a quelli consolidati (a dimostrazione di una volontà dei Pvs di attirare investimenti e merci dall’estero).
Inoltre attraverso il WTO viene instaurato un sistema di regole più che di rapporti a base contrattuale, ogni paese ha un voto con uguale peso, la capacità negoziale dei nuovi paesi è in crescita, ma sussistono procedure complesse e con tempi lunghi.

Nonostante tutto rimangono accesi i conflitti tra i paesi membri relativamente soprattutto alle politiche agricole USA/UE (oltre a Canada, Giappone, Norvegia), ai costi della Pac (Politica agricola comune dell’UE), all’inserimento di liberalizzazione dei servizi e alla protezione industria nazionale dei Pvs. Con riferimento particolare ai Pvs, l’accordo di DOHA sottolinea un mutato atteggiamento verso lo sviluppo, dando importanza ai termini stessi dello sviluppo. Un esempio sono gli accordi di liberalizzazione tra paesi in relazione al grado di sviluppo, (3 categorie di paesi, sviluppati, emergenti, in via di sviluppo). Tuttavia il recente fallimento degli accordi di DOHA (http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/dda_e.html) ha prodotto elevati costi politici, in termini di proliferazione di accordi regionali e di una maggiore sfiducia negli accordi multilaterali. Il fenomeno della globalizzazione ha per questo preso una direzione in cui interessi nazionali contano più di prima, in cui il rischio di degenerazione dei conflitti economici in conflitti politici risulta molto elevato. Appare inoltre Wto evidente l’incertezze sul futuro dell’economia internazionale

Le soluzioni per uscire da questo stadio di stallo, proposte dal professor Talgetti, sono l’introduzione di politiche di sviluppo dell’Africa, di politiche di tutela redistributiva multilivello (da locale a sovranazionale) del lavoro dipendente (ad esempio alleggerendo la base imponibile), il riequilibrio del sistema dei cambi, attuazione di misure di trasparenza dei capitali e monitoraggio da parte del FMI. Non va poi abbandonata la filosofia della liberalizzazione degli scambi. Occorre superare le obiezioni relative agli standard di lavoro nei paesi emergenti, ad esempio in Cina, perché costituiscono barriere verso i Pvs. Semmai le tutele dei lavoratori sono da ottenersi attraverso l’ILO (http://www.ilo.org/global/lang--en/index.htm), agenzia dell’ONU competente in materia di lavoro, e politiche nazionali di riqualificazione del lavoro e redistribuzione fiscale. Eventuali clausole limitative ai movimenti di merci e servizi sono infine da imporre esclusivamente in materia di tutela dell’ambiente.

Le maggiori critiche rivolte ai processi di globalizzazione dipendono dal fatto che costi e vantaggi connessi a questo fenomeno ne producono una diversa percezione. Soprattutto vi è una percezione di mancanza di effetti positivi di redistribuzione altre ad un malessere diffuso, rispetto ai movimenti di merci e persone, in favore di una maggiore protezione nazionale (protezionismo). In realtà vale sottolineare che alcuni fenomeni non sono imputabili alla volontà di avere maggiori scambi, di migrare o di investire all’estero e nemmeno i costi ambientali e le crisi finanziarie non sono connessi direttamente alla globalizzazione come i problemi connessi alle esigenze di redistribuzione e di tutela del lavoro dipendente. E’ solo a partire dalla consapevolezza di ciò che diventa possibile orientare al meglio e in modo non ideologico il processo di globalizzazione, soprattutto per salvaguardare il primato degli accordi di scambio multilaterali che sono garanzia di pace e di tutela dei più deboli

Ferdinando Targetti, ha insegnato alla Bocconi di Milano e all’Università di Trento. E’ stato "visiting professor" alla New York University nel 1984 e docente incaricato all’Università di Parigi XIII e al Libero Istituto Universitario di Castellanza. Nel 1989 il suo libro "Nicholas Kaldor: economia e politica di un capitalismo in mutamento" ha ricevuto il premio Saint Vincent come migliore libro di economia dell’anno. E’ stato deputato al parlamento italiano dal 1996 al 2001. Dal 2007 è membro del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa come consigliere indipendente

Emilio Vettori
servizi
 
Non ci sono commenti, vuoi essere il primo?

invia un commento

Per lasciare un commento è necessario effettuare l'accesso.
Effettua ora il login oppure registrati.

Mi piace

dillo ai tuoi amici

Inserisci le email separate da una virgola  
il tuo nome  
la tua email  
un breve messaggio  
 
L'utente, nel premere il pulsante "invia", dichiara di aver letto e approvato l'informativa sul trattamento dei dati.
[*]