Con l’ingresso di Cina, India e Brasile nel mercato globale, solo per citare i principali tra i paesi emergenti, in pochi decenni è raddoppiata la forza lavoro mondiale. Sembrerebbe una buona cosa ma
Jean-Paul Fitoussi nella sua prima lezione a Cortona fa notare come "quando un fattore raddoppia, in una relazione tra due fattori il rapporto si modifica e così oggi la competizione all’interno della forza lavoro è aumentata e il rapporto tra capitale e forza lavoro ha conosciuto una diminuzione che si attesta al 40%". “The great double” per dirla con Richard Freeman, un fenomeno reale che ha raddoppiato sostanzialmente la concorrenza nel mercato del lavoro e prodotto una diminuzione altrettanto considerevole del livello medio dei salari, anche nell’Unione Europea.
Molti pensano,
come Spitz, che serva una grande riforma strutturale, ma il problema è capire in che direzione devono andare i nostri sforzi. Non certo verso una maggiore concorrenza, in quanto il rischio è quello di un incremento ulteriore della competizione tra lavoratori dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Perché a rimetterci sarebbe ancora la forza lavoro, in termini reali, monetari e soprattutto di tutele connesse al lavoro. Cancellando così, con un colpo di spugna, i risultati di una secolare lotta sindacale per la dignità del lavoro.
Date queste premesse, cosa sarà dell’Europa tra 30 anni, si chiede Fitoussi? "Difficile saperlo, soprattutto in questa fase storica in cui i cambiamenti avvengono molto velocemente. Basta pensare a come è cambiato il nostro continente dal 1980 ad oggi. C’era il muro di Berlino ma non internet, bassa era la partecipazione delle donne al mercato lavoro e la CEE era composta di soli 9 paesi. Non c’era l’euro ma c’era già il pericolo, il “verme nel frutto”, ovvero la stagflazione, gli shock petroliferi. Ma c’era la speranza. La speranza nella crescita, in un futuro migliore per i propri figli."
Stupisce come oggi, nonostante l’alto tasso di invecchiamento della popolazione, non si facciano abbastanza sforzi per prevedere il futuro. Verso la fine del periodo 2035 – 2040 la crescita demografica sarà negativa, attestandosi al – 0,30%, con una flessione negativa a partire dal periodo 2005 – 2010. Senza calcolare l’impatto dell’immigrazione, questo fatto appartiene a proiezioni demografiche certe.
Oggi non è possibile sapere cosa sarà dell’Europa e di noi tra 30 anni. Il futuro è incerto ed indeterminato perché molti sono i giovani che un domani saranno chiamati a decidere. Più che negli altri grandi “paesi”, come Cina e Stati Uniti. Ma se il futuro è incerto tocca a noi ipotizzare degli scenari possibili, partendo da due dati certi: l’indebolimento del paradigma della crescita e l’elevato tasso di invecchiamento della popolazione.
Come disse Tocqueville, “quando il passato non illumina il futuro, lo spirito cammina nell’oscurità”. I quattro scenari ipotizzabili per il futuro sono per questo radicati nel passato del nostro continente. Il primo si riferisce all’età antica, il secondo al medioevo, il terzo al 19° secolo e il quarto al rinascimento.
Il primo scenario appare molto vicino alla situazione attuale. E’ l’impero del vuoto in cui le regole, della democrazia e del mercato si impongono sulla politica. Ma dove c’è il vuoto della politica le regole non bastano per rimanere in democrazia, perché democrazia è aprire lo spazio delle scelte. Se c’è il vuoto della politica lo sbilanciamento tra democrazia e mercato esige costi altissimi che oggi ci troviamo a subire.
L’Europa ha l’economia più potente del mondo e solo gli USA reggono il paragone. Nonostante ciò non abbiamo la consapevolezza che l’Europa sia tra gli attori più importanti al mondo sia in termini di Pil che in termini di popolazione. Le performance in relazione a quelle USA e di Cindia lo dimostrano. Il Pil procapite europeo è pari a 26000 euro mentre in India è 2000 euro. I tassi di crescita invece non sono indicativi perché paesi come India e Cina devono recuperare il terreno perso rispetto all’Occidente, che ormai cresce a tassi molto ridotti. Tuttavia le politiche economiche USA appaiono più incisive e dinamiche, ad esempio attraverso ampie fluttuazione del tasso di interesse. L’Europa rifugge invece l’intervento nell’economia, orientata al contenimento dei prezzi, obiettivo primario della BCE, la banca centrale europea. L’economia europea appare per questo ingessata e la politica economica europea subisce gli effetti di un disavanzo di bilancio ridotto (0,6%), a causa dell’elevata spesa pubblica, e di un sistema di regole eccessivamente rigido. Per questo non bisogna stupirsi dell’incapacità di prevenire le crisi. L’applicazione della regola dell’unanimità permette una reazione successiva alla crisi, ma non sviluppa forti capacità di prevenzione e adattamento. Inoltre la mancanza di un progetto e di mezzi politici per l’Europa impedisce il raggiungimento degli obiettivi. Il primo scenario non appare pertanto sostenibile perché finisce per produrre enormi disuguaglianze sociali, comparabili a quelli delle antiche civiltà, ed indebolire pertanto i fondamenti stessi della democrazia.
Il secondo scenario ci riporta al medioevo, con le piccole città stato globalizzate. L’Europa è un piccolo mondo con molte differenze al suo interno, aumentano le differenze locali che impediscono la nascita di un’identità nazionale europea. Si tornerà alle città stato e ad una forte contrapposizione tra città e campagna. Se si guarda al diverso grado di dispersione del Pil pro capite si notano le altissime disuguaglianze regionali. Anche questo scenario non appare pertanto sostenibile secondo un’ottica europeista, sociale e democratica.
Proseguendo nell’analisi si arriva al terzo scenario che fa sue le stesse determinanti del primo. L’aumento della concorrenza nel mercato lavoro porta ad una diminuzione del reddito da lavoro in rapporto al Pil, verso un sistema che somiglia molto al 19° secolo, caratterizzato da un aumento multidimensionale delle disuguaglianze nel mondo. Anche questo scenario appare incompatibile con la democrazia.
Il quarto scenario parla invece di un nuovo rinascimento in cui la speranza dell’Europa è la libertà di circolazione della conoscenza. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile governare e creare un Europa del sapere, dell’energia, un’Europa sociale in cui la politica fornisce alla popolazione i beni pubblici e le risposte che desidera. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile fare anche delle università e del sapere, come nel Rinascimento, un bene pubblico che è necessario, non per la crescita economica, ma per placare la sete di conoscenza. Perchè l’Europa, con la sua forza economica, finirà per contare sempre meno se non si impone come modello di diffusione della conoscenza e del sapere.
Forse il problema è che l’Europa ritiene non necessario investire nel futuro. Se sarà così la politica verrà relegata in un angolo dalle regole ferree della democrazia e del mercato ma finirà per rinunciare al vero motore della civiltà. La speranza.
Emilio Vettori